Dimmi chi sei, copywriter!

Dimmi chi sei copywriter“Dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei.”

Se sei un copywriter, questa legge è tanto vera per te quanto falsa per gli altri. Perché se il tuo lavoro è quello di scrivere, e lo fai tutti i giorni, sai cosa comporta: distrarti per un errore di battitura mentre leggi il tuo libro preferito, comprendere le leggi economiche soprattutto con le metafore, meravigliarti e incazzarti ma mai con i punti esclamativi e mandare all’aria intere relazioni per colpa dell’imprecisione sintattica dell’altro.

Questo lavoro dice tanto di te ma, ahimè, non dice nulla agli altri. Quando qualcuno ti chiede che lavoro fai, quel qualcuno è nel 90% dei casi estraneo al mondo della comunicazione e incredibilmente disinteressato finché non lo spiazzi con un una semplice risposta: copywriter. La parola che porta subbuglio e confusione laddove ci si aspetta insegnante, estetista, ragioniere e persino lo slancio più creativo condurrebbe solo fino a designer, architetto e puericultrice (non eccezionale di per sé, ma dal suono assolutamente autoritario). Copywriter, la professione che ti rende enigmatico e misterioso. Quel suono che fa sgranare gli occhi di meraviglia e confusione mentre si aprono scenari al limite della credibilità persino per te, copywriter.

Ti definisci copywriter e il tuo interlocutore si trasforma in un detective sulla scena del crimine. Ossessionato dalla tua oscura figura professionale, cerca invano di identificarti (come passa le sue giornate? Chi lavora con lui? Quante persone sono coinvolte? Ci sono testimoni?). Inutile fornirgli l’identikit completo di esempi: non ci crederà. Cercherà le prove (scrivere? Per la pubblicità?!) e non crederà a nessuno dei tuoi alibi (ti pagano?), sicuro che possiedi un conto alle Cayman e sei deciso a depistarlo (confessa!).

Preso dallo sconforto, inizierà ad attribuirti lavori a partire da diverse supposizioni.
La prima si basa sulla parola “agenzia”: sei responsabile di un’agenzia…di viaggi. Una delle mie coinquiline è stata convinta per mesi che pianificassi tour in Europa. Poteva andarmi peggio, vista l’esistenza delle agenzie interinali, di cambio e funebri.
L’altra incomprensione si basa su due elementi: il fatto che copywriter non abbia un corrispettivo italiano e che comprenda una w. Gli indizi parlano chiaro: lavori sul web, probabilmente “una di quelle nuove professioni con il computer”, come dicono le nonne.
La terza, invece, si basa sull’assonanza copywriter/copyright. Quest’ultima intuizione ti dona un’allure giuridica che comporta rispetto, ammirazione e considerazione. È chiaro che si tratta di incomprensione.
Segnalo, tra gli altri, il caso della signora spagnola che ha controllato sul dizionario d’inglese l’effettiva esistenza della parola copywriter pensando l’avessi inventata io. Mi ha donato un quarto elemento che non avevo considerato affatto: l’incredulità.
Da quando hanno inventato Mad Men, qualcuno capisce al volo. Ma, la suo “wow, sei Peggy Olson” non mi resta che fare spallucce e pensare che almeno guarda bellissime serie TV.
Inutile anche tentare di fartelo scrivere sulla carta d’identità. Al massimo puoi essere studente, scienziato della comunicazione o laureata di professione. Ma questa è un’altra storia.

Ora, assodato che un copywriter sia un portatore sano di stupore e che io frequenti persone davvero strane, la domanda è: succede anche a te?

Copywriting e pendolari: parole a vagonate.

copywriter e pendolariCopywriting e pendolari. Di parole da dire ce ne sarebbero a vagonate. Il mio post precedente parlava di copywriting e batteria. Lo concludevo scrivendo che mi sarebbe piaciuto fare del copydrumming. Tanto per abusare un altro po’ del suffisso -ing, in relazione al fatto che per recarmi a svolgere il mio lavoro di copywriter prendo tutti i giorni il treno, potrei coniare ora il termine copytraining, ma trattasi di neologismo non pertinente, poiché credo potrebbe significare qualcosa tipo “training per copywriter”. Sì, d’accordo, un po’ di training autogeno, per non farsi sopraffare dalle intemperanze dei clienti, a volte ci starebbe, ma questa, come direbbe il noto giallista circondato di sagome, è un’altra storia.

Ritorno quindi sui binari, figurati e veri. Quelli su cui corre, perennemente in ritardo, il convoglio fatiscente, rumoroso e maleodorante su cui viaggio da parecchi anni. Cinquantasette chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Tratta a cavallo di due regioni, per la gioia di poter subire i disservizi di due compartimenti ferroviari. Degli scompartimenti invece non posso dire nulla perché non esistono più. Hanno lasciato il posto a open space su ruote in cui tutti stanno felicemente insardinati gli uni accanto agli altri, a volte seduti gli uni sopra gli altri per mancanza di posti liberi.

Presenze pressoché immancabili della mia quotidianità ferrata sono lavoratori,  studenti e americani della base aerea atterrata circa sessant’anni fa vicino al luogo in cui abito, questi ultimi eccitati all’andata dall’idea di visitare il prodigio millenario della città costruita sull’acqua e spompati al ritorno, col cappello da gondoliere in testa, per aver dovuto camminare ore scalando decine di ponti. Ah, dimenticavo di citare i passeggeri che, incuranti del fatto che devi mettere giù un centinaio di idee per una campagna pubblicitaria prima di arrivare in ufficio – il cliente ne ha fatto richiesta con due righe di brief meno comprensibili di una poesia dada alle diciotto e venti del giorno prima ed esige almeno dieci proposte per la mattina seguente – ti schiamazzano nelle orecchie le loro conversazioni.

Al copy pendolare, per non assecondare il desiderio di scaraventare i disturbatori fuori dal finestrino e trasformarsi così in un pendolare pendaglio da forca, non resta che battere in ritirata. Intendo nei servizi igienici: quelli dei treni tempo fa si chiamavano così. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Nella tranquillità del bagno, è risaputo, capita che vengano buone idee o, se non altro, può accadere che quelle da buttare nel cesso siano meno numerose di quanto il contesto farebbe supporre.

Dove voglio arrivare, oltre che a destinazione senza ritardi? A dire che appartenendo la “ritirata” alla categoria dei servizi igienici pubblici, è naturale che si venga colti dal desiderio di lasciare qualche parola impressa sulle sue pareti. Una volta, lo confesso, è successo anche a me. Cosa ho scritto? Ovvio: A COPYWRITER WAS HERE. Nella mia lunga carriera di pendolare posso dire dunque di avere scritto sia in treno sia, di fatto, “sul” treno. La cosa buffa è che alcune settimane dopo, nel rifugiarmi per l’ennesima volta nella toilette del mio “regionale veloce” (si chiama così, non è una mia definizione ironica), per combinazione sono finito proprio nella stessa “ritirata”. La mia frase era ancora lì, solo che qualcuno aveva cancellato il termine COPYWRITER per sostituirlo con COPRIWATER. Gli si può dare torto?

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Shape of my art.

shape of my artCon l’avvento simultaneo della banda larga, del surriscaldamento globale e (soprattutto) della riforma Fornero, ultimamente avvistare un copywriter in agenzia può essere difficile quanto imbattersi in un molosso di Gallagher nel fitto della foresta congolese. Anni di master e corsi di specializzazione vengono inflessibilmente abbattuti dalla stessa spietata legge di sopravvivenza che ha costretto gli strategic planner a tramutarsi in account executive, e soprattutto gli art director a mischiarsi con i graphic designer e i web designer per dare vita a una superspecie professionale che racchiuda il meglio di tutti: ideazione, esecuzione e produzione; ATL, BTL e Web; Photoshop, Illustrator e DreamWeaver, tutto in un unico professionista, tipo uno squalo volante con una corazza da armadillo.

Il problema del copywriter è che le sue possibilità evolutive sono pressoché nulle, perché sa usare un solo strumento. E non ne ha neanche l’esclusiva. L’account macina appuntamenti su appuntamenti, armato del suo inseparabile telefono. L’art impagina layout a raffica grazie alla sua tavoletta magica. Il copy scrive: ma tutti scrivono in agenzia. Scrivono gli account per stendere i brief, tra un appuntamento e l’altro; scrivono persino gli art (!) per descrivere le proposte, tra un .eps e l’altro.

Da un certo punto di vista, l’abilità principale del copy è una della abilità secondarie dei suoi altri colleghi: in caso di emergenza, un bravo art (talvolta persino un bravo account) può tirare fuori una bella headline o un buon naming; ma neanche il miglior copy dell’universo saprebbe mai impaginare qualcosa che sia degno di essere mandato in tipografia. Per questo il copy è ontologicamente una figura volatile, evanescente, con il rischio perenne di diventare improvvisamente superfluo. E per questo il rapporto numerico tra copy e art in agenzia certe volte ricorda quello tra donne e uomini in quei paesi del terzo mondo che applicano un rigoroso controllo delle nascite.

Quando entrai nella mia terza agenzia scoprii con sorpresa di essere (direttore creativo escluso) l’unico copywriter dell’agenzia. Questo implicò due cose: la prima è che ero di default il miglior copywriter dell’agenzia (♪ bonci-bonci-bo-bo-bom ♫); la seconda è che avrei lavorato su praticamente tutti i progetti. E quindi con tutti gli art. Otto, per la precisione.

Insomma, altro che coppia creativa. Il copywriter, oltre che volatile, è anche la specie di pubblicitario più poligamo che ci sia. Il che è abbastanza ovvio: se la velocità del pensiero è uguale per (quasi) tutti, il tempo di esecuzione (e di modifica) dell’art è dieci volte quello del copy. Il che mi ha svelato una grande, profonda verità, di cui non si parla nei libri scritti dai guru e che viene taciuta nei master dello IED o dell’Accademia di Comunicazione: il lavoro del copywriter non si esaurisce nello scrivere.

Una volta che l’ultima headline è stata approvata, l’ultima bodycopy è stata limata e gli ultimi dubbi dell’account sull’utilizzo dell’articolo “il” oppure “lo” prima della parola “pneumatico” sono stati adeguatamente aumentati rimandandolo all’apposita discussione sul forum dell’Accademia della Crusca per spingerlo a dichiarare “Va bene, fai come vuoi”, spetta all’art director risistemare il tutto. A questo punto, preciso compito del copywriter è quello di prestargli tutta l’assistenza psicologica e il supporto morale di cui mostri di aver bisogno.

Nell’anno che ho passato lì dentro ho cercato di fare del mio meglio: offrendo infiniti caffè (talvolta non richiesti) a mezzo reparto creativo come se una violentissima carestia avesse appena colpito tutte le piantagioni brasiliane di coffea arabica; scovando tutte le uscite editoriali sui cinquant’anni dei Beatles per la mia collega malata dei Fab Four; sommergendo di Duplo e altre zozzerie la mia art preferita ogni volta che le e-mail di debriefing sembravano scritte da Thomas Beckett invece che da un responsabile marketing. Poi, quando l’avvento simultaneo della banda larga, del surriscaldamento globale e (soprattutto) della riforma Fornero ha colpito me, prima di andare via mi sono premurato di lasciarle un sacchetto pieno di Duplo nell’armadietto della scrivania. Una scorta per i momenti difficili.

Mi chiedo spesso se chi è arrivato dopo di me faccia parte della stessa specie: un volatile poligamo, ma premuroso.

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Caro copywriter, dicci di te.

copywriter dicci di teMa cos’è il copytelling?

Digito su wordreference la parola telling. Primo risultato: (adj.) espressivo, significativo. Bene dai, penso: il copywriter, in fondo, spesso produce copie, repliche di qualcosa che c’è già (nulla di nuovo sotto il sole), ma lo fa in modo efficace, significativo. Quindi la prima definizione di quello che si può considerare un neologismo, copytelling appunto, riflette a pennello la vera anima del copywriter.

Ma andiamo oltre. Va tanto di moda lo storytelling. Oh se va di moda! La scoperta dell’acqua calda. Pare, infatti, che da qualche tempo le persone amino ascoltare storie, sentirsela raccontare, insomma. Anche i prodotti, anche le aziende. Furbi ‘sti pubblicitari! Credo che i copywriter nel trend ci sguazzino: cosa c’è di meglio per chi ama le parole di metterle in sequenze telling-oriented piuttosto che marketing-oriented?

Ma veniamo a noi: il copytelling, nell’accezione che qui interessa di più, è un invito a tutti i copywriter di tirare fuori dalle loro parole pezzetti di sé, vomitare storie, comporre la ballata della propria vita. E per vita intendo: lavoro, amore, morte, miracoli. Copywriter, siate finalmente copytelling: riproducete voi stessi in modo efficace, espressivo.

Volete una reason why? Ne ho più di una: siete fra amici e colleghi, può servirvi da esca per potenziali clienti, è terapeutico e liberatorio. Ah, e gli account suono fuori dal gioco. Vi basta?

 

 

Piuttosto che cosa?

Piuttosto che cosaIl “piuttosto che” in senso disgiuntivo: distruzioni per l’uso.

Se non fossi stato corrotto dal moderno benessere e dall’istruzione, se fossi nato nel 35 d.C., anno di nascita di Quintiliano, padre della retorica, andrei a cercare chi per primo si è messo a utilizzare “piuttosto che” in senso disgiuntivo per sfidarlo a un incontro di pancrazio.

Niente paura, non voglio ergermi a pretoriano della parola, solo combattere questo nuovo fenomeno linguistico perché mi crea problemi di comprensione. Lo confesso, non capisco più cosa intende dire chi pronuncia “piuttosto che”. Sono arrivato ai trent’anni che esprimeva ancora una comparazione, nei successivi tre lustri circa ho assistito alla sua trasformazione in un sinonimo di “oppure”.

La mia conflittualità col “piuttosto che” usato in senso disgiuntivo non è comunque solo di natura linguistica, ma anche personale: forse lo invidio perché ha successo, perché è riuscito a imporsi con una capacità di diffusione e una rapidità impressionanti. Ha cominciato come beniamino dei manager delle grandi città da bere, per conquistare in breve tempo anche quelli delle piccole città da bevitori, tipo quella in cui vivo. Il terziario avanzato, in particolare, lo ha eletto a proprio segno identificativo, blasone di un presunto superpotere lessicale di cui fregiarsi, sfregiando la sintassi, in ogni occasione.

Il “piuttosto che” usato in senso disgiuntivo ha poi sedotto i mezzi di informazione, stampa compresa. Non mi stupirei se fosse entrato in uso anche nei fumetti. Se andassero ancora forte quelli vietati ai minori, probabilmente se lo ritroverebbe in bocca anche la protagonista del celeberrimo Sukia: più che probabilmente, visto  il nome. Addirittura i giornalisti col logo della presunta intelligenza catodica l’hanno fatto proprio, compresa la donna in posa col cognome teutonico: qualche giorno fa in tv ho sentito e visto un “piuttosto che” utilizzato in senso disgiuntivo uscire dalle sue gigantesche labbra finte, degne di un’opera di Jeff Koons.

Per concludere, mi auguro che il “piuttosto che” si ribelli e si riappropri dell’originario significato comparativo. Lo farà? Non lo farà? Io propendo per la prima possibilità. Non dimentichiamo che è un tipo tosto, anzi, di più.

Oggi sciopero!

Finti testi o vere rivendicazioni?

copywriter in sciopero

Agli scioperi sono abituato. Mi riferisco a quelli altrui ovviamente. In quanto lavoratore autonomo non mi è consentito rivendicare alcunché. Come categoria, nel Belpaese, che non è solo un formaggio con la faccia dell’abate Stoppani, ma anche l’Italia, io non esisto. Non approfondisco.

Agli scioperi dei treni, essendo pendolare, sono abbonato. A quelli degli sceneggiatori di Hollywood, se non ne avessi visto sfilare uno coi miei occhi in televisione, non avrei mai potuto credere. Giravano con dei cartelli che riportavano scritto qualcosa. Non ho fatto in tempo a capire cosa.

Davanti allo spettacolo di quelli che scrivono per il cinema ammutinati per protesta, non ho potuto non cedere alla tentazione di immaginare quale forma potrebbe assumere uno sciopero dei copywriter. Data la professione non mancherebbero gli slogan; la stampa verrebbe inondata di comunicati; i social network verrebbero tempestati di post; i blog finirebbero per essere intasati di contenuti verbali e visivi di ogni sorta.

Ma cosa immaginare per colpire? Cosa ordire per stupire? Cosa scrivere per far restare la gente senza parole? Slogan da far impaurire perfino Hulk Hogan? Comunicati da scomunicati? Post da spostati? I copy diranno: “Di roba così ne abbiamo i cassetti pieni, è tutto quello che non ci approvano, praticamente il novanta per cento di quello che ideiamo”. Gli credo. Ma non basterebbe.

Bisognerebbe andare veramente oltre. Durante lo sciopero non si lavora, giusto? Per chi lavora scrivendo sarebbe quindi più efficace, più significativo, comunicare le proprie rivendicazioni facendo così:

Testo dello slogan:

LOREM IPSUM!

Testo del comunicato stampa:

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Testo post per Facebook:

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Testo post per Twitter:

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Testo post per i blog:

Quello che state terminando di leggere proprio ora.

Per concludere, non prendetevela troppo quando qualcuno modifica immotivatamente i vostri testi. Non mettetevi subito in sciopero. Pensate a cosa hanno fatto a Cicerone, estrapolando a caso delle parti dal suo De finibus malorum et bonorum e storpiandone la maggior parte delle parole per trasformarlo nel più celebre finto testo della storia. Era un verboso rompiballe ma un affronto del genere non se lo meritava.

C’è modo e modo.

c'è modo e modo il condizionaleIl condizionale: usare con cautela.

Oggi ci si lamenta spesso del fatto che nessuno sappia più usare il modo congiuntivo. Oltre a questo si dovrebbe protestare anche per l’uso improprio, massiccio e spudorato del condizionale.

Tale brutta abitudine è molto in voga in tutti gli ambienti di lavoro, in cui per forza di cose manca quella confidenza familiare, tipica per esempio di una mamma che urla al figlioletto adolescente “Metti in ordine quel porcile!” Si preferisce invece fare il giro largo usando frasi del tipo “Io metterei in ordine la cameretta…”

Le agenzie di comunicazione non sono immuni dalla “condizionalite”, una sindrome molto contagiosa e dai risvolti irritanti. In genere copywriter, art e grafici si salvano. Il creativo è un animale abituato a parlare chiaro, del genere soggetto-predicato-complemento, con meno relative possibile e la principale bene in vista. Nonostante sia vessato da e-mail che cominciano con la minuscola, spesso e volentieri senza punteggiatura, con qualche refuso e ovviamente anglicismi a ripetizione, cerca di resistere.

Se però c’è una cosa che lo fa imbestialire sono gli imperativi camuffati da condizionali. Soprattutto quando il capo, l’account, il cliente o qualsiasi altra creatura marketing-oriented di turno si appollaia sulla sua spalla a mo’ di avvoltoio e comincia a elargire i suoi preziosissimi consigli:

– Io farei un’illustrazione…

– Io userei un font a bastone…

– Io scriverei in un altro modo…

“E fallo! Oppure chiama qualcuno che te lo fa e non rompere. Io faccio così!”

Ecco cosa significa in realtà il grugnito che emette l’art o il copy, che per quieto vivere tace. Alla fine di ogni frase con condizionale incorporato ci mettono anche i puntini di sospensione, per rendere l’effetto ancora più odioso. Lo so, se ce lo dicono a voce non si vedono, ma sono sicura che ci sono.

Un capolavoro che mi è capitato di ricevere via email da un cliente qualche anno fa è il seguente tripudio di condizionali:

“Ti chiederei di sostituire nel titolo i due punti alla virgola. Poi ti chiederei di fare un elenco puntato dei plus e alla fine aggiungerei che le immagini sono puramente indicative…”

“Benissimo, quando me lo chiederai, sarò felicissima di farlo.” Avrei tanto voluto rispondere.

Ho scoperto di recente, che chi usa il condizionale per impartire un ordine è in realtà convinto di utilizzare una forma gentile, blanda, “soft”, per evitare di usare un imperativo che suonerebbe maleducato e rude. Niente di più sbagliato. Il condizionale, per la maggior parte delle volte, suona arrogante, saccente e vi trasforma automaticamente nella “signorina sottutto”, anche se siete maschi. Quel che è peggio, il tutto va a scapito della chiarezza e di un lavoro ben fatto:

  • uno, perché il vostro interlocutore è troppo impegnato a pensare che vi odia per portare a termine un lavoro decente,
  • due, perché alla fine, stringi stringi, non si capisce mai cosa volete.

Il mio nome è Nessuno.

il mio nome è nessuno“I testi non li legge nessuno”.

La madre di tutte le frasi irritanti è lei.  Oltretutto, a voler essere pedanti, andrebbe riformulata più correttamente, per quanto  arcaicamente, dicendo “i testi non vengono letti da alcuno”. La doppia negazione infatti, a rigor di termini, produce un’asserzione. Come in algebra, dove meno moltiplicato per meno fa più. Ancora più esecrabile dunque chi se la mette in bocca.

Io, che sono un nessuno, i testi li leggo. Essere nessuno mi appaga, al punto che, all’atto di presentarmi alle persone, mi piacerebbe esordire dicendo “Il mio nome è nessuno”. È vero, motivare ai miei interlocutori questa affermazione mi costringerebbe a dilungarmi così tanto che fare ritorno al punto di partenza diventerebbe un’odissea, ma è proprio lì che voglio arrivare, a Ulisse.

“Il mio nome è Nessuno: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni”, rispose il reduce dalla guerra di Troia a Polifemo che gli aveva domandato, pregustando il momento in cui lo avrebbe divorato, quale fosse il suo nome. “Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima…” replicò il ciclope monocolo, senza accorgersi di essere stato beffato da un ingegnoso gioco di parole. Un gioco di parole con cui Ulisse si salvò la vita. Per poi toglierla al gigante in modo efferato. Gli amanti del genere pulp potranno approfondire come leggendo Omero, Odissea, LIbro IX, vv. 380-390 e dando un’occhiata alle tante raffigurazioni in tema che traboccano dai vasi antichi.

Insomma, Ulisse si salvò grazie a un gioco di parole. Un po’ come quelli con cui sbarcano il lunario i copy; assieme a un’altra quantità di roba scritta, per elaborare la quale non basta il guizzo, ma bisogna farsi il mazzo. Che poi a qualcuno piaccia recitare la trita filastrocca secondo la quale i testi pubblicitari non vengono letti da nessuno è secondario. L’importante è avere la consapevolezza che essere nessuno non è da tutti.

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Lo storytelling a Napoli.

Lo storytelling a NapoliTeoria e applicazioni pratiche

Liberamente tratto da Wikipedia:

Storytelling è una metodologia e disciplina che usando i principi della retorica e della narratologia crea racconti influenzanti in cui vari pubblici possono riconoscersi. Lo storytelling è oggi massicciamente usato dal mondo dell’impresa, dal mondo politico, e da quello economico. Si parla anche di storytelling management per promuovere e posizionare meglio valori, idee, iniziative, prodotti, consumi. (…) Il successo di questa disciplina è determinato dal fatto che il racconto è una forma di comunicazione naturale e intuitiva, capace di coinvolgere le persone.”

Quando ho sentito per la prima volta questo termine, qualcosa si è risvegliato nella mia memoria. A Napoli, in Pignasecca, un quartiere di mercato molto popolare, c’è un’intera famiglia che si mantiene con un’enorme bancarella. Non vendono un prodotto in particolare. Il prodotto cambia a seconda della stagione. Così ad esempio d’estate vendono costumi da bagno, asciugamani, accessori per la spiaggia, eccetera. Ogni volta il “titolare” lancia la sua campagna pubblicitaria e non avendo a disposizione tv, stampa e affissione, lo fa con l’unico mezzo gratuito di cui dispone: la voce, usata a volumi inumani.

Facciamo un esempio pratico.

Prodotto: borse da mare.

La narrazione, tutta rigorosamente urlata, prospetta al target, cioè ai passanti che non possono effettivamente fare a meno di ascoltare, la peggiore situazione possibile, lesiva della stessa dignità di essere umano qualora il prodotto in oggetto non venisse acquistato. Una sorta di negative approach molto maccheronico.

“Accattatev’ ‘a borz! Sinnò cumm’ facit’? Jat’ ‘o mar’ c’asciugaman’ sott’ ‘o bracc’? Ch’ figur’ ‘e ‘mmerd!”

(trad: Compratevi la borsa, altrimenti come fate? Andate al mare con il telo sotto il braccio? Che brutta figura!)

La proiezione mentale di se stessi in spiaggia senza l’indispensabile accessorio in cui tenere portafogli, cellulare e teli, appare nitida, così come tutto il disagio oggettivo che questo provoca. Alcuni cominciano a sudare. A quel punto non comprare la borsa, anche se è veramente orrenda, è praticamente impossibile.

E questo, cari 25 lettori, è lo storytelling.

 

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