Frosinone Culone: la storia, il mito, gli eroi.

Allontana Pugnitopo

Il tormentone di Frosinone.

A molti non sarà sfuggito l’ultimo, scoppiettante trend del mondo social: Frosinone Culone!

Ma in cosa consiste esattamente? Si invia un messaggio privato alla pagina ufficiale di un brand (meglio se si tratta di un’associazione sportiva, meglio ancora se di una squadra di calcio) e si chiede se si tratti della pagina ufficiale. Alla risposta affermativa, si risponde di getto “Frosinone Culone!”, e poi via ad arricchire la collezione personale di screenshot.

Il gesto goliardico, è intuibile, è partito dalla pagina del Frosinone Calcio, complice il recente esordio dei ciociari nella massima divisione calcistica nostrana.

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In breve tempo, tuttavia, il fenomeno si è esteso ad altre squadre, fino a lambire pagine che col calcio non hanno davvero nulla a che vedere.

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Ma perché tutta questa insistenza? Basta un rapido sguardo alla classifica per verificare come la stagione del Frosinone sia stata finora decisamente deludente: a tutt’oggi (venticinquesima giornata) 6 vittorie, 4 pareggi, 22 punti appena, per una terzultima posizione che non lascia presagire nulla di buono. Né il club frusinate sembra essersi macchiato di immeritati colpi di fortuna durante gli incontri con i team dei piani alti, tali da poter indirettamente condizionare l’esito del campionato. Da dove ha origine allora questo tormentone? Chi è stato il primo a pronunciare le due fatidiche parole?

La partita del secolo.

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un salto indietro di ben 22 anni per rivivere le gesta di due straordinari eroi. Grazie all’impareggiabile Wikipedia conosciamo anche la data esatta: il 24 Aprile del 1994. È la terzultima giornata del Girone G del Campionato Nazionale Dilettanti, e sul campo del Frosinone la capolista Giulianova è attesa dallo scontro diretto con la seconda in classifica. Gli abruzzesi vantano due lunghezze di vantaggio sui laziali, dunque con una vittoria chiuderebbero virtualmente il discorso qualificazione, guadagnandosi il meritato ritorno in Serie C2. Un pareggio andrebbe comunque bene, poiché lascerebbe invariate le distanze. Ma la sconfitta complicherebbe drammaticamente la situazione, poiché garantirebbe il sorpasso ciociaro, condannando il Giulianova a non essere più unico arbitro del proprio destino.

In campo la sfida è vibrante. I padroni di casa fanno sul serio, e si portano in vantaggio al 12′ con un colpo vincente di Pesacane. La replica giuliese non si fa attendere molto: al 35′ arriva il pareggio di Minuti. Ma dopo pochi minuti la situazione si complica nuovamente: al 40′ viene espulso Di Bari. Il Giulianova soffre l’inferiorità numerica, e al quarto d’ora della ripresa il Frosinone torna a colpire: è Russo che al 61′ insacca per i padroni di casa. I giallorossi precipitano di nuovo nell’incubo.

Sugli spalti c’è un uomo che soffre più degli altri. Vive l’angoscia fino in fondo, e la racconta con la sua inimitabile voce. Quell’uomo è il nostro primo eroe. Quell’uomo è il radiocronista del Giulianova. Quell’uomo è Francesco Marcozzi.

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Il nostro geme, sbraita, impreca come solo un vero tifoso potrebbe fare. La sua radiocronaca è talmente sentita che un tifoso la registra e la monta su una ripresa amatoriale del match. Il video finisce sul tavolo della Gialappa’s Band, e in breve tempo si trasforma in uno dei servizi cult nella storia di Mai Dire Gol, citato a memoria negli anni da ogni vero amante del calcio italiano: un buon esempio di quel viral pre-internettiano che ha indubbiamente trovato nel Magnotta la sua vetta più cristallina (ma questa è un’altra storia).

https://www.youtube.com/watch?v=MILUzh7p8Kg

Vale senz’altro la pena di riportare la trascrizione dei momenti salienti della radiocronaca:

“Allontana Pugnitopo! L’11 in fuorigioco! ASINOOOOO! Attenzione pericolo! FUORIGIOCO! Era fuorigioco, il guardalinee non vede… FUORIGIOCOOOOO!!! Un ingapace, un ingapace… […]
Carabinieri, Polizia, arrestate il guardalinee! RAI, RAI, il guardalinee! Intervistate il guardalinee![…]
Parisi, traversone, in area, c’è Di Vincenzo, di testa… La palla va fuori, è punizione dice l’arbitro! […]
C’era stato un fallo, io l’ho visto, ma c’ha fatto l’arbitro? CORNUTI! Allora, stavamo parlando, come avete potuto capire dall’aggettivo, del guardalinee… […]
Ecco che si batte, tiro, TIRO, GO…PALOOOOO! PALO!!! Palo a portiere battuto, secondo una jella scarogna di tutti i colori! La difesa del Frosinone è stata fortunata, il portiere culone! […]
Vero, è stato fortunato il portiere? Frosinone culone! FROSINONE CULONE! MANNAGGIA LA M******!”

Ecco dunque svelata l’origine del mito: un palo a portiere battuto, che unito all’arbitraggio ostile condanna il Giulianova alla resa (l’arbitro, per la cronaca, era Ayroldi di Molfetta, in seguito illustre fischietto nella massima divisione). Ma è davvero tutto finito? C’è ancora tempo per un ultimo, disperato assalto.

In campo c’è un giocatore che ha disputato una partita esemplare, fatta di sacrificio e sudore. Marcozzi l’ha citato solo di striscio, ma basta un attimo per passare alla storia. Quell’uomo è il secondo eroe della giornata. Quell’uomo allo scoccare del 90′ segna il gol dell’incredibile pareggio. Quell’uomo è Sauro Pugnitopo.

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L’importanza di chiamarsi Pugnitopo.

È una vera beffa che alla storia non sia stata consegnata la registrazione del liberatorio urlo con cui l’incredulo Marcozzi avrà con tutta probabilità accolto il salvifico pareggio. Ciononostante, il granitico “Allontana Pugnitopo!” con cui si apre il frammento di telecronaca è bastato per scolpire il suo inconfondibile nome nella leggenda più autentica.

Ma chi era Sauro Pugnitopo? Grazie all’inestimabile lavoro di ricerca storiografica dell’equipe di TuttoCalciatori, possiamo ricostruirne le gesta.

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Roccioso stopper, Sauro Pugnitopo nasce a Gubbio il 23 Novembre 1967.
1 metro e 89 per 78 chili, muove i primi passi proprio nel club umbro, ma dopo sei stagioni arriva la svolta: l’ingaggio del Giulianova coincide con una felice ascesa, dai Dilettanti fino alle vette della C1. Tre reti appena con gli abruzzesi, ma pesantissime: una in particolare, la nostra, si rivela decisiva. Perché il Giulianova pareggia l’incontro, mantiene il Frosinone a distanza e chiude il girone al primo posto, centrando una fondamentale promozione. Due anni dopo la storia si ripete: dalla C1 alla C2, davanti c’è ancora lo spauracchio frusinate. Pugnitopo quella volta non segna, ma con le sue 33 presenze stagionali si conferma una delle colonne della squadra. Il finale di carriera si rivela meno emozionante ma dignitoso: c’è tempo anche per un ritorno nella natìa Gubbio. Il nostro chiude con 415 presenze, 8 reti e due strepitose promozioni conquistate sul campo.

Su Pugnitopo, incredibilmente, si è detto e scritto molto più di quanto si potrebbe pensare. Tra il nome arzigogolato, il leggendario pareggio e l’immortale invito ad allontanare ce n’è abbastanza perché al nostro siano state dedicate pagine Facebook, meme e persino magliette. Sul sito keepcalm-o-matic.co.uk, per esempio, è possibile acquistare questa meravigliosa t-shirt (sì, ovviamente io l’ho fatto):

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Il punto è che Pugnitopo rappresenta il bene. È colui che, “allontanando” il male, riesce a sconfiggere il nemico più temibile: il Frosinone Culone. Ecco perché i bravi Community Manager sanno che è necessario chiamarlo in causa per rispondere come si deve.

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Perché Pugnitopo sa allontanare tutto. Anche i troll.

Mercedes in gara.

Quando ancora doveva scoppiare il caso del business game, Mercedes-Benz pare facesse già le prove generali, ma con gli utenti. Scherzi a parte, è uscita oggi la case history di Formula Tweet, un progetto del Gruppo Roncaglia, l’agenzia digital uscente di Mercedes-Benz. Occhio, uscente non significa che è già uscita: sono in gara con altre, nel famigerato business game. Chissà chi taglierà il traguardo.

Credits:

Arturo Vittorioso, Creative Director
Arnaldo Funaro, Creative Director
Carla Leveratto, Creative Director
Elisa Caracciolo, Copywriter Supervisor
Simone Rossini, Art Director
Gianluca Di Bacco, Art Director
Francesco Necco, Web designer
Elisa Lucaccini, Video maker
Serena Giovinazzo, Social Media Manager
Chiara Silvestri, Social Media Manager
Aureliano Verità, Social Media Manager
Valentina Vinci, Social Media Manager
Simone Tricarico, Web developer
Andrea Camusi, Web developer
Gianluca Ugolin, Web developer
Lorenzo Lorato, Client Service Director
Fabio Belfiori, Account Supervisor
Paola Langella, Account senior

Consigli per i consigli per gli acquisti.

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Il sindaco Marino ha deciso di vietare a Roma affissioni che espongono il corpo della donna, infilandosi nella lunga schiera di chi pensa che basti una legge per impedire le cose sbagliate.
Che la pubblicità faccia persuasione, senza peraltro riuscirci, è un fatto; ciò non significa che debba farlo con cattive intenzioni. Pubblicizzare un prodotto comunicandone al meglio i benefici per il pubblico, non è di per sé una cosa sbagliata. Da quelle vendite dipendono posti di lavoro da una parte e il benessere di un cittadino dall’altra.
Diverso è quando la pubblicità – e qui entriamo nella gran parte della comunicazione nazionale – dice male ciò che vuole dire, cercando di persuadere le persone con messaggi martellanti, dannosi, falsi o addirittura inutili: messaggi, sia chiaro, spesso voluti dalla marca stessa e ai quali le agenzie pur di guadagnare (sempre meno) si piegano ormai senza fiatare.
È così, per esempio, che ci troviamo di fronte a campagne che sminuiscono la donna quando si parla di assorbenti: “Quei giorni lì io non riesco a far bene la ruota in palestra”.
Oppure: “Io lo disegno come un palloncino tutto rosso” e giù risate tra amiche.
Conosco donne che il primo di quei giorni lì non possono neanche alzarsi dal letto dai dolori e ciò nonostante vanno a lavorare, si prendono cura di case, figli e mariti che invece al primo starnuto fanno testamento tra i lamenti.

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Da Carosello al “Caroselling”

Lo “storytelling” poteva e potrebbe essere diverso…

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Sono nata nel 1977, esattamente l’anno in cui è finito Carosello, quindi tutti i caroselli che ho visto li ho visti dopo. Me li ha raccontati e recitati mia madre, li ho visti quando venivano riproposti sulla Rai e alla fine li ho rivisti su YouTube. Erano film fatti talmente bene che avevano, e hanno tuttora, il potere di coinvolgere il pubblico.

È normale quindi che dall’esperimento di Carosello Reloaded i nostalgici e gli affezionati si aspettassero lo stesso coinvolgimento. In mente probabilmente avevamo storie originali, divertenti, che parlassero del marchio di turno in modo leggero. Sicuramente quello che nessuno si aspettava erano pochi minuti di normalissimi spot pubblicitari solo un po’ più lunghi del solito.

Insomma, che cosa volevamo? Attori famosi che recitano in “scenette” per pubblicizzare un prodotto, per restare fedeli alla formula degli anni ’60 e ’70? Ma non sarebbe stato un ridicolo anacronismo? Inoltre siamo così assuefatti all’uso smodato e indiscriminato del testimonial che forse non avremmo nemmeno colto la differenza con i normali spot pubblicitari. E in più ci sarebbe sembrato molto fastidioso, oltre che ridicolo. Così, tra le varie critiche, l’esperimento Carosello Reloaded in tv è finito, o meglio, io non l’ho più visto.

Almeno fino a pochi giorni fa, al cinema, nell’interminabile mezz’ora di trailer e pubblicità prima dell’inizio del film. La formula è identica a quella della tv solo che gli spot sono intervallati da una miniserie dal titolo “Genitori, istruzioni per l’uso”. Si tratta di brevissimi episodi fini a se stessi che non pubblicizzano nulla, ma propongono solo gag, scene di vita tra genitori e figli in chiave ironica. Carini, ma mi sono chiesta “Perché?! Che senso ha quest’operazione? Sono così divertenti da condividerli in rete?…” Lo stile è simile a quello delle sitcom televisive, in forma molto abbreviata. Ma funziona? E soprattutto a che porta? Per chi e per cosa dovrebbe funzionare?

Sono le stesse domande che mi sono posta negli ultimi 3 anni, ogni volta che io stessa ho dovuto scrivere gli episodi delle webserie a cui lavoravo. Magari fanno sorridere, ma funzioneranno? Le webserie “normali” che piacciono, piacciono perché fanno ridere, perché ci si identifica, perché hanno quel guizzo di genialità, come l’ormai celebre Lost in Google dei The JackaL.

Fare webserie per i brand è ancora più difficile, per il senso di fastidio e di presa in giro che può provare il pubblico da un lato, e dall’altro perché il brand tende a essere troppo “invadente”, leggi “Ma il marchio si vede bene?! Quante volte verrà nominato?” e così via. Tuttavia la webserie, se scritta e giocata bene, potrebbe essere la strada giusta per l’evoluzione del buon vecchio Carosello. Qualcuno in rete ha usato il termine “Caroselling”, in modo dispregiativo, riferendosi all’esperimento di Carosello Reloaded. Io invece lo prendo in prestito perché lo trovo molto più simpatico di “storytelling” di cui tutti oggi si riempiono troppo la bocca.

Una delle mie prime esperienze nella scrittura di webserie fu per la distribuzione automatica Lavazza, giusto per citare un marchio storicamente legato al Carosello. I tipici esemplari della fauna da ufficio interagivano tra loro, creando situazioni divertenti. Il brand è sullo sfondo, l’azione è concentrata sui personaggi e sulla situazione:

Ma la vera svolta nel “Caroselling” l’ho vista negli ultimi giorni con il lavoro che hanno fatto sempre i JackaL per il brand di abbigliamento Alcott. Quelli che seguono sono due video divertenti, il brand è perfettamente integrato nella storia (è ovvio che sia lì) e partecipa senza eccedere. Ma soprattutto non li condividereste sui vostri canali social volentieri, senza pensare che si tratta della “vile pubblicità”?

https://www.youtube.com/watch?v=6SX3ElQEZ-w

Sinestesie e idiosincrasie: le voci profumate.

Schermata 2013-12-13 a 11.24.29Le voci degli spot dei profumi.

Odore di forzatura?

Natale è alle porte. Come ogni anno cominciano a bussare insistentemente sul vetro dei nostri teleschermi gli spot dei profumi. Premetto subito che riservo maggiore attenzione ai commercial dei loro parenti poveri, i deodoranti: poiché mi diletto a percuotere tamburi e percorro mediamente quattro chilometri a piedi al giorno seguo la comunicazione di quel settore con interesse. Ciò nonostante, vedere cosa accade nell’advertising di essenze e fragranze, oltre a essere un dovere professionale, mi incuriosisce.

Ammiro volti di dive e da dive stilizzati in espressioni fatali, tipo angeli impazienti di precipitare agli inferi. Bellezze pronte a sedurre Satana facendo emergere dal getto vaporizzato dell’effluvio pubblicizzato gambe chilometriche e colli che avrebbero ispirato i pennelli di Modigliani e del Parmigianino per come si protendono verso altezze irraggiungibili.

Mi confronto con visi di uomini noti e meno noti compiaciuti/accigliati, che alternano sguardi puntati su orizzonti di gloria alla penetrazione pupillare dell’obiettivo. Adoni impegnati a confezionare il flacone della fragranza reclamizzata in un pacco da sei di addominali scalpellati, quello che tutti noi uomini tentiamo di sistemare nella teca della nostra vanità investendo tempo in allenamenti che non mantengono le promesse.

Osservo immagini, tante, di tutti i tipi. Glamour, romantiche, retrò, sportive, fashion, ammiccanti, allusive, sexy, machistiche, efebiche, fiabesche, spiritose, ambigue. Firmate anche da celebrati maestri del cinema: basti pensare al film da un minuto e mezzo girato da Scorsese per Dolce e Gabbana.

Durante queste sfilate di fotogrammi la musica interpreta un ruolo fondamentale perché asseconda il carattere  del prodotto: armonie vellutate a base di archi,  groove modello hip hop, elettricità rock’n’roll e successi del momento, senza tralasciare il repertorio vintage, evocativo di immaginari collettivi in bianco e nero d’autore.

Le parole invece non contano più di tanto. Al netto di qualche raro dialogo  sono pochissime. Giustamente aggiungo. In pubblicità il profumo è soprattutto immagine e suono. Il problema è che la manciata di fonemi con cui si concludono quasi tutti i commercial in questione ai miei timpani suona stonata.

Le voci, femminili o maschili, che scandiscono il nome del prodotto e la relativa griffe suppongo vorrebbero essere – ricorro a una sinestesia  tra udito e olfatto – “voci profumate”. Ma non è il caso di tirare in ballo la figura retorica più cara a Baudelaire. Evaporato infatti l’effetto suggestione, il tutto si riduce a sussurri, quasi sempre in un francese da indigestione di foie gras e in un inglese da fattanza post-rave, oppure a filastrocche pronunciate da robot dopati. Sono voci che parlano di profumo, ma puzzano di forzatura. Certo, è risaputo che sono studiate, contro-recitate ad arte. Lo sanno tutti che  vogliono suonare cool: lascio comunque a voi, dopo che avrete ascoltato i finali dei due spot che seguono, l’onore/onere di decidere se continuare a scrivere quest’aggettivo così o mettendo una “u” al posto delle due “o”.

http://www.youtube.com/watch?v=ggT2tbwR1xI

http://www.youtube.com/watch?v=98KAWAnqBQU

Sull’uso del corpo. In corpo 11.

uso corpo pubblicità

In pubblicità la seduzione è sedazione.

No, non dico che vorrei vedere pubblicizzato un vermouth con una rigida e castigata kore greca del VI sec. a. C., ma scorgere un’alternativa al profluvio di inutile epidermide phtoshoppata che da anni è il linguaggio dominante della comunicazione tricolore. Una grammatica del corpo avvilente, ottusamente asservita a una logora seduttività codificata due-tre decenni or sono, quando l’industria dei media supponeva che in ognuno di noi uomini ci fosse un Jerry Calà pronto a strabuzzare gli occhi per un paio di chiappe abbronzate su una barca in Sardegna.

No, non dico che vorrei vedere pubblicizzato un reggiseno con un frame della celebre performance di Marina Abramović che si fa puntare sul petto un arco teso con la freccia incoccata, ma semplicemente potermi stupire per una creatività che non si riduca alla finta anatomia del desiderio. E non è un’accusa rivolta alla sensualità: le veneri senza veli e tacchi dell’antichità si vestivano di significati, dal più superficiale al più profondo; le veneri veline del presente, tutte con le stesse dentiere e  le tette finte, significano poco.

No, non dico che vorrei trovare in pubblicità ex lanciatrici del martello (e della falce) della fu DDR sfigurate dal testosterone, ma solo imbattermi in qualcosa di diverso dalle solite donne procaci e allusive, una identica all’altra; e soprattutto non vedere più certe grottesche modelle semi-bambine atteggiate da escort, anti-vestali di un immaginario deviato e di un marketing di serie C.

No, non dico di mettere al bando la nudità – non auguro a nessuno di doversi trasformare in un novello Braghettone, pittore soprannominato così perché costretto dal pudore ipocrita della controriforma a dipingere perizomi sulle scultoree anatomie del Giudizio Universale di Michelangelo – ma solo che sarebbe auspicabile un cambiamento di rotta verso un uso diverso del corpo nella réclame, come si diceva una volta. Che non significherebbe trasformare uno spot in un documentario sulla body art e l’Azionismo viennese, ma immaginare che per pubblicizzare i servizi di un operatore internet si possa andare oltre le convessità dell’argentina con la B maiuscola.

No, non dico altro. Solo che tutta questa seduzione produce sedazione. Sempre le stesse immagini, sempre gli stessi toni. Erotismo senza motivo e privo di acume. Narcotizzazione del senso critico. Sonno della ragione che genera mostri di conformismo con cervelli di silicone.

Concludo con un paio di considerazioni sulla pubblicità dei preservativi. Avete notato quanto poco spazio concedono alla seduttività da copione e all’eros vuoto di spirito? E quanto ne lasciano invece all’umorismo e alla non convenzionalità? Insomma, non è paradossale che tocchi proprio a Durex e compagnia insegnarci che la buona comunicazione si fa con la testa, non con il cazzo?

La progettazione (ana)grafica del packaging.

Immagine 2Coca Cola e Nutella:

il prodotto sei tu?

Una ha aperto le danze,  subito dopo si è buttata in pista anche l’altra. Tra le corsie dei supermercati si è aperta la caccia alle lattine e alle bottiglie di Coca Cola  marchiate con i nomi propri di persona; nei locali di ristorazione pure. La pagina Facebook di Nutella accoglie i fan con un’applicazione che consente di richiedere e ricevere l’etichetta con il proprio nome; una volta customizzato il barattolo, chi vuole può immortalarlo, pubblicare la foto in rete e partecipare a un concorso a premi. Superfluo osservare che quanto più un’iniziativa punta all’individuale, tanto più viene comunicata attraverso i canali social, perenne qui e ora digitale.

La cosa sta funzionando, perché tutti tendono ad autorappresentarsi come individui con gusti precisi e dalla personalità distinta, nessuno vuole sentirsi parte di una mandria da portare al pascolo sui prati sintetici di un segmento di mercato. Insomma, se sul packaging del prodotto trovi il tuo nome, significa che il produttore ha pensato proprio a te; o quantomeno ti illudi che lo abbia fatto.

I consumatori apparentemente più colti e consapevoli – il vissuto nannimorettista di Nutella mi porta a pensare che i suoi addicted siano prevalentemente di questo tipo – si sentiranno forse un po’ meno uomini a una dimensione, quella del consumo e del consenso, e potranno abbandonarsi ai demoni della persuasione, riponendo temporaneamente il pensiero di Marcuse nella libreria del salotto.

I consumatori senza pretese antisistema saranno probabilmente ancora più attratti dall’icona pop colorata col caramello. Presumibilmente estranei ai cerebralismi, potranno manifestare con un gioioso crepitio di emissioni orali al CO2 la loro approvazione; della Coca Cola sono sempre stati amici, ora che in ragione del nome condiviso il rapporto si è fatto ancora più stretto, le inibizioni se ne andranno in un soffio (acido).

Il passaggio dalla progettazione grafica del packaging alla progettazione anagrafica dello stesso si è dunque compiuto. Idea facile? Facile dirlo dopo. Avrebbe potuto averla chiunque? Non lo so: a me, per esempio, non credo sarebbe venuta in mente. Sia come sia, non stiamo trattando di massimi sistemi, ma di cose da pubblicitari, artigiani della parola e dell’immagine, gente che quando progetta una confezione un risultato decente lo porta a casa quasi sempre. Certo, a volte capita che l’esito sia un packaging di merda, indegno di essere esposto sugli scaffali dei punti vendita; ma in tal caso si può sempre ripiegare sulle teche dei musei: Piero Manzoni insegna.

Fonte immagine: condividiunacocacola.it

 

Chi vuole un vasetto di Copywriting?

il primo vasetto di copywriting da spalmare

il primo vasetto di copywriting da spalmare

E così un giorno, un’idea che mi era venuta dieci anni fa arriva improvvisamente sulla bocca di tutti. Ma aspettate, facciamo un passo indietro. Immaginatevi il 2003 e una giovane copywriter fresca fresca di accademia, con il sogno di fare la pubblicità.

L’età dell’oro dell’advertising era già finita da un bel pezzo, i budget delle agenzie per aggiudicarsi nuovi talenti erano già notevolmente ridimensionati rispetto agli anni ’80.

Per farsi notare, bisognava emergere tra centinaia di aspiranti creativi con qualcosa di più che un portfolio scolastico, qualcosa di decisamente inaspettato.

Qualcosa che ingolosisse subito i direttori creativi.

Improvvisamente, le scrivanie delle più grandi agenzie pubblicitarie di Milano furono invase da barattoli di crema spalmabile alla nocciola. Sì, proprio quella che c’è in tutte le case degli italiani. Ma, attenzione, con un’etichetta molto personale.

La Brunella© si era fatta posto tra leoni di metallo e statuine alate. In poco tempo, la copy-nutella era diventata un marchio.

Mai nessuno aveva pensato a un biglietto da visita che si potesse mangiare. Fu un successo.

Forse perché i brainstorming mettono appetito. O forse perché un’idea originale può far emergere il tuo prodotto in mezzo a tanti altri, anche nella competizione più dura.

Oggi, Nutella lancia una campagna pubblicitaria che invita gli user a personalizzare il vasetto di Nutella con il proprio nome.

Forse non proprio un’idea originale: solo pochi mesi fa, un’operazione praticamente identica è stata lanciata da CocaCola, a livello planetario.

Tra i professionisti della comunicazione, c’è già chi storce il naso. Ma c’è da scommettere che i destinatari del commercial, le persone che magari hanno condiviso una CocaCola con Paolo, Monica o Maurizio, non resisteranno all’idea di avere il loro nome anche lì.

Ora, ascoltando lo speaker che morbidamente mi ricorda:
“Nutella fa parte della tua storia. Tu fai parte della sua.” ho tutto il diritto di annuire.
Ma non so come sentirmi per averci pensato prima di tutti, a livello planetario, e non essere diventata miliardaria.

E voi come vi sentireste? Avete idee con un potenziale esplosivo, ma inesploso?
O qualche bella pensata che qualcuno più grande di voi è riuscito a realizzare e a capitalizzare?
Io, quasi quasi, vado a consolarmi con cucchiaiate di crema spalmabile alla nocciola.
Il nome mettetecelo voi.

Copyando copyando, dalla lattina al barattolo.

Questo articolo si basa su un dialogo realmente avvenuto tra due copy.

Copy 1: Visto il nuovo spot di Nutella?

Copy 2: Sì, bellissimo film… peccato il finale. L’apparizione del barattolo alla fine non la digerisco.

Copy 1: Immagino che il cliente fosse a conoscenza dell’operazione coca cola…

Copy 2: Eh sì, una scopiazzatura in piena regola. L’avessero fatto prima, con uno spot così bello… Eppure quel barattolo alla fine proprio mi disturba.

Copy 1: Possibile che il ragionamento sia stato “Se ha funzionato per Coca Cola, funzionerà anche per Nutella.”

Copy 2: Sì, ma in definitiva vuoi dargli torto? Gli addetti ai lavori criticheranno l’operazione dicendo che hanno copiato, ma chi si compra la nutella se ne frega. Anzi, avrà finalmente non solo la coca cola, ma anche la nutella col suo nome! Vuoi mettere la soddisfazione?

http://www.youtube.com/watch?v=iJoYvAhVPEM&feature=youtu.be

 

 

L’evoluzione della special guest star.

Gli imprenditori-testimonial dal raviolo allo gnocco bollito

Insomma, non siamo mica tutti Fastweb con George, che ha rotto le balle per almeno una decade esigendo privacy attorno alla villa sul Lago di Como manco avesse una piantagione di marijuana nell’orto e ancora quando spiccica due parole in italiano sembra stia tentando di articolare uno slogan con la bocca piena di Bostik. C’è la crisi e allora la pubblicità facciamocela in casa: non serve pagare un personaggio famoso, basta una faccia bella, pulita, che fa tanto garanzia-di-qualità-e-tradizione e dà valore aggiunto al marchio.

La galleria dei faccioni imprenditoriali accampati tra uno spazio pubblicitario e l’altro è sempre più affollata ma, seppure nel marasma, resta impossibile non notare un’evoluzione della specie.

Ma procediamo con ordine. La mia vita da spettatrice pubblicitaria ha visto splendere tre astri dal bagliore più accecante degli altri:

Roberto Carlino

In principio era l’ossessione notturna da intervallo del Maurizio Costanzo Show. Nel corso degli anni ha cambiato al massimo colore di fondotinta: completo, ufficio e slogan hanno resistito alle ingiurie del tempo. Poco da fare per la pelata che non gli ha comunque impedito di girellare sulla sua poltrona con le rotelline, proprio lui che, per antitesi, dall’alba dei tempi vende solide realtà. Negli ultimi anni è stato affiancato da una ragazza (la sua fidanzata? La nipote che sta cercando di spodestarlo? Una modella piantata là ad cazzum per evitare il cambio di canale?) ma è stato tutto inutile: il suo incarnato è lunare e, nonostante la cartellina da segretaria sexy, non riesce a far distogliere lo sguardo dal magnate del settore immobiliare italiano. Uno che venderebbe un appartamento anche ai pastori nomadi della Mongolia.

Francesco Amadori

Bello lui. Non ha bisogno di sparare sofismi, con quell’espressione bonaria (un incrocio tra un pechinese e il vicebrigadiere Bordi della fiction Carabinieri) fa subito nonno di campagna. Quando poi ti dice ridacchiando “parola di Francesco Amadori” – che pare quasi ti stia prendendo per il culo sottintendendo “io non ho mai visto una gallina in vita mia, mi sono solo infilato un pullover osceno e la camicia sotto a quadri per vendere meglio i surgelati”-, cadi subito vittima di una visione stile Giovanna d’Arco, solo che al posto della voce di Dio senti l’orchestra di Raoul Casadei e vorresti entrare nello schermo per mangiarti, che ne so, una bella piadina insieme a lui (probabilmente sto facendo un pout pourri di stereotipi appartenenti a zone diverse dell’Emilia Romagna ma mi perdonerete, non sono della zona). Altra pelata eccellente ma tanto non hai il minimo dubbio sul fatto che sua moglie sia una tipa sprint, alla Orietta Berti, che tra un sopracciglio tatuato e l’altro troverà anche il tempo di passarci la cera d’api per dare lucentezza alla capoccia. Ora che ci penso, per anni ho pensato che Osvaldo – celebre quanto invisibile marito della cantante – avesse le sue sembianze. Non sono mai andata a verificare per non farmi crollare il mito.

Giovanni Rana

Ora attenzione perché questo è un pezzo da novanta (anzi, se continua di questo passo rasentiamo la quintalata). Giovanni Rana è un’istituzione, non si può pensare di separarlo dai suoi tortellini. Ma proprio in senso fisico: provate voi a spiccicarlo dalla spianatoia e dal rasagnolo; secondo me anche di notte veste un pigiama a righe con cucito sopra lu zzinàle (il grembiule, per chi non è umbro). Adesso sono riusciti finalmente a farlo fuori ma resta ad ammonire le ignare atlete che s’ingozzano con i ravioli Gioiaverde con la propria voce fuori campo, come a ribadire che in ogni caso il protagonista indiscusso di ogni spot è sempre lui.

Un uomo che mantiene magistralmente la main promise che incarna: lui si chiama Giovanni Rana e in effetti le fattezze sono quelle di un bel rospone simpatico; fosse un cartone animato avrebbe sicuramente un cilindro e un papillon e suonerebbe musica jazz in uno stagno (una magnifica idea di product placement che potrebbe bene applicarsi a Gli Aristogatti, per esempio, in modo da accaparrarsi un pubblico sempre più ccciòvane).

Canuto ed occhialuto, l’ultimo membro della Triade della Pelata avrà costruito un impero ma non ci pensa nemmeno a mandare avanti qualcuno più aitante, vuole spiegarti lui per filo e per segno come stende la sfoglia, cosa ci va dentro e come questa trattiene bene il sugo e alla fine sei così rimbecillito che riesce a convincerti che i nomi assolutamente banali dei suoi prodotti siano il non plus ultra della scrittura creativa, perché se non altro non mentono (c’è sempre la parola “sfoglia” con un aggettivo vicino).

Poi in un tiepido pomeriggio d’inizio settembre mi esce fuori Fabio Esposito. Che per chi se lo domanda, è lo stilista-testimonial del marchio Coconuda. O meglio, esce fuori ben prima ma fino a quel momento io ho immaginato solo che fosse il modello belloccio ingaggiato da qualche lungimirante responsabile del settore vendite per abbindolare il target che si sorbetta la fascia pomeridiana di Maria De Filippi senza quasi battere ciglio. Invece no, è proprio lui l’imprenditore, lui che si arruola volontario per la promozione sul piccolo schermo di una delle aziende di famiglia.

È dunque questa l’evoluzione del testimonial? Dal fondotinta alla matita sugli occhi, dai ravioli allo gnocco lesso, da coccodè a Coconudina? Questo, infatti, il nome della nuova linea di abbigliamento per bambine. Cosa si sta promettendo alle mamme che acquisteranno quei capi, uno stuolo di figlie smutandate prima ancora di entrare nella pubertà?

Sarò sincera, nel caso il bel Fabio ricopra anche il ruolo di copywriter ad interim lo sforzo di creatività in sé è apprezzabile (È figlio di un Antonio Esposito, un nome che è la risposta meridionale al Mario Rossi nazionale, un papabile vincitore del Festival dell’Omonimia) ma da addetta ai lavori mi convince poco. Vuoi metterci la faccia? Vabbuò Fabbiè; la testa però falla mettere a qualcun altro in famiglia.

Ma se ha la pelata, allora guardati le spalle.

 

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