La nobile arte del colloquio #2

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

roberto ottolino colloquio grande venerdìRoma [Il Ritorno]

Neanche il tempo di riprendermi dalla gaffe britannica, e già il giorno dopo è tempo di prendere parte alla seconda edizione del Grande Venerdì di Enzo, il megaraduno all’ultimo sangue organizzato dall’Art Directors Club Italiano  a Milano, Roma e Bologna in sincronia estrema. L’anno scorso ho disertato forzatamente, visto che in agenzia dubito avrebbero gradito, ma oggi per fortuna (o forse sarebbe meglio dire purtroppo) il problema non si pone. L’obiettivo, ambiziosissimo, è fare meglio di due anni fa (era ancora la Portfolio Night, e si svolgeva ancora solo a Milano), quando riuscii a fare 12 colloqui a fronte dei 3 previsti, chiudendo poi la serata in evidente stato di ebbrezza, brindando a Nero d’Avola con Lele Panzeri nella sala ormai semideserta e farfugliando poi frasi sconnesse auspicanti l’elezione di Pisapia a sindaco del capoluogo lombardo. Bei tempi.

Il segreto, in serate intensive come questa, è quello di frequentare con regolarità il buffet, sia perché i colloqui mettono fame, sia perché va a finire che bisogna raccontare dieci volte la stessa storia a dieci persone diverse e allora bevendoci su si diventa più spigliati ed esuberanti: in una parola, più ubriachi. Per questo, di norma, gli ultimi colloqui sono sempre i migliori. O almeno, mi sembra sempre che lo siano.

La giornata è, inizialmente, una sistematica successione di bestemmie: contro InDesign che si inceppa al momento di estrarre il sudatissimo pdf, contro il navigatore che si inventa improbabili svincoli sulla Cristoforo Colombo, contro il parcheggio che non si trova da nessuna parte di venerdì pomeriggio a San Lorenzo, quartiere verso il quale provo da sempre un odio autentico e genuino paragonabile solo a quello dei francesi per Materazzi. Eppure, appena mollata la Punto su una fermata d’autobus ritrovo il mio proverbiale aplomb, varco con passo deciso la soglia del Pastificio Cerere e mi imbatto in Alfredo Accatino, una delle figure cult della mia bacheca Facebook che, strano a dirsi, riesco a incontrare in carne e ossa per la prima volta solo oggi. Accanto a lui c’è Alessandro Canale, e il confronto ravvicinato pone finalmente soluzione a un interrogativo che mi pongo da tempo: il più alto tra i due, anche se di pochissimo, sembra essere proprio Canale.

Sbircio il programma per scoprire i direttori creativi che mi sono toccati in sorte: Assunta Squitieri, Alessandro Sciortino e Stefano Massari, che fa le veci di Ted. Ma siamo a Roma, si sa come vanno queste cose a Roma, il calendario salta praticamente subito e l’occasione diventa irresistibile per scavalcare con discrezione i giovani neodiplomati dello IED (e dire che abitualmente sono uno che non salta mai la fila, però quando è guerra è guerra). Stavolta il buffet è casareccio, e così invece di una boccia di vino rosso posso offrire a Marco Carnevale solo una proletaria Peroni ghiacciata; ma il momento è topico lo stesso.

Purtroppo non riesco a battere il record: a fine serata i colloqui saranno 8, anche se grazie alla mia proverbiale insistenza riesco a patteggiarne due extra che, per mancanza di tempo, rinviamo al Venerdì successivo. Prima o poi qualcuno mi denuncerà.

La serata  comunque è bella, fresca, allegra; le chiacchierate sono piacevoli, il portfolio sembra interessare un po’ a tutti, un paio di volte si arriva addirittura a sfiorare l’argomento soldi. Ma la parola d’ordine è pazienza: bisogna continuare ad averne tanta nell’attesa che si liberi qualche posizione che, in questo momento, nessuno ha. Per fortuna ci sono serate come questa, che aiutano.

(Continua)

Il pornfolio: l’appagamento dei doppi sensi.

Il pornfolio l'appagamento dei doppi sensiATTENZIONE – Per la particolare tipologia di argomenti trattati, la lettura di questo post è fortemente sconsigliata ai minori di anni 18.

Uno dei migliori e allo stesso tempo più insospettabili apici del copywriting viene toccato senza dubbio nei doppi sensi. Nove volte su dieci una volgare scurrilità degna di una caserma vietnamita degli anni ’60, il doppio senso riesce però a toccare nel decimo caso delle estatiche vette di sublime genialità pornoescatologica.

Quando ero al liceo ogni anno si organizzava il torneo di calcetto della scuola, una competizione scalcinata ma che veniva vissuta e celebrata con la sacralità mistica di una Coppa del Mondo d’annata. Al di là del gioco, l’aspetto che ho sempre trovato più affascinante erano i nomi che le squadre sceglievano per gareggiare, quasi sempre delle geniali storpiature di grandi club europei. Al fianco di alcuni giochi di parole decisamente innocui (PSV Andove, Deportivo La Calunnia, Real Suin) sono rimasti scolpiti nella memoria di un’intera generazione alcuni autentici capolavori di oscenità adolescenziale: il Porcellona, il Belfica, il Mherda Berlino e, soprattutto, il leggendario Sborussia Dortmund (che riuscì peraltro anche a laurearsi campione). Insomma, una roboante sarabanda di calembour fecalgenitali su cui Sigmund Freud avrebbe scritto con furore una decina di saggi.

Ma il vero, impareggiabile climax viene toccato dai titoli delle pellicole hard: parodie così sfacciate, nella loro eclatante volgarità, da rasentare il sublime. Quella che segue è la top ten dei film porno che sarei stato onorato di tenere a battesimo.

10 – Genitali in blue jeans. Semplice, elegante, straordinariamente oggettivo.
9 – A quel culo piace caldo. Incontestabile, sbarazzino, retrò.
8 – Il glande freddo. La potenza di una singola lettera.
7 – Sette ani in Tibet. Esotico e immaginifico.
6 – Quattro matrimoni e un foro anale. Piccola variazione sul tema.
5 – Chi la dà lo aspetti. Non fa una piega (almeno non in senso metaforico).
4 – Altrimenti ci arrapiamo. Non dite poi che non eravate avvisati.
3 – Il silenzio degli impotenti. Scomodo ma reale, tocca un tema quotidiano.
2 – Io speriamo che me la chiavo. La forza di un insight universale.
1 – Qualcuno violò il suo buco del culo. Ineccepibile nella metrica, sublime nel senso.

E questo è solo un piccolo assaggio. Mi chiedo spesso chi siano, che studi abbiano fatto e come trascorrano le loro giornate gli autori di questi geniali titoli. Chissà, magari anche loro quando vanno a fare dei colloqui si portano appresso il loro portfolio.

O meglio, il loro pornfolio.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...