Selfie, parola di Io.

selfie-oxford-dictionaries-word-of-the-yearL’autoscatto al tempo dei social diventa selfie. Il culto di se stessi esige nuove parole rituali.

Dal titolo di questo pezzo non potevate non aspettarvi un gioco di parole. Se riesco a riempire il carrello del supermercato è anche grazie alla confidenza con un linguaggio che rimodella i modi di dire e gli stereotipi linguistici. Che poi in questo caso io abbia scelto di lambire le alte sfere non è casuale. Oggi infatti il nostro dio è l’io. Lo dimostrano le tonnellate di autoscatti caricate nei social ogni giorno, ora, minuto.

La nuova definizione data a questo fenomeno di onanismo fotografico è appunto selfie. Il termine dell’anno appena archiviato è lui. Lo hanno decretato i redattori di The Oxford Dictionaries, tipi che sanno quel che fanno quando si tratta di parole, al sapere sconfinato dei quali si aggiunge l’intelligenza artificiale di algoritmi sguinzagliati a calcolare la frequenza con cui compaiono in rete determinate espressioni.

Autoscatto doveva essere rottamato. Suona vecchio, sa di esibizionismo da rotocalchi nascosti sotto il letto; odora di carta intrisa di umori trovata nei campetti di periferia. Selfie invece parla di Instagram, l’album condiviso delle Polaroid su cui non puoi lasciare le impronte dei polpastrelli; racconta di Facebook, lo specchio del nostro ego collettivo e delle legittime brame di Zuckerberg.

Selfie è carino,  giovane, immediato: ha tutto quello che piace alla rete. Inutile dire che non potremo  più farne a meno. Chi non lo userà resterà fuori dai giochi, a maggior ragione chi scrive per mestiere. Gli autoscatti dovremo chiamarli così, compresi quelli che stridono con questo vezzeggiativo da teenager iperconnessi: mi viene in mente chi si è fotografato scegliendo come sfondo il relitto di una nave da crociera naufragata pochi giorni prima, balena d’acciaio in agonia in un mare ancora percorso dall’ultimo respiro delle vittime.

L’autoritratto non è una novità. Penso ai tanti eseguiti da Vincent Van Gogh, che non credo pazzo, bensì tormentato e tenace autore di se stesso. Oppure alla tavola in cui Albrecht Dürer si rappresenta nella posizione tradizionale del Cristo, conservata all’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. O alla tela che Francis Bacon dedica a un se stesso deformato ma straordinariamente vero, esposta al Musée National d’Art Moderne di Parigi. O ancora al dipinto del Louvre in cui il Tintoretto raffigura la vecchiaia del proprio volto facendolo emergere vivido e spettrale dall’oscurità, metafora, forse, di uno spegnersi dell’esistenza terrena percepito ormai vicino.
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L’autoritratto però non è semplicemente uno specchio su cui riflettere la propria immagine, ma un mezzo per penetrare se stessi e restituire allo sguardo ciò che normalmente di sé non si vede: che sia di Robert Mapplethorpe o di Rembrandt il self portrait è indagine. Il selfie invece è reportage di un culto dell’io celebrato per inerzia, appeso a un istante che un attimo dopo avrà già perduto la sua ragione d’essere, da consumare subito perché poi verrà rapidamente inghiottito dai buchi neri del cosmo digitale.

Sia chiaro comunque che non intendo ergermi a censore. Mi fotografo e mi posto anch’io. La vanità 2.0 e il flusso di coscienza social a volte coincidono. Se siamo qui è perché vogliamo degli spettatori, negarlo sarebbe ipocrita. Il punto – essendo nato esattamente al centro degli anni sessanta – è che non potrò non sentirmi  un po’ giudicato dalle mie rughe quando prima o poi dirò: “Adesso mi faccio un selfie e lo metto su Instagram”.

Fonti immagini:
azfamily.com
autoritratti.wordpress.com

Il senso del copy per Instagram.

copywriter instagram

In principio era il verbo 
poi fu Instagram
e l’annosa questione, 
pari al dubbio dell’uovo e della gallina,
sulla supremazia dell’immagine rispetto alle parole
non ebbe più tribunale.

Le foto hanno vinto.

Certo, puoi condirle con testini striminziti e font di fortuna,
puoi abbellire ombrelloni a quadri,
porzioni di cielo e gonne plissé 
ma devi arrenderti.
 
Si fa prima a fotografar vittoria
che a scriver nike sulla sabbia.
 
Eppure, antitesi e rimedio,
quel quadrato angusto ospita sempre più
visioni da copywriter.
Uomini e donne che hanno votato tutti gli emisferi possibili
all’uso creativo e incondizionato della parola
capitolano dinnanzi all’evidenza,
immortalando scene che avrebbero narrato, forse meglio.
 
E mi torna in mente, come in un autoscatto con il flash, 
la Descriptive Cameraquell’incredibile invenzione
che tras
formava immagini in scontrini di frasi compiute.

Io ne vorrei, chiedendola a gran voce,
la sua versione app.

Inquadrare il mondo e poi vedermelo descritto
con le uniche parole che avrei deciso di usare
per dire di quell’immagine tutta lo scibile emotivo e razionale.
E poi scegliere, per eccesso di zelo, tra i filtri Salinger, Pasolini o Baricco 
al posto del Nashville, Sierra e Mayfair.
Ma se ancora non esiste forse ci sarà un motivo.
Appena lo trovo, lo immortalo.
In uno scatto. Promesso.
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