Virgole: è il momento di fare il punto.

Virgole è il momento di fare il puntoMiei cari, torno adesso da un viaggio sensoriale incredibile e imponderabile. Ho abbandonato per alcune ore il mio corpo e mi sono addentrato in una selva di sensazioni mai provate prima. Ho smesso di essere una figura umana in tutto simile a un copywriter e mi sono trasformato in uno dei miei strumenti più preziosi, croce e delizia della mia prosa, nemesi e sodale del mio fluire verbale. Signori miei, io sono stato una virgola.

E sapete cosa vi dico? Essere una virgola è fico. No, sul serio. La gente (questo è chiaro ai più, ormai) sottovaluta il potere di questo piccolo segno curviforme, tanto sinuoso e flessuoso da far invidia alla mia curva lombare (che in effetti, non esistendo, prova invidia anche per un manico da scopa o un cuscino di ghisa, ma questa è un’altra storia). Nemmeno io credevo al potere della virgola, o almeno non ci credevo così tanto. Poi è successo un fatto curioso: mi sono coscenziosamente addormentato al lavoro e mi sono risvegliato virgola. E adesso vi racconto cosa ho fatto e cosa ho scoperto.

Ho esordito col botto. Sono stato la seconda virgola de “Il buono, il brutto, il cattivo” su Wikipedia. Non si stava male, la posizione era prestigiosa (in più, quando nessuno era connesso alla nostra pagina, Morricone raccontava barzellette in romanesco da sbellicarsi), ma sentivo di poter fare molto di più.

È lì che ho iniziato a pensare di riposizionarmi come virgola con scopi umanitari. Tanto per dirne una, con la mia sola presenza ho salvato la vita al nonno della frase “Let’s eat, grandpa!” Ma mica mi sono fermato lì.

All’ufficio anagrafe di un piccolo comune alle porte di Isernia ho sedato la furiosa lite tra due neo-genitori indecisi tra sei nomi (quattro maschili e due femminili, oltretutto) da dare al loro primogenito. Questa stessa azione ha altresì protetto il nuovo nato da prese per i fondelli bipartisan nei successivi anni della formazione, anche se non ha potuto evitargli una carta d’identità in A3. Ma pazienza, abbiamo salvato il salvabile.

Ho anche contribuito alla guarigione dall’asma di un logorroico cronico, senza clamori e senza star lì a menarla troppo, come il più arrogante dei punti esclamativi.

Sì, noi virgole siamo così. Un po’ low profile, amiamo fare il lavoro sporco, svolgere i compiti ingrati o comunque senza chissà quanta gloria.

Understatement: questo è il nostro mantra.

Qualche esempio? Una delle soddisfazioni più grandi l’ho avuta facendo la virgola di una lista della spesa. Nessuno badava a me, ma in fondo sapevo che, in mia assenza, il supermercato sarebbe stato pieno di gente, armata solo di pazienza e faccia perplessa, intenta a cercare peperoncini assorbenti e caffè adesivo per dentiera.

Noi virgole siamo versatili, ci adattiamo, andiamo lì dove c’è bisogno. Ne ho conosciuta una che, in un momento di difficoltà e crisi dell’azienda in cui lavorava, si è tirata su fin dove ha potuto e ha fatto l’apostrofo a progetto. Ora, non per volerlo sempre prendere di mira, ma vorrei vedere un punto esclamativo piegarsi alle esigenze di mercato e fare sei mesi di stage come punto interrogativo, senza neppure i buoni pasto.

Noi virgole abbiamo il cuore buono e la mente sveglia. Sappiamo quando dobbiamo intervenire, ma sappiamo anche quando farci gli affari nostri. Prendete soggetto e verbo, per esempio. Quando sono vicini vogliono stare tra loro, senza rotture, senza nessuno che si metta in mezzo. E noi li lasciamo fare. Pore stelle, hanno bisogno della loro intimità per dare un senso (compiuto) alla loro storia. Chi siamo noi per disturbarli? E non pensiate che si tratti di pigrizia. Non ci costerebbe proprio, nulla metterci in, giro sparse per, una frase giusto per far, vedere, che abbiamo voglia di, lavorare. Ma preferiamo non farlo, perché consapevoli del nostro ruolo da mediani della sintassi, guardasigilli del periodare, numi tutelari del buon italiano.

Essere una virgola comporta grandi responsabilità, credetemi. Io lo sono stato e so cosa significhi. Una virgola capisce, fraternizza, risolleva il morale. È una carezza fatta al foglio, una dolce pausa tra una frase e l’altra, come il cioccolatino mangiato subito dopo aver bevuto il caffè e immediatamente prima di entrare in riunione.

E se cercate una conclusione a questo racconto, sappiate che cercherete a lungo e invano. Noi virgole non siamo fatte per le uscite di scena spettacolari. Siamo gregarie, tiriamo la volata a ben più illustri protagonisti, abituati alle luci della ribalta sintattica. Siamo le maschere che ti guidano a prendere posto nel teatro della lingua, dove di scena ci sono i paroloni e le figure retoriche se va bene, anche se – ahimè – sempre più spesso anche loro sono scalzati da gretti e scurrili saltimbanchi, magari dialettali, e da pennelloni bellocci, ma privi di sostanza e verve: i punti esclamativi, ça va sans dire!

 

NB: per una corretta fruizione del testo, suggerisco l’ascolto di Bon Iver – Flume (Kulkid remix). Ulteriore giovamento possono darlo la foto della rovesciata di Djorkaeff durante un Inter-Roma della stagione 1997/1998 e una qualsiasi immagine che ritragga Gérard Depardieu (a patto che sia indicibilmente grasso).

 

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