La nobile arte del colloquio #3

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

Stoccolma – La Fuga

Tutti abbiamo una seconda patria. Non è necessariamente un posto che si ama alla follia, anche perché generalmente uno non se la sceglie, se la ritrova e basta; proprio come la patria vera. La mia seconda patria è la Svezia, per il semplice motivo che mi ci sono ritrovato a studiare, in due momenti diversi della vita. Una cultura particolare, che ho imparato a conoscere abbastanza bene, senza cadere nelle trappole di molti connazionali che la ritengono l’anticamera snob del paradiso in terra, tanto da scambiare in modo ridicolo un omaggio al Belpaese per una presa per il culo di liceale memoria.

la nobile arte del colloquio

In realtà la Svezia di problemi ne ha eccome: basti pensare che appena sbarco all’aeroporto di Arlanda mi trovo di fronte in ogni angolo i quattro orridi faccioni degli ABBA, a cui è stato appena dedicato un museo nella centralissima Swedish Hall of Fame; per fare un paragone, è come se al Palazzo dei Congressi dell’EUR aprissero una mostra permanente sui Ricchi & Poveri. Un altro atroce problema che affligge Stoccolma è il costo della vita: grossomodo, qualsiasi cosa costa tra l’80% e il 150% in più che in Italia. Gli hotel hanno prezzi che a confronto il Burj al-Arab di Dubai pare un bed&breakfast di Usmate Velate, così, per la modica somma di 80 eurosacchi a notte, io che notoriamente sono un principino devo adattarmi a una cella di 4 metri quadrati scarsi, senza bagno e soprattutto senza finestre, in un ostello che pare Guantanamo, ma almeno è centrale (e fallo esse pure in periferia…).

Sono a Stoccolma per partecipare alla Portfolio Night, l’annuale megaraduno creativo organizzato in simultanea mondiale dall’Art Directors Club di New York. Sono a Stoccolma perché credo di conoscere abbastanza bene la forma mentis svedese da poter provare a lavorare anche lì, almeno un pochino. Sono a Stoccolma perché almeno un paio di volte l’anno ho bisogno di mettere il naso fuori di casa e vedere cosa fanno gli altri, invece che limitarmi a farmi prendere una crisi epilettica guardando le repliche di Carosello Reloaded sul sito della Rai (cosa che comunque faccio, ci mancherebbe).

Questo implica la necessità di tradurre quasi integralmente in inglese il portfolio, operazione che naturalmente svolgo nelle ultime due nottate a disposizione imprecando a intervalli regolari: credo di aver preso troppo alla lettera i Daft Punk quando fanno cantare ossessivamente a quell’impiastro di Pharrell We’re up all night to get lucky♫ (un refrain che il mio cervello, mio malgrado, ha eletto colonna sonora ufficiale del mio ultimo mese e mezzo di vita). Tradurre il portfolio è una specie di trip semiotico: bisogna depurarlo di tutti i giochi di parole intraducibili, gli stereotipi culturali incomprensibili, i cliché, le allusioni e i sottintesi. Ma la cosa più sorprendente è scoprire che alla fine si può salvare molto più del previsto, magari con l’aggiunta di una brevissima spiegazione, ed è esaltante rendersi conto che in fondo basta davvero poco per condividere un pezzo del tuo percorso professionale con alcuni sconosciuti che vivono a 3.000 km di distanza e se ne guardano bene dal parlare la tua lingua.

La location della serata è in un bellissimo palazzo di Gamla Stan, l’isola che corrisponde al centro storico di Stoccolma, dove ha sede l’agenzia ospite, che si chiama Amore (e come fai a non sentirti un po’ a casa?) L’organizzazione è impeccabile, quasi maniacale: alla registrazione ricevo tre eleganti badge compilati a mano, uno per uno, con i turni dei colloqui, una borsa piena di gadget e la maglietta dell’evento, di cui addirittura sono invitato gentilmente a scegliere la taglia che preferisco. Ci sono piramidi di birre, pile di kebab ordinatamente impacchettati e strane caramelle gommosissime e appiccicosissime, di quelle che se hai appena fatto un’otturazione sono cazzi amari. Siamo in pochi, una ventina appena, il che naturalmente è un vantaggio; il calendario è serrato, ogni colloquio dura 15 minuti secchi ed è scandito con attenzione da un vistoso conto alla rovescia. Insomma non ci sono molte occasioni per fare colloqui di rapina come a Roma: purtroppo gli svedesi amano le regole e amano rispettarle (salvo poi inventarsi cose come The Pirate Bay, ma questa è un’altra storia…).

Per lo più ci sono agenzie di graphic design puro, ma non mancano i nomi di spicco dell’advertising, e sono quasi tutti nella mia lista. Bisogna decodificare con attenzione i responsi, visto che gli svedesi sono tendenzialmente poco estroversi e molto propensi all’understatement, ma l’impressione è che anche lì sia periodo di vacche anoressiche: il gioviale spilungone di Great Works è l’unico che riesce ad arrivare all’ultima pagina, ride e mi dice di scrivergli, non si sa mai, magari una volta all’anno potrebbe avere un lavoro da girarmi (e gli svedesi, si sa, pagano bene): il barbuto di TBWA mantiene per tutto il tempo un aplomb glaciale,  tipo Fabio Grosso di fronte a Barthez, e poi dice ok, ma sono qui solo per dare un’occhiata; la rubiconda bionda di McCann approva e dice di scriverle, magari dopo l’estate esce fuori qualcosa.

All’ultimo acchiappo di straforo anche la bionda di DDB (le svedesi sono quasi tutte bionde di professione), ma è un finale amaro: ci mette cinque minuti per capire una headline che prima di lei altri venti direttori creativi di tre diverse nazionalità hanno capito in un secondo (altrimenti che headline è?), finché ammette sconsolata che soffre di sindrome da deficit di attenzione, e ci tiene infine a precisare che in ogni caso lei non conta una ceppa perché è solo una copy senior (dunque viene da chiedersi per quale assurdo motivo l’abbiano spedita a un evento del genere, povera donna). Esco, come sempre tra gli ultimi, che sono le dieci passate e c’è ancora un bel sole che sta per tramontare, e non posso fare a meno di pensare che comunque è stata una bella serata. E poi, se c’è una cosa che ho imparato nel tempo è che il nostro lavoro segue dei percorsi misteriosi, tortuosi, spesso imprevedibili.

Tornato nel bunker apro finalmente la goody bag e sbircio con calma il contenuto.

2013-05-23 10.15.30

C’è una montagna di roba strana: la brochure ufficiale dell’evento, un bloc-notes, una penna USB, uno stilo per tablet gentilmente donato da iStockphoto, due di quelle strane caramelle gommosissime e appiccicosissime (!), una scatola di mentine (!!), una busta di caffè solubile (!!!) e un pacco di preservativi (…).

E così, mentre prendo sonno, continuo a chiedermi come sia possibile che la mia salute sessuale stia più a cuore all’Art Directors Club di New York che a quello italiano.

(Continua)

La nobile arte del colloquio #2

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

roberto ottolino colloquio grande venerdìRoma [Il Ritorno]

Neanche il tempo di riprendermi dalla gaffe britannica, e già il giorno dopo è tempo di prendere parte alla seconda edizione del Grande Venerdì di Enzo, il megaraduno all’ultimo sangue organizzato dall’Art Directors Club Italiano  a Milano, Roma e Bologna in sincronia estrema. L’anno scorso ho disertato forzatamente, visto che in agenzia dubito avrebbero gradito, ma oggi per fortuna (o forse sarebbe meglio dire purtroppo) il problema non si pone. L’obiettivo, ambiziosissimo, è fare meglio di due anni fa (era ancora la Portfolio Night, e si svolgeva ancora solo a Milano), quando riuscii a fare 12 colloqui a fronte dei 3 previsti, chiudendo poi la serata in evidente stato di ebbrezza, brindando a Nero d’Avola con Lele Panzeri nella sala ormai semideserta e farfugliando poi frasi sconnesse auspicanti l’elezione di Pisapia a sindaco del capoluogo lombardo. Bei tempi.

Il segreto, in serate intensive come questa, è quello di frequentare con regolarità il buffet, sia perché i colloqui mettono fame, sia perché va a finire che bisogna raccontare dieci volte la stessa storia a dieci persone diverse e allora bevendoci su si diventa più spigliati ed esuberanti: in una parola, più ubriachi. Per questo, di norma, gli ultimi colloqui sono sempre i migliori. O almeno, mi sembra sempre che lo siano.

La giornata è, inizialmente, una sistematica successione di bestemmie: contro InDesign che si inceppa al momento di estrarre il sudatissimo pdf, contro il navigatore che si inventa improbabili svincoli sulla Cristoforo Colombo, contro il parcheggio che non si trova da nessuna parte di venerdì pomeriggio a San Lorenzo, quartiere verso il quale provo da sempre un odio autentico e genuino paragonabile solo a quello dei francesi per Materazzi. Eppure, appena mollata la Punto su una fermata d’autobus ritrovo il mio proverbiale aplomb, varco con passo deciso la soglia del Pastificio Cerere e mi imbatto in Alfredo Accatino, una delle figure cult della mia bacheca Facebook che, strano a dirsi, riesco a incontrare in carne e ossa per la prima volta solo oggi. Accanto a lui c’è Alessandro Canale, e il confronto ravvicinato pone finalmente soluzione a un interrogativo che mi pongo da tempo: il più alto tra i due, anche se di pochissimo, sembra essere proprio Canale.

Sbircio il programma per scoprire i direttori creativi che mi sono toccati in sorte: Assunta Squitieri, Alessandro Sciortino e Stefano Massari, che fa le veci di Ted. Ma siamo a Roma, si sa come vanno queste cose a Roma, il calendario salta praticamente subito e l’occasione diventa irresistibile per scavalcare con discrezione i giovani neodiplomati dello IED (e dire che abitualmente sono uno che non salta mai la fila, però quando è guerra è guerra). Stavolta il buffet è casareccio, e così invece di una boccia di vino rosso posso offrire a Marco Carnevale solo una proletaria Peroni ghiacciata; ma il momento è topico lo stesso.

Purtroppo non riesco a battere il record: a fine serata i colloqui saranno 8, anche se grazie alla mia proverbiale insistenza riesco a patteggiarne due extra che, per mancanza di tempo, rinviamo al Venerdì successivo. Prima o poi qualcuno mi denuncerà.

La serata  comunque è bella, fresca, allegra; le chiacchierate sono piacevoli, il portfolio sembra interessare un po’ a tutti, un paio di volte si arriva addirittura a sfiorare l’argomento soldi. Ma la parola d’ordine è pazienza: bisogna continuare ad averne tanta nell’attesa che si liberi qualche posizione che, in questo momento, nessuno ha. Per fortuna ci sono serate come questa, che aiutano.

(Continua)

La nobile arte del colloquio #1

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che a partire da oggi e per le prossime tre settimane offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

milano la cacciata colloquioMilano [La Cacciata]

Il percorso inizia per caso, e inizia a Milano (e dove sennò?): navigando pigramente sul web mi imbatto in un evento dal titolo bizzarro organizzato da LBi Italia: il classico speed-date per pubblicitari con 9 direttori creativi internazionali, da Londra a Dubai, da Amsterdam a New York. Lo scopo è evidentemente quello di cacciare i migliori giovani creativi italiani verso lidi più remunerativi: malgrado sappia perfettamente che la mia ragazza avrebbe numerose obiezioni riguardo a questa eventualità noto con piacere che quel giorno sarò a Milano da un cliente, che l’evento si svolgerà in pausa pranzo, che c’è ancora un posto disponibile e che soprattutto la partecipazione è assolutamente gratuita; e così, con pochi colpi di mouse ben assestati, mi registro.

Arrivo sfatto, sudato e stazzonato perché secondo il sito dell’ATM il percorso più rapido era senza dubbio andare a piedi (un km e mezzo…), schivo con eleganza il ragazzo del WWF che vuole convincermi a donare soldi alle specie in estinzione senza sapere che noi copywriter lo siamo (secondi solo agli strategic planner, d’accordo), faccio lo sborone sfoggiando alla reception il biglietto virtuale su Passbook e ritiro alfine il tagliando numero 57 stampato su vile carta patinata. Si tratta di uno speed-date in piena regola: due colloqui da cinque minuti l’uno, roba che a confronto la Portfolio Night pare il congresso del PD.

Il primo che mi tocca in sorte è un indiano, un gentilissimo Buddha con un pizzetto degno del miglior Alexi Lalas che, poveraccio, ha già visto una quindicina di persone e sta più lesso di me. Annuisce tutto il tempo mentre lo stordisco con le mie chiacchiere e parla solo una volta, per chiedermi quanti follower ho su Twitter. Il secondo, londinese, è se possibile ancora più gentile e a quanto pare resiste meglio allo tsunami di Keynote: fa domande, commenta, e ride anche, nel momento in cui avevo previsto che dovesse ridere. Insomma, non male considerando il tempo da me dedicato a preparare la presentazione, cioè cinque minuti in aereo (mi sono sempre vantato di essere un buon improvvisatore).

Mentre caracollo via, penso che sia cosa buona e giusta scrivere a entrambi due righe su LinkedIn per ringraziarli. Nel trambusto ho dimenticato di segnare i nomi, ma che importa? Mi ricordo benissimo che iniziavano entrambi per G: recupero facilmente le generalità sulla pagina dell’evento, e il gioco è fatto. Per curiosità riguardo la lista dei direttori creativi, gente bella cazzuta, e a quel punto faccio una scoperta agghiacciante: i londinesi nell’elenco sono due. E tutti e due hanno il nome che inizia per G.

Il dubbio inizia a farsi strada. Riapro LinkedIn, controllo la foto del primo: sembra proprio lui.

Controllo la foto del secondo: pure. Due gocce d’acqua. Hanno pure la stessa identica camicia a quadretti da boscaiolo dell’Ontario.

Li confronto forsennatamente una decina di volte, senza venirne a capo, anche perché le foto non sono proprio dei primissimi piani. Dopo una rapida ma accurata analisi delle conseguenze, decido di scrivere anche al secondo.

Lo stesso identico messaggio.

E quindi mi immagino da giorni la faccia di questo povero direttore creativo londinese che si è visto comparire su LinkedIn la mia faccia da cazzo che lo ringraziava per un colloquio che non è mai avvenuto.

La morale, insomma, è che a volte due parole valgono molto più di un’immagine.

(Continua)

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