London Tales #1

Benvenuti in London Tales, la mia nuova rubrica che ho promesso mesi fa a Daniela e che finalmente trovo il tempo di scrivere.

 

Oggi inizia la primavera e ieri la mia esperienza londinese ha varcato la ragguardevole soglia dei 2 mesi.
In sostanza sono a 1/3 del percorso medio di una delle innumerevoli persone che vengono qui per fare “un’esperienza di vita” o “per imparare la lingua” (questi ultimi sono i peggiori; mentono sapendo che, nella migliore delle ipotesi, torneranno in Italia con notevoli miglioramenti del loro spagnolo sboccato).

Brevissimo riepilogo: dopo l’estate io e Andrea, il mio Art Director, abbiamo iniziato a guardarci intorno, desiderosi di un’esperienza diversa nel mondo che amiamo. Dapprima in maniera pigra e sognante, ma poi, gira che ti rigira, abbiamo iniziato a fare sul serio e una delle domande che abbiamo inviato è stata presa in considerazione da quelli che oggi sono i nostri attuali datori di lavoro. Un colloquio su Skype con il nostro direttore creativo, giusto il tempo di piacerci e in men che non si dica eravamo a fare la fila per il National Insurance Number (per i meno avvezzi: la previdenza sociale di Sua Maestà, l’unica rottura di balle della burocrazia inglese).

Come potrete facilmente immaginare, per un copy è quanto meno ardito, se non completamente idiota, lanciarsi a capofitto in un’avventura estera se il proprio stipendio è stato pagato fino all’altro ieri dalla lingua italiana, a maggior ragione se si considera che la nuova lingua da padroneggiare non la si è studiata neanche un giorno in vita propria (mi rendo conto dell’inutilità di quest’ultima informazione, ma la scrivo per fare un dispetto ad Andrea, che si lamenta, giustamente, del fatto che con questa storia sono un disco rotto, ormai).

Eppure posso dire con ragionevole certezza che ha ragione lui:

https://www.youtube.com/watch?v=10KObAQFmlY

Sì, fare il copywriter in un’altra lingua sembra possibile. In fin dei conti la lingua si impara e il talento che uno può avere con le parole è, a dispetto delle apparenze, senza confini.

Fatality

Le insidie sono tantissime, a cominciare dalla tastiera (punteggiatura disseminata a casaccio e la combinazione di tasti per una fatality in Mortal Kombat è più semplice di quella necessaria per accentare le lettere), passando per cultura e senso dell’umorismo. Insomma, sono e saranno mesi di adattamento davvero intensi e difficili, ma non impossibili.

Ovviamente, ancor prima di perfezionare la lingua, mi sto già buttando a capofitto nei giochi di parole. Nello specifico, il mio più grande successo finora è aver coniato il termine “fuckount” per indicare i nostri acerrimi nemici in agenzia.

A tal proposito, entriamo un po’ più da vicino nella vita lavorativa d’oltremanica.

Ecco, cominciamo subito dalla tecnologia. Siamo in un’agenzia digital, per cui qui viene data molta attenzione alle ultime novità in materia. L’altro giorno giocavo felice e beato con l’Oculus Rift (ho avuto più o meno la stessa reazione del protagonista del video) mentre ieri perdevo la testa per il Leap Motion Controller. In generale, comunque, qui si dà molta importanza a ciò che succede nel mondo, sia a livello pubblicitario sia a livello di tecnologia tout court.

Passiamo alle note dolenti.
I nostri cari fuckount non si discostano minimamente dai loro italici corrispettivi (mi riferisco alla media generale, non alla mia ultima esperienza a Milano, che considero oro rispetto a certi picchi di follia visti qui). Parecchi di loro sono campioni olimpici di domande idiote (sì, grazie a loro ho rivisto le mie posizioni rispetto al detto “non esistono domande idiote, solo risposte idiote”) e di debrief tragicamente travisati. Risultato? A furia di lavorare fino a tardi, ormai abbiamo fatto la carta fedeltà alla pizzeria qui sotto, famosa per cucinare una tra le peggiori pizze del Regno Unito, che già di per sé è un primato ragguardevole.

Kate Pizza

E i clienti sono forse anche peggio (sia dei fuckount, sia della pizza).

La frase più ricorrente è senza dubbio “there’s no budget for that”, che suona molto come “there’s no trip for cats”, sia a livello fonetico sia a livello semantico, a ben pensarci.

In cucina, come potrete immaginare, le cose non vanno meglio. Qui al ristorante dell’agenzia hanno una concezione quanto meno fantasiosa di “insalata” (diciamo che puoi considerarla tale dopo che hai trascorso mezza giornata con Salvador Dalì, Boston George e Paul Gascoigne), ma gli inglesi sono cintura nera di junk food. Una cintura molto allargata, mi viene da dire.

Il top comunque è un ragazzo, che per privacy, praticità e scarsa memoria chiamerò Salvatore, che lavora alla caffetteria. È inequivocabilmente napoletano e, in barba a ogni luogo comune, un istante dopo aver conosciuto me e Andrea ci ha subito proposto del tabacco di contrabbando a £2. Una gioia incontenibile e inspiegabile ha pervaso il mio corpo in quel momento. Sono scene che contribuiscono parecchio alla formazione di una persona e che farebbero la gioia di Zola e Flaubert (cito due francesi a caso giusto per fare rabbia agli inglesi).

 

Ma sapete che c’è? It is worth it. E tanto anche.

Al di là di tutte le lotte (col cliente, ma anche interne, come ogni grande agenzia), quello che vedo qui è un mondo abitato da persone ancora innamorate del lavoro che fanno. Forse la differenza sta nel fatto che a Londra, paradossalmente, c’è molta meno concorrenza rispetto all’Italia, dato che manca quella generale “mitizzazione” (ci ho messo cinque minuti per trovare le virgolette, maledetta tastiera Uk) della professione che in Italia ancora abbiamo, e chi lavora in pubblicità lo fa per vera passione e dedizione, non perché “fa figo” (credetemi, qui non fa per niente figo essere un copy).

O forse sto dicendo solo un mucchio di baggianate, chissà. Sarà il tempo a stabilirlo.

Resta il fatto che qui si sta bene, oggi c’è il sole e, come ogni venerdì, tra poche ore partiranno le birre gratis, ma l’altra sera, parlando su Skype con mia sorella, le ho chiesto di inquadrare il bidet e mi sono quasi commosso.

Sono cose che fanno pensare.

 

Ps: ci è appena arrivata un’email che millanta un pranzo a base di pizza per tutti. Ho paura.

 

NB:
per una corretta lettura e fruizione dell’articolo si consiglia l’ascolto di “For Emma, Forever Ago” (quanti più brani, possibilmente) dei Bon Iver.

 

 

Cinque business da tenere d’occhio nel 2014.

Che sia o meno l’anno della tanto agognata ripresa, il 2014 appena cominciato si presenta ricco di opportunità imprenditoriali, a patto di saperle cogliere nel modo giusto. Ecco il profilo  di cinque imprese, diversissime fra loro, che hanno saputo coniugare intuizione e innovazione: di sicuro ne sentiremo parlare ancora a lungo.

 

Il treno è servito.

Logo_EATALOUltimo risultato dell’indefessa inventiva imprenditoriale di Oscar Farinetti, Eatalo è il frutto  della partnership ormai quasi simbiotica tra Eataly e NTV, il consorzio ferroviario titolare del brand Italo. Come spiega lo stesso patron “Eatalo è un meraviglioso esempio di quello che può nascere quando le eccellenze di un paese fanno sistema. Abbiamo unito il comfort di un treno all’avanguardia con l’impeccabilità di un ristorante di primo livello, per realizzare qualcosa di unico al mondo: un bistrot su rotaia”. I nuovi treni Eatalo saranno attivi inizialmente sulle tratte Roma-Milano e Bologna-Venezia. Caratteristica distintiva, l’ordine delle portate che cambia in base alla tratta percorsa, riproponendo gastronomicamente la successione delle città attraversate. Così, se sul Roma-Milano si passa dal pecorino con le fave (Roma) alla ribollita (Firenze), al ragù (Bologna) fino alla torta meneghina (Milano), sul Venezia-Bologna potremo degustare moeche fritte (Venezia), proseguire con una gallina imbriaga (Padova) e chiudere in bellezza con una deliziosa pinza (Bologna). I convogli Eatalo entreranno in servizio dal 17 Marzo, ma è già possibile prenotare i biglietti sul sito della compagnia.

 

Famolo strano.

logo_GROUPORNAutentico fenomeno del 2013 nella natìa Germania, Grouporn si appresta a fare il suo ingresso nel Belpaese, anche se in versione “censurata”. La popolare piattaforma di crowdbuying, fondata nel 2011 a Berlino da Hans Augenthaler, programmatore, e Konrad-Ulrich Doppelgänger, sessuologo e giornalista, è legata infatti a doppio filo al mercato della prostituzione, che in Germania costituisce la terza industria nazionale. “L’idea è semplicissima”, spiega Augenthaler, “abbiamo applicato la meccanica della scontistica di gruppo al mercato del sesso, un settore che tira molto ma che in ogni caso ha risentito inevitabilmente della crisi”. Grazie a Grouporn è dunque possibile acquistare in gruppo una prestazione sessuale, risparmiando notevolmente sul prezzo originale. “Naturalmente acquisto di gruppo non significa prestazione di gruppo”, spiega Doppelgänger, “ognuno riscuote per conto suo. Molti ci criticano, io credo semplicemente che Grouporn sia una cosa molto democratica: vogliamo garantire a ogni tedesco il diritto a ricevere una fellatio spendendo il meno possibile”. Ma cosa farà Grouporn nel nostro paese, dove notoriamente la prostituzione è vietata? Semplicemente, punterà sui sex toys, che da noi vanno forte. Ma in molti si augurano che l’arrivo di Grouporn in Italia possa dare un contributo importante verso la legalizzazione del sesso a pagamento.

 

La mia banca è diffidente.

logo_banca_impopolareIn un momento di forte crisi, economica e d’immagine, del settore bancario, spicca la nascita di Banca Impopolare, il nuovo consorzio nato dalla fusione di cinque piccole banche del Nord Est. “La nostra è una scommessa forte”, racconta Gelindo Bruseghin, responsabile marketing del gruppo, “la gente ormai odia le banche, e noi abbiamo deciso di ricambiare. Ci è sembrato il modo più onesto per impostare la nostra politica di servizi, i clienti stanno iniziando a capire e devo dire che apprezzano”. Tra i servizi più innovativi c’è la carta di scredito, uno strumento con cui gli acquirenti possono a loro piacimento “screditare”, cioè segnalare negativamente, gli esercenti a cui Banca Impopolare ha concesso un prestito. Più il livello di scredito aumenta, più viene innalzato l’interesse passivo sulla somma da restituire. “Ci piace molto l’idea di mettere le persone le une contro le altre”, chiosa Bruseghin, “francamente sono convinto che l’epoca delle banche popolari sia destinata a finire. Anzi, sia già finita”.

 

Una pizza da soli.

Gustare una fetta di pizza appena sfornata mentre si va in taxi a un appuntamento: un sogno? Non per chi usa Speezza, il rivoluzionario servizio di food-on-the-go che sta letteralmente facendo impazzire i newyorkesi. Il meccanismo è molto semplice: si scarica l’app sul proprio smartphone, ci si registra e si prenota un taxi, indicando orario, destinazione e pizza preferita. All’ora stabilita, il taxi passerà a prendervi e nell’istante esatto in cui entrerete l’autista sfornerà la vostra pizza dall’apposito fornetto a legna collocato sul sedile del passeggero. Nata nella Primavera 2013, la startup (il cui nome è un riuscito gioco di parole tra “speed”, veloce, e “pizza”) si è rivelata ben presto un autentico fenomeno commerciale nella Big Apple, capace di rastrellare 37.000 utenti attivi e un fatturato di oltre 1,5 milioni di dollari in soli otto mesi. Il fondatore, il ventiseienne Steven Quagliarulo, bisnonno di Casoria e master in Digital Business a Palo Alto, sembra avere le idee fin troppo chiare: “Speezza ha tutte le carte in regola per essere una startup di successo: ha un nome con due vocali uguali attaccate e offre un servizio assolutamente superfluo che la gente usa semplicemente perché si sente molto figa nel farlo”. Un successo vertiginoso che ha portato Speezza ad aprire a raffica in altre dodici città (Chicago, Los Angeles, San Francisco, Las Vegas, Boston, Miami, Seattle, Vancouver, e prossimamente Tokyo, Singapore, Londra e Berlino) e a rifiutare una clamorosa offerta di acquisizione da Pizza Hut (oltre 3 miliardi di dollari, secondo alcuni rumours). Perché il vero sogno di Quagliarulo non sono i soldi: “Voglio portare Speezza in Italia, il paese del mio bisnonno. Glielo devo”. Insomma, dopo Uber, si profila all’orizzonte una nuova grana per i tassisti italiani.

 

Quando il denaro frutta.

Gonzalo_Chupacabras copy

Gonzalo Chupacabras in un momento felice.

Dimenticate i Bitcoin. Cosa succederebbe se, improvvisamente, potessimo usare come valuta qualsiasi cosa? È la domanda che si è posto cinque anni fa Gonzalo Chupacabras, che all’epoca aveva quindici anni e viveva in un sobborgo di Mexico City. “Avevo bisogno di soldi e così ho pensato di raccogliere un po’ di pinoli, che da queste parti sono abbastanza facili da trovare. All’inizio vendevo semplicemente i pinoli per ottenere soldi, poi con alcuni amici abbiamo iniziato a usarli come una vera e propria valuta per i nostri scambi. Piano piano la cosa ha preso piede, ed è nato Pynut (contrazione di “pine nut”, pinolo, ndr), un sito dove gestivamo gli scambi e reclutavamo nuove persone interessate”. Col tempo la piattaforma ha iniziato ad accettare come valute anche altri oggetti, banane, mirtilli, pistacchi, persino sassolini o tappi di dentifricio, il cui tasso di cambio interno è regolato quotidianamente da un algoritmo top secret elaborato dallo stesso Chupacabras. Naturalmente per le transazioni a distanza è possibile utilizzare beni immateriali, come mp3 o immagini hard, il che ha permesso a Pynut di allargare enormemente la base di utenti attivi, 14 milioni secondo le ultime stime, sparsi in 27 paesi diversi, dall’Australia alla Norvegia.“ È uno strumento facile da usare, grazie ai tassi di cambio semplici e intuitivi: ad esempio, una foto zozza attualmente corrisponde a 0,27 pinoli, dunque se voglio comprare qualcosa che costa 27 pinoli dovrò usare 100 foto di tette e culi, che naturalmente dovranno essere tutte diverse fra loro”. Non mancano le critiche: “Ci hanno accusato di essere speculatori, di evadere il fisco, di fare commerci illegali. Abbiamo solo creato un’economia alternativa, più equa e democratica, in cui nessuno si arricchisce sulle spalle di qualcun altro”. Anche se, a quanto sembra, la fortuna personale di Chupacabras sarebbe lievitata enormemente negli ultimi anni: secondo le indiscrezioni, 23 milioni di dollari in pinoli e frutti di bosco (su cui, è bene ricordarlo, non possono essere applicate imposte) più gli introiti pubblicitari sulla piattaforma, stimati in 12-13 milioni annui. Insomma, qualche dubbio sulla reale democraticità dell’iniziativa rimane, ma come dicono negli USA, dove Chupacabras ormai risiede, “business is business”.

 

La nobile arte del colloquio #4

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: MilanoRoma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

Milano – Il Pellegrinaggio

Mappa Agenzie Milano

Tutto finisce là dove ha avuto inizio: a Milano. La differenza è che stavolta non si tratta di un evento specifico, ma di una memorabile campagna, ideata dal sottoscritto, che ha avuto svolgimento parallelamente agli eventi narrati nei primi tre episodi.

In breve succede questo: ad aprile inizio una consulenza di un paio di mesi con un’agenzia di packaging di Milano (non vi dirò il nome, ma tanto se siete curiosi trovate tutto su LinkedIn), il che comporta l’inevitabile necessità di una trasferta settimanale nel ridente capoluogo lombardo: qualcosa che nell’era pre Italo e soprattutto pre Fiumicino-Linate-servita-da-easyJet sarebbe stata semplicemente impossibile da concepire per un povero pubblicitario squattrinato come me. È una specie di patto faustiano nell’era della mobilità professionale: svegliarsi ogni mercoledì alle cinque meno un quarto in cambio della possibilità di alzarsi alle dieci tutti gli altri giorni. In ultima analisi, si tratta comunque di lavorare a Milano senza dover vivere a Milano, che ho sempre ritenuto un prezzo esorbitante da pagare.

L’esperienza è moderatamente divertente, a parte alcune incomprensioni linguistiche: questi milanesi fanno uso arbitrario di anglicismi non necessari, ad esempio dicono “item” per indicare indistintamente un qualcosa che noi romani chiameremmo “coso” oppure “fregno”; inoltre, utilizzano in modo completamente sbagliato la locuzione “sti cazzi”, per indicare stupore invece che disinteresse: la usano, cioè, al posto di “me cojoni” (mi riprometto di scrivere un post apposito per risolvere questo equivoco indegno di un paese civile come il nostro).

Certo che è un peccato andare lì ogni mercoledì (e a volte anche il giovedì) soltanto per lavorare, con tutte quelle belle agenzie ammassate in un paio di km quadrati. Così, visto che si sta avvicinando il Grande Venerdì di Enzo mi viene in mente un’idea, mezza scema a essere generosi, che però la fondatrice di questo blog ritiene geniale e mi spinge a portare avanti.

Ricordate la campagna multisoggetto del Grande Venerdì dell’anno scorso? Eccola qua.

Il Grande Venerdì di Enzo

Questa invece è la campagna, rigorosamente monosoggetto, che a fine aprile invio su Facebook a 16 direttori creativi da me arbitrariamente scelti tra i partecipanti al Venerdì dello scorso anno.

Il Piccolo Mercoledì di Roberto

Mi aspetto una raffica di vaffanculo o, peggio, un impietoso silenzio. Invece riesco a incontrarne ben sette (per voi amanti delle statistiche, il 43,75% del target): nell’ordine, Giuseppe Mazza, Luca Lorenzini, Aldo Cernuto, Massimo Guastini, Matteo Righi, Sandro Baldoni e Mizio Ratti.

Insomma, roba forte.

Che dire di più? Giuseppe Mazza mi regala una copia di Bill; Luca Lorenzini mi dice esattamente tutto il contrario di Mazza (che poi è il motivo per cui è interessante fare tanti colloqui); Aldo Cernuto ci tiene a osservare il format alla lettera ed è l’unico con cui l’incontro finisce effettivamente in aperitivo; Massimo Guastini mi riceve in pausa pranzo e scopro che osserva un regime alimentare da fachiro (due gocciole e un espresso Lavazza in cialda plasticosa sono tutto il suo pasto); Matteo Righi ha organizzato in agenzia una specie di grillesco referendum sull’opportunità o meno di ricevermi, e a quanto pare ha vinto il sì in modo schiacciante; Sandro Baldoni mi accoglie quando sono sull’orlo della disidratazione per via del caldo ed è irremovibile nell’offrirmi una bottiglia d’acqua; Mizio Ratti, che inseguivo da un paio d’anni, mi dà due preziosi consigli: continuare a essere insistente ai limiti del fastidio fisico, e scrivere questa e altre storie su un blog. E così ora sapete di chi è la colpa. 🙂

–Fine–

La nobile arte del colloquio #3

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

Stoccolma – La Fuga

Tutti abbiamo una seconda patria. Non è necessariamente un posto che si ama alla follia, anche perché generalmente uno non se la sceglie, se la ritrova e basta; proprio come la patria vera. La mia seconda patria è la Svezia, per il semplice motivo che mi ci sono ritrovato a studiare, in due momenti diversi della vita. Una cultura particolare, che ho imparato a conoscere abbastanza bene, senza cadere nelle trappole di molti connazionali che la ritengono l’anticamera snob del paradiso in terra, tanto da scambiare in modo ridicolo un omaggio al Belpaese per una presa per il culo di liceale memoria.

la nobile arte del colloquio

In realtà la Svezia di problemi ne ha eccome: basti pensare che appena sbarco all’aeroporto di Arlanda mi trovo di fronte in ogni angolo i quattro orridi faccioni degli ABBA, a cui è stato appena dedicato un museo nella centralissima Swedish Hall of Fame; per fare un paragone, è come se al Palazzo dei Congressi dell’EUR aprissero una mostra permanente sui Ricchi & Poveri. Un altro atroce problema che affligge Stoccolma è il costo della vita: grossomodo, qualsiasi cosa costa tra l’80% e il 150% in più che in Italia. Gli hotel hanno prezzi che a confronto il Burj al-Arab di Dubai pare un bed&breakfast di Usmate Velate, così, per la modica somma di 80 eurosacchi a notte, io che notoriamente sono un principino devo adattarmi a una cella di 4 metri quadrati scarsi, senza bagno e soprattutto senza finestre, in un ostello che pare Guantanamo, ma almeno è centrale (e fallo esse pure in periferia…).

Sono a Stoccolma per partecipare alla Portfolio Night, l’annuale megaraduno creativo organizzato in simultanea mondiale dall’Art Directors Club di New York. Sono a Stoccolma perché credo di conoscere abbastanza bene la forma mentis svedese da poter provare a lavorare anche lì, almeno un pochino. Sono a Stoccolma perché almeno un paio di volte l’anno ho bisogno di mettere il naso fuori di casa e vedere cosa fanno gli altri, invece che limitarmi a farmi prendere una crisi epilettica guardando le repliche di Carosello Reloaded sul sito della Rai (cosa che comunque faccio, ci mancherebbe).

Questo implica la necessità di tradurre quasi integralmente in inglese il portfolio, operazione che naturalmente svolgo nelle ultime due nottate a disposizione imprecando a intervalli regolari: credo di aver preso troppo alla lettera i Daft Punk quando fanno cantare ossessivamente a quell’impiastro di Pharrell We’re up all night to get lucky♫ (un refrain che il mio cervello, mio malgrado, ha eletto colonna sonora ufficiale del mio ultimo mese e mezzo di vita). Tradurre il portfolio è una specie di trip semiotico: bisogna depurarlo di tutti i giochi di parole intraducibili, gli stereotipi culturali incomprensibili, i cliché, le allusioni e i sottintesi. Ma la cosa più sorprendente è scoprire che alla fine si può salvare molto più del previsto, magari con l’aggiunta di una brevissima spiegazione, ed è esaltante rendersi conto che in fondo basta davvero poco per condividere un pezzo del tuo percorso professionale con alcuni sconosciuti che vivono a 3.000 km di distanza e se ne guardano bene dal parlare la tua lingua.

La location della serata è in un bellissimo palazzo di Gamla Stan, l’isola che corrisponde al centro storico di Stoccolma, dove ha sede l’agenzia ospite, che si chiama Amore (e come fai a non sentirti un po’ a casa?) L’organizzazione è impeccabile, quasi maniacale: alla registrazione ricevo tre eleganti badge compilati a mano, uno per uno, con i turni dei colloqui, una borsa piena di gadget e la maglietta dell’evento, di cui addirittura sono invitato gentilmente a scegliere la taglia che preferisco. Ci sono piramidi di birre, pile di kebab ordinatamente impacchettati e strane caramelle gommosissime e appiccicosissime, di quelle che se hai appena fatto un’otturazione sono cazzi amari. Siamo in pochi, una ventina appena, il che naturalmente è un vantaggio; il calendario è serrato, ogni colloquio dura 15 minuti secchi ed è scandito con attenzione da un vistoso conto alla rovescia. Insomma non ci sono molte occasioni per fare colloqui di rapina come a Roma: purtroppo gli svedesi amano le regole e amano rispettarle (salvo poi inventarsi cose come The Pirate Bay, ma questa è un’altra storia…).

Per lo più ci sono agenzie di graphic design puro, ma non mancano i nomi di spicco dell’advertising, e sono quasi tutti nella mia lista. Bisogna decodificare con attenzione i responsi, visto che gli svedesi sono tendenzialmente poco estroversi e molto propensi all’understatement, ma l’impressione è che anche lì sia periodo di vacche anoressiche: il gioviale spilungone di Great Works è l’unico che riesce ad arrivare all’ultima pagina, ride e mi dice di scrivergli, non si sa mai, magari una volta all’anno potrebbe avere un lavoro da girarmi (e gli svedesi, si sa, pagano bene): il barbuto di TBWA mantiene per tutto il tempo un aplomb glaciale,  tipo Fabio Grosso di fronte a Barthez, e poi dice ok, ma sono qui solo per dare un’occhiata; la rubiconda bionda di McCann approva e dice di scriverle, magari dopo l’estate esce fuori qualcosa.

All’ultimo acchiappo di straforo anche la bionda di DDB (le svedesi sono quasi tutte bionde di professione), ma è un finale amaro: ci mette cinque minuti per capire una headline che prima di lei altri venti direttori creativi di tre diverse nazionalità hanno capito in un secondo (altrimenti che headline è?), finché ammette sconsolata che soffre di sindrome da deficit di attenzione, e ci tiene infine a precisare che in ogni caso lei non conta una ceppa perché è solo una copy senior (dunque viene da chiedersi per quale assurdo motivo l’abbiano spedita a un evento del genere, povera donna). Esco, come sempre tra gli ultimi, che sono le dieci passate e c’è ancora un bel sole che sta per tramontare, e non posso fare a meno di pensare che comunque è stata una bella serata. E poi, se c’è una cosa che ho imparato nel tempo è che il nostro lavoro segue dei percorsi misteriosi, tortuosi, spesso imprevedibili.

Tornato nel bunker apro finalmente la goody bag e sbircio con calma il contenuto.

2013-05-23 10.15.30

C’è una montagna di roba strana: la brochure ufficiale dell’evento, un bloc-notes, una penna USB, uno stilo per tablet gentilmente donato da iStockphoto, due di quelle strane caramelle gommosissime e appiccicosissime (!), una scatola di mentine (!!), una busta di caffè solubile (!!!) e un pacco di preservativi (…).

E così, mentre prendo sonno, continuo a chiedermi come sia possibile che la mia salute sessuale stia più a cuore all’Art Directors Club di New York che a quello italiano.

(Continua)

Articolista – Web writer – Copywriter a piacere

Ho appena ricevuto per email un annuncio di lavoro come me ne arrivano tanti. Per comodità del lettore in cerca di impiego ma ancora con poca esperienza, l’ho tradotto in italiano.

 

Annuncio originale

Articolista – Web writer – Copywriter

Ricerchiamo in tutta Italia un articolista per ampliamento dell’attuale organico.

Il candidato dovrà occuparsi della redazione di contenuti per il web di vario tipo e su vari argomenti, tramite telelavoro.

Si richiedono:

– Diploma di maturità o superiore
– Esperienze lavorative pregresse nel settore (facoltativo)
– Ottima conoscenza della lingua italiana e buona conoscenza della lingua inglese
– Ottime capacità di trattare argomenti di vario genere
– Ottime capacità organizzative e di lavoro in team
– Conoscenza nell’uso delle e-mail, di Skype, di WordPress e in ambito SEO (facoltative)

Si offrono:

– Lavoro tramite telelavoro
– Ambiente di lavoro stimolante ed in continua crescita
– Formazione nel settore a 360′
– Flessibilità degli orari
– Retribuzione per articolo dai 0,50 centesimi ai 5 euro o più, con possibilità di realizzare quanti articoli si vuole.

I candidati sono invitati ad inviare una breve presentazione e ad allegare un curriculum vitae aggiornato.

Traduzione in italiano:

Articolista – Web writer – Copywriter

 

Ricerchiamo in tutta Italia un articolista perché nell’attuale organico non c’è nessuno che sappia scrivere in italiano.

Il candidato dovrà occuparsi della redazione di contenuti per il web di vario tipo e su vari argomenti, così a casaccio, tramite telelavoro.

Si richiedono:

– Diploma di maturità o superiore
– Esperienze lavorative pregresse in un settore misterioso (facoltativo, meno ne avete più abbiamo scuse per non pagarvi)
– Ottima conoscenza della lingua italiana e buona conoscenza della lingua inglese (o viceversa)
– Ottime capacità di trattare argomenti di vario genere (ma continuiamo a non dirvi quali)
– Ottime capacità organizzative e di lavoro in team (organizzatevi come vi pare, basta che ve la sappiate cavare da soli)
– Conoscenza nell’uso delle e-mail, di Skype, di WordPress e in ambito SEO (facoltative, meno ne sapete, meno vi paghiamo, come sopra)

Si offrono:

– Lavoro tramite telelavoro (Ssssssì…)
– Ambiente di lavoro stimolante ed in continua crescita (ma a voi che vi frega? tanto state a casa vostra)
– Formazione nel settore a 360′ (Continuiamo a non sapere quale sia il settore, ma è a 360 gradi)
– Flessibilità degli orari (State all’erta, possiamo contattarvi in qualsiasi momento)
– Retribuzione per articolo dai 0,50 centesimi ai 5 euro o più, con possibilità di realizzare quanti articoli si vuole. (Massì)

I candidati sono invitati ad inviare una breve presentazione e ad allegare un curriculum vitae aggiornato (il meno possibile così abbiamo la scusa per non pagarvi).

Fonte dell’annuncio: http://www.kijiji.it/annunci/offerta/roma-annunci-roma/articolista-web-writer-copywriter/49346535

Fonte immagine

La nobile arte del colloquio #2

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

roberto ottolino colloquio grande venerdìRoma [Il Ritorno]

Neanche il tempo di riprendermi dalla gaffe britannica, e già il giorno dopo è tempo di prendere parte alla seconda edizione del Grande Venerdì di Enzo, il megaraduno all’ultimo sangue organizzato dall’Art Directors Club Italiano  a Milano, Roma e Bologna in sincronia estrema. L’anno scorso ho disertato forzatamente, visto che in agenzia dubito avrebbero gradito, ma oggi per fortuna (o forse sarebbe meglio dire purtroppo) il problema non si pone. L’obiettivo, ambiziosissimo, è fare meglio di due anni fa (era ancora la Portfolio Night, e si svolgeva ancora solo a Milano), quando riuscii a fare 12 colloqui a fronte dei 3 previsti, chiudendo poi la serata in evidente stato di ebbrezza, brindando a Nero d’Avola con Lele Panzeri nella sala ormai semideserta e farfugliando poi frasi sconnesse auspicanti l’elezione di Pisapia a sindaco del capoluogo lombardo. Bei tempi.

Il segreto, in serate intensive come questa, è quello di frequentare con regolarità il buffet, sia perché i colloqui mettono fame, sia perché va a finire che bisogna raccontare dieci volte la stessa storia a dieci persone diverse e allora bevendoci su si diventa più spigliati ed esuberanti: in una parola, più ubriachi. Per questo, di norma, gli ultimi colloqui sono sempre i migliori. O almeno, mi sembra sempre che lo siano.

La giornata è, inizialmente, una sistematica successione di bestemmie: contro InDesign che si inceppa al momento di estrarre il sudatissimo pdf, contro il navigatore che si inventa improbabili svincoli sulla Cristoforo Colombo, contro il parcheggio che non si trova da nessuna parte di venerdì pomeriggio a San Lorenzo, quartiere verso il quale provo da sempre un odio autentico e genuino paragonabile solo a quello dei francesi per Materazzi. Eppure, appena mollata la Punto su una fermata d’autobus ritrovo il mio proverbiale aplomb, varco con passo deciso la soglia del Pastificio Cerere e mi imbatto in Alfredo Accatino, una delle figure cult della mia bacheca Facebook che, strano a dirsi, riesco a incontrare in carne e ossa per la prima volta solo oggi. Accanto a lui c’è Alessandro Canale, e il confronto ravvicinato pone finalmente soluzione a un interrogativo che mi pongo da tempo: il più alto tra i due, anche se di pochissimo, sembra essere proprio Canale.

Sbircio il programma per scoprire i direttori creativi che mi sono toccati in sorte: Assunta Squitieri, Alessandro Sciortino e Stefano Massari, che fa le veci di Ted. Ma siamo a Roma, si sa come vanno queste cose a Roma, il calendario salta praticamente subito e l’occasione diventa irresistibile per scavalcare con discrezione i giovani neodiplomati dello IED (e dire che abitualmente sono uno che non salta mai la fila, però quando è guerra è guerra). Stavolta il buffet è casareccio, e così invece di una boccia di vino rosso posso offrire a Marco Carnevale solo una proletaria Peroni ghiacciata; ma il momento è topico lo stesso.

Purtroppo non riesco a battere il record: a fine serata i colloqui saranno 8, anche se grazie alla mia proverbiale insistenza riesco a patteggiarne due extra che, per mancanza di tempo, rinviamo al Venerdì successivo. Prima o poi qualcuno mi denuncerà.

La serata  comunque è bella, fresca, allegra; le chiacchierate sono piacevoli, il portfolio sembra interessare un po’ a tutti, un paio di volte si arriva addirittura a sfiorare l’argomento soldi. Ma la parola d’ordine è pazienza: bisogna continuare ad averne tanta nell’attesa che si liberi qualche posizione che, in questo momento, nessuno ha. Per fortuna ci sono serate come questa, che aiutano.

(Continua)

La nobile arte del colloquio #1

Maggio è stato ufficialmente il mese dei colloqui: a causa di un’affascinante serie di coincidenze sono arrivato a farne più di trenta, quindi mediamente uno al giorno. Il che ha portato a due grandi risultati: il primo è che ora nutro un disgusto profondo e sincero verso il mio portfolio; il secondo è che a partire da oggi e per le prossime tre settimane offrirò alla comunità professionale un dettagliato resoconto di questo percorso di elevazione spirituale articolato in quattro tappe simboliche: Milano, Roma, Stoccolma, e ancora Milano. Insomma, una specie di guida per creativi alle prime armi scritta da un copywriter alle prime armi e mezzo.

milano la cacciata colloquioMilano [La Cacciata]

Il percorso inizia per caso, e inizia a Milano (e dove sennò?): navigando pigramente sul web mi imbatto in un evento dal titolo bizzarro organizzato da LBi Italia: il classico speed-date per pubblicitari con 9 direttori creativi internazionali, da Londra a Dubai, da Amsterdam a New York. Lo scopo è evidentemente quello di cacciare i migliori giovani creativi italiani verso lidi più remunerativi: malgrado sappia perfettamente che la mia ragazza avrebbe numerose obiezioni riguardo a questa eventualità noto con piacere che quel giorno sarò a Milano da un cliente, che l’evento si svolgerà in pausa pranzo, che c’è ancora un posto disponibile e che soprattutto la partecipazione è assolutamente gratuita; e così, con pochi colpi di mouse ben assestati, mi registro.

Arrivo sfatto, sudato e stazzonato perché secondo il sito dell’ATM il percorso più rapido era senza dubbio andare a piedi (un km e mezzo…), schivo con eleganza il ragazzo del WWF che vuole convincermi a donare soldi alle specie in estinzione senza sapere che noi copywriter lo siamo (secondi solo agli strategic planner, d’accordo), faccio lo sborone sfoggiando alla reception il biglietto virtuale su Passbook e ritiro alfine il tagliando numero 57 stampato su vile carta patinata. Si tratta di uno speed-date in piena regola: due colloqui da cinque minuti l’uno, roba che a confronto la Portfolio Night pare il congresso del PD.

Il primo che mi tocca in sorte è un indiano, un gentilissimo Buddha con un pizzetto degno del miglior Alexi Lalas che, poveraccio, ha già visto una quindicina di persone e sta più lesso di me. Annuisce tutto il tempo mentre lo stordisco con le mie chiacchiere e parla solo una volta, per chiedermi quanti follower ho su Twitter. Il secondo, londinese, è se possibile ancora più gentile e a quanto pare resiste meglio allo tsunami di Keynote: fa domande, commenta, e ride anche, nel momento in cui avevo previsto che dovesse ridere. Insomma, non male considerando il tempo da me dedicato a preparare la presentazione, cioè cinque minuti in aereo (mi sono sempre vantato di essere un buon improvvisatore).

Mentre caracollo via, penso che sia cosa buona e giusta scrivere a entrambi due righe su LinkedIn per ringraziarli. Nel trambusto ho dimenticato di segnare i nomi, ma che importa? Mi ricordo benissimo che iniziavano entrambi per G: recupero facilmente le generalità sulla pagina dell’evento, e il gioco è fatto. Per curiosità riguardo la lista dei direttori creativi, gente bella cazzuta, e a quel punto faccio una scoperta agghiacciante: i londinesi nell’elenco sono due. E tutti e due hanno il nome che inizia per G.

Il dubbio inizia a farsi strada. Riapro LinkedIn, controllo la foto del primo: sembra proprio lui.

Controllo la foto del secondo: pure. Due gocce d’acqua. Hanno pure la stessa identica camicia a quadretti da boscaiolo dell’Ontario.

Li confronto forsennatamente una decina di volte, senza venirne a capo, anche perché le foto non sono proprio dei primissimi piani. Dopo una rapida ma accurata analisi delle conseguenze, decido di scrivere anche al secondo.

Lo stesso identico messaggio.

E quindi mi immagino da giorni la faccia di questo povero direttore creativo londinese che si è visto comparire su LinkedIn la mia faccia da cazzo che lo ringraziava per un colloquio che non è mai avvenuto.

La morale, insomma, è che a volte due parole valgono molto più di un’immagine.

(Continua)

Miseria e copy-tà: scrivani di inizio secolo.

Miseria e Copy tà scrivani di inizio secoloCommedia freelance in un atto unico per motivi di budget.

All’inizio del 21° secolo i copy e i webwriter freelance brulicano numerosi. Moltissimi lavorano da casa, in telelavoro. Alcuni invece si organizzano in coworking, dividendo uno spazio con altri professionisti della comunicazione, come art director, videomaker, fotografi.

Per questa nuova bohème di scrittori 2.0 la giornata di lavoro è costituita prevalentemente dalla ricerca dello stesso. Tuttavia la richiesta è talmente alta da parte di testate online, magazine, blog sui più svariati argomenti, che è quasi impossibile restare senza lavoro.

Il web copywriter è infatti sommerso quasi ogni giorno da ghiotte offerte di lavoro che aspettano solo che lui risponda. Alcune proposte sono assolutamente da non perdere, come le seguenti.

Annuncio modello prestampato:

Tipologia: collaborazione occasionale

Oggetto collaborazione: scrittura testi per il web

Modalità di collaborazione: da remoto

Retribuzione:  Da 7€  a 11€  lordi per ogni testo approvato

Annuncio modello esame

Cerchiamo copywriter, traduttori e revisori. Per canddarsi bisogna iscriversi come autori e tentare l’esame di ammissione. Riceverete un’email con l’esito.

Annuncio modello Croce Rossa

Portale di informazione e cultura ricerca collaboratori per la redazione di articoli e contenuti editoriali da pubblicare all’interno di un magazine aggiornato e seguito da un pubblico in continua crescita.

Specifichiamo che la collaborazione è del tutto volontaria, ma per i più produttivi vi è la possibilità di fare un’esperienza professionale di primo piano in un ambiente giovane e dinamico, che può essere riportata anche sul proprio curriculum vitae.

Vuoi mettere la possibilità di lavorare in un ambiente giovane e dinamico?

Ma finalmente eccolo, ecco il cliente perfetto, il lavoro che gli risolve la vita. Il copywriter scrive subito e prontamente, 4 mesi dopo, riceve una risposta:

Grazie di averci scritto,

quello che cerchiamo è una figura che scriva i titoli in italiano e francese per i nostri redattori.

L’accordo iniziale è di 62 euro al mese, per 25 titoli al giorno. Se i titoli saranno efficaci potremo crescere fino ad un fulltime.

Avrei bisogno di un esempio di 20 titoli SEO creati da te basati sulle analytics delle parole più ricercate di questi giorni su Google.

Caspita, fantastico! E quanto pagheranno per un full time?

Eh, sono tempi facili questi per i webwriter. Una volta la professione era precaria, si viveva nella miseria, si lavorava dove, come e quando capitava, si guadagnava poco o niente e i clienti erano una massa di ignoranti. Oggi invece…

http://www.youtube.com/watch?v=8kqJb8RO7LQ

Gli annunci di “lavoro” citati NON sono frutto della fantasia dell’autore. Ringrazio Marilisa Dones che li ha raccolti per noi. Purtroppo senza troppa fatica. 

Cercasi copywriter incensurato.

Esegesi di un annuncio di lavoro.

Cercasi copywriter incensurato

Stamattina mi è arrivato sulla posta un lungo annuncio di lavoro molto interessante, che ha meritato da parte mia un’attenta analisi. Essendo appunto molto lungo, lo farò… volevo dire, lo esaminerò a pezzi. Continua a leggere

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