Frosinone Culone: la storia, il mito, gli eroi.

Allontana Pugnitopo

Il tormentone di Frosinone.

A molti non sarà sfuggito l’ultimo, scoppiettante trend del mondo social: Frosinone Culone!

Ma in cosa consiste esattamente? Si invia un messaggio privato alla pagina ufficiale di un brand (meglio se si tratta di un’associazione sportiva, meglio ancora se di una squadra di calcio) e si chiede se si tratti della pagina ufficiale. Alla risposta affermativa, si risponde di getto “Frosinone Culone!”, e poi via ad arricchire la collezione personale di screenshot.

Il gesto goliardico, è intuibile, è partito dalla pagina del Frosinone Calcio, complice il recente esordio dei ciociari nella massima divisione calcistica nostrana.

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In breve tempo, tuttavia, il fenomeno si è esteso ad altre squadre, fino a lambire pagine che col calcio non hanno davvero nulla a che vedere.

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Ma perché tutta questa insistenza? Basta un rapido sguardo alla classifica per verificare come la stagione del Frosinone sia stata finora decisamente deludente: a tutt’oggi (venticinquesima giornata) 6 vittorie, 4 pareggi, 22 punti appena, per una terzultima posizione che non lascia presagire nulla di buono. Né il club frusinate sembra essersi macchiato di immeritati colpi di fortuna durante gli incontri con i team dei piani alti, tali da poter indirettamente condizionare l’esito del campionato. Da dove ha origine allora questo tormentone? Chi è stato il primo a pronunciare le due fatidiche parole?

La partita del secolo.

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un salto indietro di ben 22 anni per rivivere le gesta di due straordinari eroi. Grazie all’impareggiabile Wikipedia conosciamo anche la data esatta: il 24 Aprile del 1994. È la terzultima giornata del Girone G del Campionato Nazionale Dilettanti, e sul campo del Frosinone la capolista Giulianova è attesa dallo scontro diretto con la seconda in classifica. Gli abruzzesi vantano due lunghezze di vantaggio sui laziali, dunque con una vittoria chiuderebbero virtualmente il discorso qualificazione, guadagnandosi il meritato ritorno in Serie C2. Un pareggio andrebbe comunque bene, poiché lascerebbe invariate le distanze. Ma la sconfitta complicherebbe drammaticamente la situazione, poiché garantirebbe il sorpasso ciociaro, condannando il Giulianova a non essere più unico arbitro del proprio destino.

In campo la sfida è vibrante. I padroni di casa fanno sul serio, e si portano in vantaggio al 12′ con un colpo vincente di Pesacane. La replica giuliese non si fa attendere molto: al 35′ arriva il pareggio di Minuti. Ma dopo pochi minuti la situazione si complica nuovamente: al 40′ viene espulso Di Bari. Il Giulianova soffre l’inferiorità numerica, e al quarto d’ora della ripresa il Frosinone torna a colpire: è Russo che al 61′ insacca per i padroni di casa. I giallorossi precipitano di nuovo nell’incubo.

Sugli spalti c’è un uomo che soffre più degli altri. Vive l’angoscia fino in fondo, e la racconta con la sua inimitabile voce. Quell’uomo è il nostro primo eroe. Quell’uomo è il radiocronista del Giulianova. Quell’uomo è Francesco Marcozzi.

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Il nostro geme, sbraita, impreca come solo un vero tifoso potrebbe fare. La sua radiocronaca è talmente sentita che un tifoso la registra e la monta su una ripresa amatoriale del match. Il video finisce sul tavolo della Gialappa’s Band, e in breve tempo si trasforma in uno dei servizi cult nella storia di Mai Dire Gol, citato a memoria negli anni da ogni vero amante del calcio italiano: un buon esempio di quel viral pre-internettiano che ha indubbiamente trovato nel Magnotta la sua vetta più cristallina (ma questa è un’altra storia).

https://www.youtube.com/watch?v=MILUzh7p8Kg

Vale senz’altro la pena di riportare la trascrizione dei momenti salienti della radiocronaca:

“Allontana Pugnitopo! L’11 in fuorigioco! ASINOOOOO! Attenzione pericolo! FUORIGIOCO! Era fuorigioco, il guardalinee non vede… FUORIGIOCOOOOO!!! Un ingapace, un ingapace… […]
Carabinieri, Polizia, arrestate il guardalinee! RAI, RAI, il guardalinee! Intervistate il guardalinee![…]
Parisi, traversone, in area, c’è Di Vincenzo, di testa… La palla va fuori, è punizione dice l’arbitro! […]
C’era stato un fallo, io l’ho visto, ma c’ha fatto l’arbitro? CORNUTI! Allora, stavamo parlando, come avete potuto capire dall’aggettivo, del guardalinee… […]
Ecco che si batte, tiro, TIRO, GO…PALOOOOO! PALO!!! Palo a portiere battuto, secondo una jella scarogna di tutti i colori! La difesa del Frosinone è stata fortunata, il portiere culone! […]
Vero, è stato fortunato il portiere? Frosinone culone! FROSINONE CULONE! MANNAGGIA LA M******!”

Ecco dunque svelata l’origine del mito: un palo a portiere battuto, che unito all’arbitraggio ostile condanna il Giulianova alla resa (l’arbitro, per la cronaca, era Ayroldi di Molfetta, in seguito illustre fischietto nella massima divisione). Ma è davvero tutto finito? C’è ancora tempo per un ultimo, disperato assalto.

In campo c’è un giocatore che ha disputato una partita esemplare, fatta di sacrificio e sudore. Marcozzi l’ha citato solo di striscio, ma basta un attimo per passare alla storia. Quell’uomo è il secondo eroe della giornata. Quell’uomo allo scoccare del 90′ segna il gol dell’incredibile pareggio. Quell’uomo è Sauro Pugnitopo.

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L’importanza di chiamarsi Pugnitopo.

È una vera beffa che alla storia non sia stata consegnata la registrazione del liberatorio urlo con cui l’incredulo Marcozzi avrà con tutta probabilità accolto il salvifico pareggio. Ciononostante, il granitico “Allontana Pugnitopo!” con cui si apre il frammento di telecronaca è bastato per scolpire il suo inconfondibile nome nella leggenda più autentica.

Ma chi era Sauro Pugnitopo? Grazie all’inestimabile lavoro di ricerca storiografica dell’equipe di TuttoCalciatori, possiamo ricostruirne le gesta.

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Roccioso stopper, Sauro Pugnitopo nasce a Gubbio il 23 Novembre 1967.
1 metro e 89 per 78 chili, muove i primi passi proprio nel club umbro, ma dopo sei stagioni arriva la svolta: l’ingaggio del Giulianova coincide con una felice ascesa, dai Dilettanti fino alle vette della C1. Tre reti appena con gli abruzzesi, ma pesantissime: una in particolare, la nostra, si rivela decisiva. Perché il Giulianova pareggia l’incontro, mantiene il Frosinone a distanza e chiude il girone al primo posto, centrando una fondamentale promozione. Due anni dopo la storia si ripete: dalla C1 alla C2, davanti c’è ancora lo spauracchio frusinate. Pugnitopo quella volta non segna, ma con le sue 33 presenze stagionali si conferma una delle colonne della squadra. Il finale di carriera si rivela meno emozionante ma dignitoso: c’è tempo anche per un ritorno nella natìa Gubbio. Il nostro chiude con 415 presenze, 8 reti e due strepitose promozioni conquistate sul campo.

Su Pugnitopo, incredibilmente, si è detto e scritto molto più di quanto si potrebbe pensare. Tra il nome arzigogolato, il leggendario pareggio e l’immortale invito ad allontanare ce n’è abbastanza perché al nostro siano state dedicate pagine Facebook, meme e persino magliette. Sul sito keepcalm-o-matic.co.uk, per esempio, è possibile acquistare questa meravigliosa t-shirt (sì, ovviamente io l’ho fatto):

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Il punto è che Pugnitopo rappresenta il bene. È colui che, “allontanando” il male, riesce a sconfiggere il nemico più temibile: il Frosinone Culone. Ecco perché i bravi Community Manager sanno che è necessario chiamarlo in causa per rispondere come si deve.

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Perché Pugnitopo sa allontanare tutto. Anche i troll.

Come dovrebbero essere le gare

Il seguente decalogo è tratto dal libro “The Events Master” di Alfredo Accatino, col suo permesso naturalmente. Fa riferimento in particolare agli eventi, ma il discorso vale per qualsiasi gara.

Da quando l’ho letto (a pagina 22 per la precisione), ho sentito il bisogno di condividerlo. Secondo me dice tutto:

  1. Sviluppo e consegna di un brief scritto, chiaro e ben strutturato sotto il profilo strategico, meglio se trasmesso a voce, con possibilità di approfondire dubbi e temi o porre domande.
  2. Chiara indicazioni di budget, ma anche controllo su eventuali azioni di dumping di uno dei concorrenti.
  3. Invito rivolto a non più di tre o quattro agenzie di pari livello e caratteristiche, che dovrebbero essere informate sull’identità degli altri partecipanti.
  4. Inserimento della voce “progetto creativo” e cessione diritti del formulario.
  5. Condivisione tra tutti i partecipanti di tutte le informazioni successive e dei quesiti emersi in fase di sviluppo della gara.
  6. Assegnazione della gara entro un tempo concordato.
  7. Riconoscimento di un rimborso spese in caso di assegnazione della gara, ma di mancata esecuzione dell’evento
  8. Impegno alla massima riservatezza da parte delle agenzie su tutte le informazioni sensibili delle quali potrebbero venire a conoscenza.
  9. Impegno dell’azienda a non utilizzare idee e spunti creativi o di logistica presentati dalle agenzie che non si fossero viste assegnare la commessa.
  10. La possibilità di potere, una volta vinta la gara, essere confermati automaticamente l’anno successivo sulla medesima tipologia di evento, se il lavoro è stato ben eseguito e ha raggiunto un elevato livello di soddisfazione.

 

Il venditore di formaggini

Skype. Uno di qua, l’altro, anzi gli altri, al di là del mare.
“Ciao!”
“Ciao Luca!”
“Come va?”
“Bene”
“Senti, c’è qui a fianco il capo, facciamo due chiacchiere, ok?”
“Certo”
“Ti faccio parlare subito con lui dai”
“Ok, grazie”
Pausa. Troppo breve.

“Buonasera! Come sta?”
“Buongior…sera! Bene grazie”
“Senti, ti posso dare del tu?”
“Ma sìììììì, certo”
“Senti, Luca mi ha parlato di te…mi ha detto che di te si fida, che sei affidabile, che sei fidato
“Sì”
“Che con te ha già lavorato”
“Sì, collaboriamo da qualche mese”
“Senti, vorrei capire no…cioè…vorrei capire in che modo potresti essere utile all’azienda…come lo misuriamo?
Misuriamo?
“Beh, mi dice Luca che le servono i testi per il sito, e articoli, e Luca mi ha parlato anche di brochure, e…”
Luca, di’ qualcosa di…di…di’ qualcosa di pubblicitario.
“Ehhhhhh ma vedi, il punto è un altro, non so come può essere utile un copywriter! Noi non vendiamo mica formaggini, anche il linguaggio dev’essere diverso”
Sono un venditore di formaggini. “Il carretto passava e quell’uomo gridava formaggi”.
“Diverso”
“Ehhhhhh il linguaggio! Senti, ma tu te ne capisci del nostro settore?”
“Beh, mi documento, studio…anche Pirella, uno dei nostri pubblicitari più importanti, in un suo libro ha raccontato di aver letto manuali per l’infanzia quando doveva fare la campagna per Plasmon…”
Ok, hai fatto il figo, ti sei paragonato a Pirella e il tono era pure da stronzetto. Frega cazzi a lui poi del copywritermestieredarte.
“Ehhhhh Plasmon, sì, formaggini, certo. Senti, ma come la misuriamo la tua utilità?”
Misurare? Utilità?
“Perché a noi non è che serve un copywriter…serve più uno che faccia comunicazione
Il copywriter FA comunicazione, eh
“Vabbe’, sì, senti, vediamo poi eh? Intanto procedete col lavoro con Luca, poi vediamo eh? Vediamo
“Ok, sì, vediamo”
“A presto”
“Arrivederci”.
Arrivederci. Poi vediamo.

[photo credit: Formaggio a Parigi via photopin (license)]

Il presente che vorrei

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a volte ci si immagina cose
che non hanno nulla a che fare
con il proprio prodotto,
con il proprio lavoro,
con le richieste di tutta quella piramide che sovrasta
il tuo piccolo cervello di creativo.

ieri, forse, quando un’azienda
pensava di non poter guadagnare
nulla, con un’idea, la cestinava

oggi, mi piace pensare, che l’azienda
sia grande abbastanza da riconoscere
un valore sociale ai soldi che spende
e decidere di spenderli ugualmente.

sicuramente perché  il guadagno
ci sarà comunque. anche se non sempre
si tratta di soldi.

la comunicazione, il valore di marca,
pretendono oggi un coraggio, una lungimiranza,
una contemporaneità che sono certa non possa
che essere premiata.

e non solo a Cannes.

https://www.youtube.com/watch?v=CfWzeGlaFvI

Splendore e decadenza del soprannome romano.

Dei tanti aspetti che rendono così insopportabilmente impeccabile la romanità, quello del soprannome l’ho sempre ritenuto uno dei più notevoli. Di norma, il soprannome dovrebbe essere per definizione un aggettivo; persino la storia ci ha tramandato sequele di sovrani consacrati all’eternità da un attributo: Carlo il Calvo, Filippo il Buono, Pipino il Breve. Volendo svariare un po’, troviamo un Riccardo Cuor di Leone o un Giovanni Senza Terra, ma sono comunque epiteti assimilabili a un classico Achille Piè Veloce: una qualità comunemente riconosciuta, ma non assegnata ad personam.

A Roma no. A Roma è tutto diverso. A Roma è tutto più grande. A Roma, il soprannome è per definizione un sostantivo. Un sostantivo per giunta preceduto dal fondamentale articolo “Er”: in questo modo la qualità non è più solo attribuita in concessione, ma viene assolutizzata. Chi riceve il soprannome ne diventa il detentore esclusivo, l’unico interprete riconosciuto, autorizzato e accreditato. Il massimo e più autorevole esponente.

Esempio. Un vecchio ragioniere amico di famiglia, affabile e cordialissimo ma noto per la propria proverbiale lentezza operativa, è ormai comunemente identificato come Er Moviola. Capite la potenza? La grandezza? L’incisività? A Lumezzane o a Porto Sant’Elpidio sarebbe stato semplicemente il Lento. Ma lui non è il Lento. Lui è Er Moviola.

Altro esempio. Un mio carissimo amico, chitarrista sopraffino, ama talvolta definirsi Er Metafora: ciò deriva dal fatto che quando racconta fatti insoliti o divertenti dispone di un talento sontuoso nell’arricchire la narrazione con similitudini complesse ed elaborate ma nondimeno sempre pregnanti ed efficaci. Una volta ci raccontava accorato di due amici che malgrado gli sforzi faticavano a lavorare insieme a causa del carattere molto diverso, flessibile a accomodante l’uno, pignolo e maniacale il secondo: “Considera che Tizio fosse per lui risolverebbe il conflitto israelo-palestinese in dieci minuti; Caio invece lascerebbe il foglio con le istruzioni pure alla donna delle pulizie.” Insomma, è proprio vero che ventisette parole valgono più di mille parole.

Ma come si sono evoluti i soprannomi romani negli anni? Ricordo che una decina di anni fa, in pieno boom Costantino&Daniele, incontrai sul treno Roma-Lido (com’è noto, tra i principali ritrovi dell’intellighenzia letteraria capitolina), due simpatici coattelli abbigliati in stile “Troppo belli”: jeans strappicchiati, sneakers, t-shirt pseudofashion, giacchetta yeah.

(…che poi, ora che ci penso, è all’incirca il modo in cui vado io in ufficio oggi, ma vabbè, questo sarebbe un altro discorso.)

La loro fu una conversazione leggendaria che serbo scolpita nell’ipotalamo assieme alle altre sequenze indispensabili per la mia sopravvivenza emotiva, come il codice fiscale, la serie di Fibonacci, la tracklist di The Dark Side Of The Moon e la lista dei rigoristi di Italia-Francia. In pratica due sere prima c’era stata questa clamorosa, incredibile rimpatriata dei vecchi tempi, e si era organizzata una bella partita di calcetto come si conviene per celebrare al meglio l’evento.

Erano venuti proprio tutti, ma tutti tutti eh: Er Crepa, Er Tacca, Er Frappa, Er Mefisto; e insomma, credeteci o no, a fine serata li aveva raggiunti pure Er Mezza Fella. Sì, proprio lui! La serata, e il racconto, erano poi proseguiti con la narrazione delle spassosissime peripezie der Mefisto ad Amsterdam: dopo due giorni aveva già finito i soldi e si arrangiava dormendo per strada e scippando le vecchie. Che matto!

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Un’immagine di repertorio del Frappa.

Va detto che dopo dieci anni ancora non c’è unanimità sul significato preciso di tutti i soprannomi, malgrado abbia interpellato, in momenti diversi, esperti provenienti da diversi municipi, e financo dai comuni limitrofi. Sul Frappa c’è poco da dire, ovviamente: era sicuramente uno col naso grosso (ovvero “la nasca” o appunto “la frappa”); sul Crepa la teoria ormai comunemente accettata è che fosse uno dedito a piccole ruberie veniali, o magari uno che non restituiva i soldi ricevuti in prestito (uno che appunto “si crepava” la roba); Er Mefisto è stato identificato da molti antropologi come uno che stava a rota colle miccette (Mefisto è una marca nota di petardi economici), ma una corrente minoritaria ipotizza che potesse essere provvisto di un talento notevole e apprezzato nell’arte della flatulenza; chiaro il significato di Mezza Fella (il nome volgare della “mezza piotta”, ossia della banconota da cinquanta euro), ma non il perché caratterizzasse il suo detentore: forse un riferimento a un prestito in qualche modo passato alla storia, oppure il ricordo di un ingente acquisto di fumo? Infine, piena e totale oscurità sul Tacca: forse qualcuno che amava tenere il conto delle proprie copule sull’armadio? Nessuno lo sa con certezza. *
Di sicuro, senza neppure averla vista, la compagnia si presentava comunque variegata, intrigante, a suo modo pacatamente gagliarda.

Un mesetto fa invece tornavo da un caffè con un’amica (cioè, non era esattamente un’amica ma anche questo sarebbe un altro discorso…) ed ero per mia sfortuna su un autobus, con questi due gruppetti di ragazzini tra medie e inizio liceo. In mezzo, due ragazze più o meno carine, e tanto basta per scatenare il classico contrappunto protomachista a base di “Mbè, che cazzo te guardi?”, oltremodo spassoso vista l’età e la statura dei contendenti. A un certo punto uno del gruppetto di coda si alza ed avanza traballante verso il centro, con fare secondo lui spavaldo, incitato dai suoi drughi: “Boooo, Er Bestia s’è incazzato!”. Lo chiamavano proprio così: Er Bestia. Piccolo particolare però: Er Bestia era un cazzettino alto sì e no un metro e quarantatré, stabile come lo stipendio della stagista di un call center e robusto come l’erezione del decano della Corte Costituzionale. Poteva bastare una pacca sulla spalla un po’ troppo convinta per mandarlo in rianimazione. Eppure per i suoi amici lui era Er Bestia.

Di chi è la responsabilità di una denominazione così rovinosamente overpromising, come diciamo noi pubblicitari? Di Romanzo Criminale, ovvio. Non può essere diversamente se nell’ultimo lustro il soprannome romano si è incattivito e intrucidito in modo sistematico, perdendo però tragicamente di credibilità. Siamo passati dalla sorniona faciloneria der Crepa, bono e caro anche se poi magari te dà la sòla, alla ridicola isteria der Bestia, il campione cittadino dell’autosopravvalutazione. E allora mi chiedo: è questa la città che vogliamo lasciare ai giovani? Sono questi i soprannomi che vogliamo consegnare ai nostri figli? Perché se le cose rimangono così, e lo dico a malincuore, io a Roma non ci torno.

* Le ricerche si sono improvvisamente ridestate proprio grazie a questo post. Condivido qui per pienezza informativa il prezioso contributo tempestivamente inviato dal Prof. Alessandro Zuccherofino: Il problema qui è che i soprannomi romani dipendono tanto da momenti “storici”, in cui commetti qualcosa per cui sarai bollato a vita da un determinato gruppo di amici, che da tue caratteristiche ontologiche. Al che, il famigerato “Tacca” potrebbe essere sia uno a cui il cellulare non prende mai (le tacche a Roma sono le barre che indicano la qualità della linea ricevuta dal cellulare) oppure un tizio parsimonioso che a forza di essere definito taccagno diviene “Er Tacca”. Non possiamo inoltre escludere il fatto che facesse semplicemente Tacca di cognome. Senza la spiegazione degli amici, è veramente impossibile da capire.”

Generatore automatico per titoli di volantini

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È il caso di dire “ERA ORA!”. Finalmente online uno strumento indispensabile per tutti i copywriter a cui periodicamente tocca la patata bollente: il titolo del maledetto volantino della catena di elettornica, bricolage e articoli per la casa di turno.

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Fenomenologia dell’annuncio di lavoro in sette punti.

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1. Dimensione

L’agenzia è internazionale.
“Il solito gigante che vuole spolpare i polli. E non si accorgono che stanno morendo. Ipocriti. Io sono anni che non lavoro più con i network, se aspettano che scrivo stanno freschi. Mi fate ridere.”

L’agenzia è indipendente.
“Ma chi so’ questi? Ma chi li conosce? Ormai basta mettere su un sitarello e si danno tutti le arie da grandi direttori creativi. Ridicoli!”

 

2. Esperienza

Cercano un senior.
“L’Italia è un paese vecchio, morto, finito. Per noi giovani non resta che emigrare. Grazie, Renzi!”

Cercano un giovane.
“Ennesima dimostrazione che a 38 anni ormai per loro sei vecchio: hai lavorato vent’anni e come premio ti danno un calcio in culo!”

 

3. Inquadramento

Vogliono un freelance.
“I soliti paraculi, guarda ormai non mi stupisco più di niente. Questa è l’Italia, siamo marci dentro!”

Vogliono assumere.
“Fantastico! Prima ti costringono ad aprire la partita IVA, poi ti prendono per il culo. Grazie Fornero!”

 

4. Ruolo

Cercano una posizione specifica.
“E certo, pensano di trovare un candidato fatto a tavolino. Evidentemente sono talmente dilettanti che non sanno che il valore del professionista non sta in un titolo o una sigla, ma nella sua visione delle cose. Ma tanto a loro che gli frega?”

Cercano diverse posizioni.
“Sì, e che stiamo al mercato? Chi offre di più? Roba da matti, non sanno neanche loro di cosa hanno bisogno!”

 

5. Remunerazione

Lo stipendio non è indicato.
“Fantastico. No dico, complimenti. Venti righe di requisiti, e non si sa neppure quanto gli darebbero a ‘sto Superman, ammesso sempre che lo trovino. Molto professionale, proprio.”

Lo stipendio è indicato.
“Cos’è, un fucile puntato? Un ricatto? Prendere o lasciare? Certe cose si dovrebbero discutere a voce quando ti sei fatto un’idea della persona che hai davanti. Molto professionale, proprio.”

 

6. Orario

L’impegno è full-time.
“Capito, cercano uno schiavo. E se uno ha figli o altri cavoli si attacca. Solita storia.”

L’impegno è part-time.
“Comodi loro. Spilorci del cazzo. E io come campo?”

 

7. Sede

La sede di lavoro è Milano.
“E ti pareva, sempre a Milano ‘ste cose. La solita mafia.”

La sede di lavoro è Roma.
“E ti pareva, sempre a Roma ‘ste cose. La solita mafia.”

 

iPhonia vs eufonia.

Schermata 2014-09-14 a 16.09.36Difendo Apple.

Un grande brand trova sempre le parole giuste.

“Molto più che più grande”: si apre così la presentazione del nuovo iPhone6. Cinque parole cui è stato affidato il compito di introdurre nella provincia mediatica italiana l’ultima versione del device più desiderato. Un’headline accolta in rete con commenti al vetriolo. Niente di cui stupirsi. I social favoriscono la critica a oltranza; la fame di like è un propellente formidabile per il motore dell’invettiva. Prima o dopo un giro sulla macchina dell’esecrazione lo facciamo tutti: chi sceglie di dare al proprio io una dimensione digitale condivisa sa che fa parte del gioco.

Non sono tra coloro che si sono schierati contro quei ventuno caratteri Myriad (sì, ho contato anche il punto). A mio parere non ci sono altri modi per dire nella nostra lingua che le caratteristiche innovative della sesta generazione iPhone non si limitano all’aumentata ampiezza del display. Certo, “Bigger than bigger”, l’head che accompagna il lancio nei paesi anglofoni, asfalta la versione italiana, ma rilevarlo non ha senso perché la lingua di Shakespeare e Bernbach permette di attribuire alla frase sfumature semantiche che nell’idioma di Dante e Pirella, facendo una traduzione letterale, andrebbero volatilizzate. “Più grande di più grande”, al netto della forma infelice, circoscriverebbe il significato alle dimensioni del prodotto, mentre Apple intende comunicare che il suo ultimo smartphone, oltre a essere più grande, ha molto di più.

Ovvio, “Molto più che più grande” è appesantita dal doppio avverbio, ma bisogna considerare che la ridondanza fa parte dell’espressività a volte sovraccarica che è legittimo attendersi dal linguaggio pubblicitario, altrimenti per persuadere il consumatore basterebbe dire “Compra!”. Dirò di più: secondo me chi ha ricevuto l’incarico di tradurre in italiano la comunicazione di iPhone6 ha voluto rispettare anche un principio di simmetria. Frase simmetrica “bigger than bigger”, frase simmetrica “Molto più che più grande”, con la congiunzione a fare da “asse fonetico”: basta contare le sillabe.

Poca creatività, qualcuno ha osservato. Può starci, ma si tenga presente che la formulazione in inglese, semplice e chiara, esige un adattamento in italiano altrettanto limpido. E non è che con la mela di Jobs puoi fare quello che ti pare. Sotto c’è l’invito a pensare diverso, ma se lavori per i ragazzi di Cupertino, giustamente, devi fare uguale a come ti dicono. Certo, “Molto più che più grande” è una frase a ostacoli, le manca lo slancio fluido dei cento metri. Non suona bene insomma. Anche i volti dei ritratti cubisti però sono pieni di spigoli: è una scelta stilistica. E comunque, visti i presupposti, le limitazioni e le esigenze comunicative ineludibili credo si possa andare oltre. Per quanto mi riguarda scelgo di mettere momentaneamente da parte l’eufonia e accogliere l’iPhonia. È anche un modo per rispettare il lavoro altrui.

 

 

Fonte immagine: www.apple.com/it/

il paradiso delle parole perdute

il paradiso delle parole

Sono giorni che mi chiedo dove vanno a finire. Compaiono nebulose al mattino, subito dopo il rumore della sveglia. Si affacciano nel bicchiere quando hai appena preso coscienza del cosmo. E ti seguono nei mille gesti che occupano le mani in altre piccole e laconiche faccende.

Si zittiscono per pudore e muto richiamo quando inizia la fatica di ogni giorno. Quel lento incedere del pensiero che cerca sempre un varco tra le carte, quel fare che diventa essere pur essendo vapore d’idea, quell’incedere da equilibrista che nasconde il sudore dell’impresa. Stanno lì inesplorate, volutamente in disparte. Come chi non vuole mischiarsi con un mondo estraneo che pur gli appartiene. Forse fin troppo.

Tornano nelle pause ma sempre a passo leggero, senza far rumore. Le cogli di sfuggita senza dargli seguito, senza prestare attenzione. Dimenticando con consapevolezza quel momento che non avrà più memoria. Poi l’assalto al ritorno a casa, sotto il sole tiepido, nelle pieghe del libro non finito, nelle dita incrociate, nella scorta di idee incompiute. Si mangiano le unghie, si torcono i capelli.

Sono attesa pura e pura impazienza.

Fino a quando gli occhi si richiudono, rintanandole con le altre, nel mucchio di quelle che ci sono già passate. E quando, per puro caso, ricordi di averle viste lì e provi a rimetterle in ordine, sembrano sparite improvvisamente. Senza mai esserlo del tutto.

E allora lo chiedo a voi, che siete più bravi di me: dove finiscono tutte le parole che, chi scrive per mestiere, non ha il tempo di fermare? Quelle forse inutili al dovere ma che nascono per qualche intima ragione insoluta.
Dove finiscono le parole che parlano di noi e che noi ripudiamo per parlare d’altro?

Perché se esiste un paradiso delle parole perdute, come quello dei calzini spaiati, è lì che voglio andare in vacanza.

London Tales #1

Benvenuti in London Tales, la mia nuova rubrica che ho promesso mesi fa a Daniela e che finalmente trovo il tempo di scrivere.

 

Oggi inizia la primavera e ieri la mia esperienza londinese ha varcato la ragguardevole soglia dei 2 mesi.
In sostanza sono a 1/3 del percorso medio di una delle innumerevoli persone che vengono qui per fare “un’esperienza di vita” o “per imparare la lingua” (questi ultimi sono i peggiori; mentono sapendo che, nella migliore delle ipotesi, torneranno in Italia con notevoli miglioramenti del loro spagnolo sboccato).

Brevissimo riepilogo: dopo l’estate io e Andrea, il mio Art Director, abbiamo iniziato a guardarci intorno, desiderosi di un’esperienza diversa nel mondo che amiamo. Dapprima in maniera pigra e sognante, ma poi, gira che ti rigira, abbiamo iniziato a fare sul serio e una delle domande che abbiamo inviato è stata presa in considerazione da quelli che oggi sono i nostri attuali datori di lavoro. Un colloquio su Skype con il nostro direttore creativo, giusto il tempo di piacerci e in men che non si dica eravamo a fare la fila per il National Insurance Number (per i meno avvezzi: la previdenza sociale di Sua Maestà, l’unica rottura di balle della burocrazia inglese).

Come potrete facilmente immaginare, per un copy è quanto meno ardito, se non completamente idiota, lanciarsi a capofitto in un’avventura estera se il proprio stipendio è stato pagato fino all’altro ieri dalla lingua italiana, a maggior ragione se si considera che la nuova lingua da padroneggiare non la si è studiata neanche un giorno in vita propria (mi rendo conto dell’inutilità di quest’ultima informazione, ma la scrivo per fare un dispetto ad Andrea, che si lamenta, giustamente, del fatto che con questa storia sono un disco rotto, ormai).

Eppure posso dire con ragionevole certezza che ha ragione lui:

https://www.youtube.com/watch?v=10KObAQFmlY

Sì, fare il copywriter in un’altra lingua sembra possibile. In fin dei conti la lingua si impara e il talento che uno può avere con le parole è, a dispetto delle apparenze, senza confini.

Fatality

Le insidie sono tantissime, a cominciare dalla tastiera (punteggiatura disseminata a casaccio e la combinazione di tasti per una fatality in Mortal Kombat è più semplice di quella necessaria per accentare le lettere), passando per cultura e senso dell’umorismo. Insomma, sono e saranno mesi di adattamento davvero intensi e difficili, ma non impossibili.

Ovviamente, ancor prima di perfezionare la lingua, mi sto già buttando a capofitto nei giochi di parole. Nello specifico, il mio più grande successo finora è aver coniato il termine “fuckount” per indicare i nostri acerrimi nemici in agenzia.

A tal proposito, entriamo un po’ più da vicino nella vita lavorativa d’oltremanica.

Ecco, cominciamo subito dalla tecnologia. Siamo in un’agenzia digital, per cui qui viene data molta attenzione alle ultime novità in materia. L’altro giorno giocavo felice e beato con l’Oculus Rift (ho avuto più o meno la stessa reazione del protagonista del video) mentre ieri perdevo la testa per il Leap Motion Controller. In generale, comunque, qui si dà molta importanza a ciò che succede nel mondo, sia a livello pubblicitario sia a livello di tecnologia tout court.

Passiamo alle note dolenti.
I nostri cari fuckount non si discostano minimamente dai loro italici corrispettivi (mi riferisco alla media generale, non alla mia ultima esperienza a Milano, che considero oro rispetto a certi picchi di follia visti qui). Parecchi di loro sono campioni olimpici di domande idiote (sì, grazie a loro ho rivisto le mie posizioni rispetto al detto “non esistono domande idiote, solo risposte idiote”) e di debrief tragicamente travisati. Risultato? A furia di lavorare fino a tardi, ormai abbiamo fatto la carta fedeltà alla pizzeria qui sotto, famosa per cucinare una tra le peggiori pizze del Regno Unito, che già di per sé è un primato ragguardevole.

Kate Pizza

E i clienti sono forse anche peggio (sia dei fuckount, sia della pizza).

La frase più ricorrente è senza dubbio “there’s no budget for that”, che suona molto come “there’s no trip for cats”, sia a livello fonetico sia a livello semantico, a ben pensarci.

In cucina, come potrete immaginare, le cose non vanno meglio. Qui al ristorante dell’agenzia hanno una concezione quanto meno fantasiosa di “insalata” (diciamo che puoi considerarla tale dopo che hai trascorso mezza giornata con Salvador Dalì, Boston George e Paul Gascoigne), ma gli inglesi sono cintura nera di junk food. Una cintura molto allargata, mi viene da dire.

Il top comunque è un ragazzo, che per privacy, praticità e scarsa memoria chiamerò Salvatore, che lavora alla caffetteria. È inequivocabilmente napoletano e, in barba a ogni luogo comune, un istante dopo aver conosciuto me e Andrea ci ha subito proposto del tabacco di contrabbando a £2. Una gioia incontenibile e inspiegabile ha pervaso il mio corpo in quel momento. Sono scene che contribuiscono parecchio alla formazione di una persona e che farebbero la gioia di Zola e Flaubert (cito due francesi a caso giusto per fare rabbia agli inglesi).

 

Ma sapete che c’è? It is worth it. E tanto anche.

Al di là di tutte le lotte (col cliente, ma anche interne, come ogni grande agenzia), quello che vedo qui è un mondo abitato da persone ancora innamorate del lavoro che fanno. Forse la differenza sta nel fatto che a Londra, paradossalmente, c’è molta meno concorrenza rispetto all’Italia, dato che manca quella generale “mitizzazione” (ci ho messo cinque minuti per trovare le virgolette, maledetta tastiera Uk) della professione che in Italia ancora abbiamo, e chi lavora in pubblicità lo fa per vera passione e dedizione, non perché “fa figo” (credetemi, qui non fa per niente figo essere un copy).

O forse sto dicendo solo un mucchio di baggianate, chissà. Sarà il tempo a stabilirlo.

Resta il fatto che qui si sta bene, oggi c’è il sole e, come ogni venerdì, tra poche ore partiranno le birre gratis, ma l’altra sera, parlando su Skype con mia sorella, le ho chiesto di inquadrare il bidet e mi sono quasi commosso.

Sono cose che fanno pensare.

 

Ps: ci è appena arrivata un’email che millanta un pranzo a base di pizza per tutti. Ho paura.

 

NB:
per una corretta lettura e fruizione dell’articolo si consiglia l’ascolto di “For Emma, Forever Ago” (quanti più brani, possibilmente) dei Bon Iver.

 

 

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