Frosinone Culone: la storia, il mito, gli eroi.

Allontana Pugnitopo

Il tormentone di Frosinone.

A molti non sarà sfuggito l’ultimo, scoppiettante trend del mondo social: Frosinone Culone!

Ma in cosa consiste esattamente? Si invia un messaggio privato alla pagina ufficiale di un brand (meglio se si tratta di un’associazione sportiva, meglio ancora se di una squadra di calcio) e si chiede se si tratti della pagina ufficiale. Alla risposta affermativa, si risponde di getto “Frosinone Culone!”, e poi via ad arricchire la collezione personale di screenshot.

Il gesto goliardico, è intuibile, è partito dalla pagina del Frosinone Calcio, complice il recente esordio dei ciociari nella massima divisione calcistica nostrana.

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In breve tempo, tuttavia, il fenomeno si è esteso ad altre squadre, fino a lambire pagine che col calcio non hanno davvero nulla a che vedere.

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Ma perché tutta questa insistenza? Basta un rapido sguardo alla classifica per verificare come la stagione del Frosinone sia stata finora decisamente deludente: a tutt’oggi (venticinquesima giornata) 6 vittorie, 4 pareggi, 22 punti appena, per una terzultima posizione che non lascia presagire nulla di buono. Né il club frusinate sembra essersi macchiato di immeritati colpi di fortuna durante gli incontri con i team dei piani alti, tali da poter indirettamente condizionare l’esito del campionato. Da dove ha origine allora questo tormentone? Chi è stato il primo a pronunciare le due fatidiche parole?

La partita del secolo.

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un salto indietro di ben 22 anni per rivivere le gesta di due straordinari eroi. Grazie all’impareggiabile Wikipedia conosciamo anche la data esatta: il 24 Aprile del 1994. È la terzultima giornata del Girone G del Campionato Nazionale Dilettanti, e sul campo del Frosinone la capolista Giulianova è attesa dallo scontro diretto con la seconda in classifica. Gli abruzzesi vantano due lunghezze di vantaggio sui laziali, dunque con una vittoria chiuderebbero virtualmente il discorso qualificazione, guadagnandosi il meritato ritorno in Serie C2. Un pareggio andrebbe comunque bene, poiché lascerebbe invariate le distanze. Ma la sconfitta complicherebbe drammaticamente la situazione, poiché garantirebbe il sorpasso ciociaro, condannando il Giulianova a non essere più unico arbitro del proprio destino.

In campo la sfida è vibrante. I padroni di casa fanno sul serio, e si portano in vantaggio al 12′ con un colpo vincente di Pesacane. La replica giuliese non si fa attendere molto: al 35′ arriva il pareggio di Minuti. Ma dopo pochi minuti la situazione si complica nuovamente: al 40′ viene espulso Di Bari. Il Giulianova soffre l’inferiorità numerica, e al quarto d’ora della ripresa il Frosinone torna a colpire: è Russo che al 61′ insacca per i padroni di casa. I giallorossi precipitano di nuovo nell’incubo.

Sugli spalti c’è un uomo che soffre più degli altri. Vive l’angoscia fino in fondo, e la racconta con la sua inimitabile voce. Quell’uomo è il nostro primo eroe. Quell’uomo è il radiocronista del Giulianova. Quell’uomo è Francesco Marcozzi.

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Il nostro geme, sbraita, impreca come solo un vero tifoso potrebbe fare. La sua radiocronaca è talmente sentita che un tifoso la registra e la monta su una ripresa amatoriale del match. Il video finisce sul tavolo della Gialappa’s Band, e in breve tempo si trasforma in uno dei servizi cult nella storia di Mai Dire Gol, citato a memoria negli anni da ogni vero amante del calcio italiano: un buon esempio di quel viral pre-internettiano che ha indubbiamente trovato nel Magnotta la sua vetta più cristallina (ma questa è un’altra storia).

https://www.youtube.com/watch?v=MILUzh7p8Kg

Vale senz’altro la pena di riportare la trascrizione dei momenti salienti della radiocronaca:

“Allontana Pugnitopo! L’11 in fuorigioco! ASINOOOOO! Attenzione pericolo! FUORIGIOCO! Era fuorigioco, il guardalinee non vede… FUORIGIOCOOOOO!!! Un ingapace, un ingapace… […]
Carabinieri, Polizia, arrestate il guardalinee! RAI, RAI, il guardalinee! Intervistate il guardalinee![…]
Parisi, traversone, in area, c’è Di Vincenzo, di testa… La palla va fuori, è punizione dice l’arbitro! […]
C’era stato un fallo, io l’ho visto, ma c’ha fatto l’arbitro? CORNUTI! Allora, stavamo parlando, come avete potuto capire dall’aggettivo, del guardalinee… […]
Ecco che si batte, tiro, TIRO, GO…PALOOOOO! PALO!!! Palo a portiere battuto, secondo una jella scarogna di tutti i colori! La difesa del Frosinone è stata fortunata, il portiere culone! […]
Vero, è stato fortunato il portiere? Frosinone culone! FROSINONE CULONE! MANNAGGIA LA M******!”

Ecco dunque svelata l’origine del mito: un palo a portiere battuto, che unito all’arbitraggio ostile condanna il Giulianova alla resa (l’arbitro, per la cronaca, era Ayroldi di Molfetta, in seguito illustre fischietto nella massima divisione). Ma è davvero tutto finito? C’è ancora tempo per un ultimo, disperato assalto.

In campo c’è un giocatore che ha disputato una partita esemplare, fatta di sacrificio e sudore. Marcozzi l’ha citato solo di striscio, ma basta un attimo per passare alla storia. Quell’uomo è il secondo eroe della giornata. Quell’uomo allo scoccare del 90′ segna il gol dell’incredibile pareggio. Quell’uomo è Sauro Pugnitopo.

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L’importanza di chiamarsi Pugnitopo.

È una vera beffa che alla storia non sia stata consegnata la registrazione del liberatorio urlo con cui l’incredulo Marcozzi avrà con tutta probabilità accolto il salvifico pareggio. Ciononostante, il granitico “Allontana Pugnitopo!” con cui si apre il frammento di telecronaca è bastato per scolpire il suo inconfondibile nome nella leggenda più autentica.

Ma chi era Sauro Pugnitopo? Grazie all’inestimabile lavoro di ricerca storiografica dell’equipe di TuttoCalciatori, possiamo ricostruirne le gesta.

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Roccioso stopper, Sauro Pugnitopo nasce a Gubbio il 23 Novembre 1967.
1 metro e 89 per 78 chili, muove i primi passi proprio nel club umbro, ma dopo sei stagioni arriva la svolta: l’ingaggio del Giulianova coincide con una felice ascesa, dai Dilettanti fino alle vette della C1. Tre reti appena con gli abruzzesi, ma pesantissime: una in particolare, la nostra, si rivela decisiva. Perché il Giulianova pareggia l’incontro, mantiene il Frosinone a distanza e chiude il girone al primo posto, centrando una fondamentale promozione. Due anni dopo la storia si ripete: dalla C1 alla C2, davanti c’è ancora lo spauracchio frusinate. Pugnitopo quella volta non segna, ma con le sue 33 presenze stagionali si conferma una delle colonne della squadra. Il finale di carriera si rivela meno emozionante ma dignitoso: c’è tempo anche per un ritorno nella natìa Gubbio. Il nostro chiude con 415 presenze, 8 reti e due strepitose promozioni conquistate sul campo.

Su Pugnitopo, incredibilmente, si è detto e scritto molto più di quanto si potrebbe pensare. Tra il nome arzigogolato, il leggendario pareggio e l’immortale invito ad allontanare ce n’è abbastanza perché al nostro siano state dedicate pagine Facebook, meme e persino magliette. Sul sito keepcalm-o-matic.co.uk, per esempio, è possibile acquistare questa meravigliosa t-shirt (sì, ovviamente io l’ho fatto):

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Il punto è che Pugnitopo rappresenta il bene. È colui che, “allontanando” il male, riesce a sconfiggere il nemico più temibile: il Frosinone Culone. Ecco perché i bravi Community Manager sanno che è necessario chiamarlo in causa per rispondere come si deve.

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Perché Pugnitopo sa allontanare tutto. Anche i troll.

United Tales Of America.

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Resoconto millesimato di una settimana di viaggio negli USA: tre giorni di cazzeggio a New York, tre giorni di conferenza a Boston.

In viaggio

Quando partite per una traversata intercontinentale, ricordatevi sempre che fare il copycheck è molto importante. Soprattutto quando compilate l’ESTA. Il mio art non l’ha fatto e ha dovuto pagare subito 42,00 € tra spese e commissioni per rifarlo.

L’accoglienza nel nuovo mondo incute un po’ di timore. Alla dogana il nero incazzato nero di default mi ha chiesto che lavoro faccio: io ho mentito e ho risposto “I work in advertising”, anziché “I tell lies on behalf of companies”.

Il momento più emozionante dell’arrivo è arrivato comunque subito dopo, quando abbiamo dovuto ripescare dopo 13 ore di trasvolata un mazzo di chiavi seppellito in una fioriera di Manhattan. Senza dubbio la miglior risposta alla domanda “Perché scegliere Airbnb invece dell’hotel?”.

In generale gli americani amano gli ampi spazi, e provano piacere nel percorrerli facendo dispendio di più energia possibile. Devono sprecare, sennò si sentono europei, e questo li fa star male. Manhattan è un budello, sarebbe il posto ideale per le city car, eppure tutti si ostinano a guidare macchine lunghe e grosse. Avremo avvistato giusto un paio di Fiat (ovviamente Abarth). Non stupisce che i treni siano di livello mediocre. Per spostarci da New York a Boston (circa 300 km) abbiamo impiegato più di quattro ore, accumulando oltre mezzora di ritardo. In Italia avremmo impiegato la metà, grazie alla nostra meravigliosa TAV. Lì la TAV non sanno neanche cosa sia, e un treno che va a 300 all’ora gli pare inutile fantascienza. Semplicemente, dei treni non gli importa nulla: New York-Boston si fa in auto, o meglio ancora, in aereo. Se non spargi monossido di carbonio, non sei nessuno.

A Boston invece glien’è fregato cazzi ai controlli di sicurezza di dove volavamo, moduli e cavoli vari. Erano soprattutto piacevolmente ansiosi di mandarci fuori dalle balle il prima possibile: in questo gli americani sono impagabili (ben più ansiosi invece a Londra dove non si fidano dei controlli di sicurezza fatti dagli altri e nel dubbio li rifanno a tutti i passeggeri in transito). Unica accortezza, la doccia di raggi x totale con le mani alzate. Che ci vuoi fare, sono fatti così.

New York.

Così a prima vista, New York pare una versione pompata di Londra. Gli americani non perdono occasione per dimostrare davvero un pessimo gusto nella scelta dei font, però a differenza nostra hanno le banconote da 1 dollaro, che ti fanno capire meglio il valore dei soldi. Mica le monetine sceme che abbiamo noi. Quindi, stima.

Anche l’odore dell’appartamento era molto simile all’odore della mia casa londinese, comunque. Un odore particolare, moquette polverosa mista a legno umido. Non necessariamente sgradevole ma comunque pungente. Dev’essere un tipico odore anglosassone.

Da dove iniziare, se non da Times Square? L’avevo sempre considerata una gigantesca affissione sparaflesciosa. Ma poi finalmente l’ho vista e ho capito che dovevo diffidare delle apparenze: Times Square è veramente una gigantesca affissione sparaflesciosa. Non c’è niente da vedere se non la pubblicità: e il fatto che la gente ci vada proprio per guardare la pubblicità mi ha fatto sentire per la prima volta veramente orgoglioso del mio lavoro. Anche se, ora che ci penso, in vita mia ho fatto solo un’affissione. E non era neanche sparaflesciosa.

La prima mattina abbiamo fatto colazione in un bar qualsiasi: c’era questo tipo sulla sessantina che indossava tranquillo un grosso cappello da cowboy. Avrei voluto abbracciarlo fortissimo, se solo non avessi temuto che mi avrebbe sparato con la 44 Magnum che senz’altro teneva in tasca. Non ho dubitato neanche per un istante che il nostro voterà Trump: sono i vecchi repubblicani come lui che hanno fatto grande questo paese. Il caffè macchiato che avevo ordinato faceva schifo esattamente come temevo, dunque sono uscito pienamente soddisfatto.

Che caos la metro di New York! Oggi diremmo che non è stata progettata tenendo conto della user experience; la verità è semplicemente che è fatta a cazzo, senza seguire il criterio europeo tradizionale, numeri, sigle e biforcazioni buttate lì random. Per fortuna in casa avevo trovato una vecchia copia de “Il Codice Da Vinci” e così sono riuscito a decifrare il percorso da fare per arrivare al Greenwich Village rileggendo il capitolo in cui Robert Langdon e la pronipote di Gesù Cristo aprono il caveau della banca svizzera usando la sequenza di Fibonacci.

Ma vale davvero la pena di prendere la metro? All’Oyster Bar della Grand Central Station le ostriche partono da 2 dollari l’una. Un biglietto della metro per arrivare alla Grand Central Station costa 3 dollari. Quindi il consiglio che vi dò è senza dubbio farvela a piedi, così potete ordinare un’ostrica in più.

Certo, alla fine la metro sembra comunque il male minore: finalmente ho trovato una città paragonabile a Roma in quanto a traffico. Era un po’ che non provavo l’emozione di restare bloccato in una coda senza via di uscita, e senza sapere quando finirà. Eppure come dicevo le metro non mancano. Dev’essere che Dan Brown non ha avuto molto successo, non c’è altra spiegazione.

Le sirene della polizia invece sono buffissime, quasi ridicole: sembrano prese pare pare da un videogioco di terza categoria del 1992. Bei tempi, comunque, quando bastava la cartuccia per il Game Boy di Street Fighter II per dare senso persino a uno stupido pomeriggio piovoso di novembre.

Gli USA comunque sanno anche essere magnanimi: una sera un tizio mi ha chiesto un documento per verificare che avessi l’età minima per bere alcolici. Che è 21 anni. E no, non è il caso di fare battute sceme, perché quel pover’uomo chissà che problemi di vista ha. Maledette assicurazioni sanitarie private.

L’ultima sera nella Grande Mela siamo andati a cena in un posto sciccoso. Il fatto è che, malgrado nella lontana Estate del 2011 io abbia conseguito un leggendario (ancorché tuttora inspiegato) punteggio di 101/120 al TOEFL, non abbiamo capito una ceppa. Sarà stata la musica forte, ma proprio non si capiva cosa dicevano i camerieri. Per non fare la figura degli scemi abbiamo risposto un sì convinto a ogni domanda, e ci siamo ritrovati destinatari di un flusso ininterrotto di pietanze sperimentali a base di pesce, ma roba tipo piovra, ravanelli, mirtillo e popcorn dolce (tutto nello stesso piatto). A un certo punto sono arrivati altri due cocktail e abbiamo capito che ci avevano estorto un secondo giro. Tutto buono, eh, solo volevo chiedervi se tante volte avete una frilensata da girarmi. Grazie.

Va detta una cosa, in conclusione: New York è figa, ma è brutta forte. Grossi palazzoni grigi e (soprattutto) marroni, alcuni neppure alti. Ma è proprio questa la lezione di New York: non c’è bisogno di essere belli per essere potenti. Valencia ha un centro storico che è un gioiello, ma non conta un cazzo. New York il centro storico non ce l’ha neanche, ma con i suoi palazzoni fallici alti in modo quasi esagerato può decidere quanto durerà il tuo prossimo mutuo.

Il sogno americano.

Il memoriale dell’11 Settembre è un bel monumento: semplice, sintetico, denso di significati. Due fontane quadrate ricavate nelle profonde fondamenta delle due torri. Al centro di ciascuna vasca, una nuova cascata: la fine, inutile dirlo, non si vede. Tutto intorno, ovviamente, i nomi delle vittime incisi nel marmo scuro. Mi ha ricordato, per rigore e carica poetica, il monumento più geniale eretto nel nuovo secolo: il memoriale per le vittime del nazismo di Berlino. E qui c’è tutta la differenza tra America ed Europa. Perché il monumento americano trasuda ancora stupore per l’accaduto: a noi non succederà, non ci faremo rovinare le nostre città come voi stupidi europei, nessuno potrà scalfire i nostri prepuzi di cemento armato. Saremo migliori di voi. E invece. Il monumento tedesco, al contrario, è un monito. Prima di tutto verso se stessi: una rappresentazione dettagliatissima di come si arriva, passo passo, a prendere sotto braccio l’orrore. C’è dentro tutta l’angoscia di un popolo che si è risvegliato dall’ipnosi con una mannaia insanguinata in mano, con il terrore, se si distrae nuovamente un solo istante, di ritrovarsi di nuovo nel baratro. Ecco la differenza: New York onora le prime morti che ha subìto, Berlino si dispera per le morti che ha causato. L’Europa è più adulta.

Il nuovo World Trade Center comunque è bello. Sembra un po’ una piccola Piazza Gae Aulenti.

Amiamo ripetere spesso che il toro va preso per le corna. Poi ho scoperto che invece dalle parti di Wall Street c’è l’usanza benaugurante di tastare lo scroto dorato della statua del toro. Pare che porti fortuna. Ma perché non ci abbiamo pensato prima? Il toro non va preso per le corna: va preso per le palle.

Quante emozioni sulla 5th Avenue! Mentre ero in un negozio, indeciso se comprare o no una borsa, improvvisamente è partita “Man In A Suitcase” dei Police alla radio. Inutile dire che l’ho presa subito. È bello che Gordon, Andy e Stewart trovino il modo di consigliarmi anche in differita, a 35 anni di distanza. Devo ricordarmi di seguire sempre le sensazioni.

Poco più avanti invece c’era la sede della Sliding Door Company, a quanto pare il principale installatore di porte scorrevoli. Ma per entrare, c’è una porta a spinta. Applausi.

Lo shopping però nel complesso mi ha deluso. Curiosamente tutti sono scimmiati con la 5th Avenue, quando invece su Madison Avenue ci sono molti più negozi, molto più belli. Ma si tratta di alta moda. Anche setacciando con cura il Greenwich Village, invece, non escono fuori grandi cose in quanto a moda indie: detto fuori dai denti, Camden Town e Friedrichstrasse gli fanno un culo così. E probabilmente persino Porta Portese non è messo male. Tutto questo per dire che, ahimé, non ho trovato nessuna camicia di mio gradimento.

Il terzo giorno mi sono dato appuntamento con Maria, una mia vecchia amica dell’Erasmus. Lei vive in Nebraska, ma proprio in questi giorni era a New York per un corso di aggiornamento, una coincidenza semplicemente assurda di cui non potevamo non approfittare. A Gennaio ha perso il fratello maggiore per un tumore meschino che se l’è portato via in dieci settimane, una di quelle cose per cui uno vorrebbe afferrare Dio con la forza e mentre due amici lo tengono fermo dargli un bel po’ di pugni seri sulla bocca dello stomaco. Forte. Invece quel vigliacco non si fa trovare mai. Lei però il sorriso non lo avevo perso, e neanche quella gentilezza così leggera e sensata che possiedono gli americani quando sono intelligenti. Abbiamo parlato a lungo, con tutta la piacevole fatica del dover capire e farsi capire. Quanti amici che ho a dieci chilometri da casa, invece, e per un motivo o per l’altro non vedo da mesi.

Gli americani, comunque, su alcune cose sono stupidi. Ma proprio stupidi stupidi stupidi. Diluvia, c’è un’umidità che levati, forse c’è pure l’uragano Joaquim in arrivo, e loro tengono l’aria condizionata a stecca. Senza motivo. Io amo l’aria condizionata, è un diritto inalienabile dell’umanità, sono disposto a battermi per essa, ma magari fuori è Ottobre. È  Ottobre, cazzo. Per carità, capisco la rivalità storica col Giappone, ma un modo meno autolesionista di violare il Protocollo di Kyoto secondo me si trova.

E gli hamburger? Per carità, lo sanno tutti che le proteine animali fanno male. Lì però le hamburgerie più blasonate si compiacciono con orgoglio di non aggiungere nulla alla loro carne: antibiotici, ormoni, conservanti. In pratica si vantano di qualcosa che dovrebbe essere il minimo sindacale, un po’ come se io dicessi di essere una persona dal cuore d’oro perché anche oggi non ho sgozzato nessuno con una grossa sega arrugginita. Mah.

Essendo il mio primo viaggio fuori della mia cara Europa (da buon romano, ogni volta che mi sono trovato a visitare qualche provincia dell’impero mi sono sempre sentito a casa), da incrollabile eurocentrista mi sono chiesto se, per contrapposizione con gli USA, sarei riuscito a identificare qualche tratto comune che contraddistingue la cultura europea in generale, al netto delle differenze nazionali. La risposta è sì. Oltre al calcio, noi europei abbiamo un rapporto sereno con i pagamenti. Quello americano è invece schizofrenico. Tanto per cominciare, i prezzi esposti sono sempre netti: l’IVA viene conteggiata sempre dopo, alla cassa. È come se volessero prendere le distanze dallo stato: come dire, fosse per me te lo farei pagare solo x, ma per colpa dello stato porco bastardo bastardo porco sono costretto a fartelo pagare y. Ma ancora più sorprendente è la situazione delle mance: i camerieri vengono pagati anche solo due o tre dollari l’ora, e i soldi per campare li alzano grazie a queste somme, teoricamente non dovute, tacitamente estorte ai clienti con percentuali talvolta spropositate. Persino il 25%, che su un caffè sposta poco, ma su una cena sposta tanto. Una specie di sistematica evasione fiscale legalizzata. Una specie di lobby o, se preferite, una specie di mafia.

Gli americani, però, hanno anche un grande pregio, che è lo spirito patriottico. Quando decidono che devono unire le forze per sistemare qualcosa sono impareggiabili. Guardavo le immagini di New Orleans durante una partita di football, a dieci anni di distanza dall’uragano sta meglio di prima. Noi europei (e in particolare noi italiani) dovremmo imparare a mettere da parte i campanilismi quando c’è un problema serio da affrontare e unire le energie. In questo gli americani possono essere un bellissimo esempio. Poi certo, pensi che molti di loro moriranno senza essersi mai fatti un bidet, e a quel punto il giudizio inevitabilmente si ridimensiona.

Le arti.

Meravigliosa idea la High Line: una vecchia ferrovia in disuso trasformata in un parco sopraelevato. Non ho potuto fare a meno di chiedermi che fine farà la tangenziale di Roma quando fra qualche decennio l’auto cadrà in disuso. Forse è meglio non saperlo.

Il MoMA è un diario impietoso del rapporto tra Europa e USA. È zeppo di capolavori europei: testimonianza del fatto che senza l’impronta dell’Europa gli USA non avrebbero alcuna personalità, ma anche del fatto che l’Europa si è lasciata allegramemte surclassare dalla sua creatura. Un furto travestito da celebrazione, insomma.

La spirale del Guggenheim invece era chiusa per allestire una mostra su Alberto Burri. Alberto Burri. Sì ok, è italiano. Per carità. Ma Alberto Burri. La spirale del Guggenheim. Alberto Burri. Ma porca puttana.

E la musica?  Gli USA sono la patria del jazz, per esempio. Ma occhio al Blue Note. Perché qui c’è quello vero, mica quello imbruttito lombardo. Meglio documentarsi prima sul gruppo della serata: quello che abbiamo visto noi ha atteso coscienziosamente 43 minuti per cominciare a suonare musica (quella cosa che di solito ha un ritmo e una melodia, no?). Prima, solo strombazzate sfiatate, gomitate sulla tastiera e note a caso. Non ho mai visto quattro persone così impegnate a non produrre nulla di neanche vagamente godibile. Un giapponese in mezzo al pubblico non ce l’ha fatta e si è addormentato, poverino. (E comunque il Mai Tai a Isola lo fanno più buono.)

Alti e bassi, insomma: una sera ci siamo dovuti sorbire “Pappà l’Americano” durante l’aperitivo di fine giornata, e addirittura un incredibile Biagio Antonacci mentre aspettavamo il treno per Boston alla Penn Station. Ma vedere gli americani che canticchiano la loro musica è bellissimo: per noi sono frasi d’importazione, per loro sono parole vive, quotidiane. Mentre finivamo di bere l’ultimo cocktail dell’ultima serata “Mo Money Mo Problems” di Notorius B.I.G. era semplicemente perfetta; e lo dice uno che i rapper li prenderebbe tutti a sprangate sulle rotule, dove fa più male.

Alla fine ho comprato il libro di Humans Of New York. Volevo leggerlo in treno, in viaggio verso Boston, e però mi sono addormentato.

Boston.

Ma che carina Boston! Lontana dal caos machista di New York, se ne sta acquattata sull’oceano con le sue università e le sue ostriche, rilassata e calma. Sarà perché è stata la città da cui è partita la rivoluzione con il famoso Tea Party, e quindi è forse l’unica grande città ad aver conservato la sua originale fisionomia europea. In effetti quando ho protestato perché un tizio mi stava mettendo sotto con la macchina lui mi ha fatto amichevolmente il gesto della decapitazione con la mano, e insomma mi sono sentito subito a casa.

A Boston si fanno i frustoni, comunque. La prima sera andando a cena siamo passati per il parco e c’era una smella di erba che pareva di essere in via Zamboni il Primo Maggio.

Quando nei film americani fanno vedere il fumo che esce dai tombini uno pensa che succede solo a Gotham City nel rifugio di Pinguino, invece succede veramente. Persino a Boston. Ma cosa sarà quel fumo? Non sono sicuro di volerlo sapere.

La conferenza.

La conferenza della Direct Marketing Association, finalmente; che poi era il motivo effettivo del viaggio. Nell’entusiasmo dei preparativi, ci eravamo dimenticati di portare i biglietti da visita. Domanda legittima: servono davvero, nell’epoca di LinkedIn? Secondo me no, ma nel dubbio il mio art ha escogitato una mossa semplice ma geniale qualora ce li avessero chiesti: dire che li avevamo già finiti. Inutile dire che ha funzionato alla grande. Ma quanto siamo stati disruptive, eh? Quanto?

Il problema reale, in una fiera sul direct marketing, è che il 90% degli espositori non hanno praticamente nulla da mostrare, perché sviluppano piattaforme per collezionare e intersecare informazioni (i famosi big data). Servizi applicati ai servizi: il livello di astrazione è semplicemente troppo alto per poter realizzare una demo sufficientemente avvincente. Per questo motivo puntano tutto sui gadget, il più delle volte terribilmente scemi e totalmente scollegati dal brand. Il format è: saluti di circostanza, scansione del qrcode sul badge (sì amici, il qrcode è vivo e lotta insieme a noi), carriole di gadget. In pratica ti estorcono i dati personali in cambio di un oggetto stupido ma GRATIS. Tanta roba: i più banali hanno delle stupide penne (per carità, prese anche quelle), i più geniali regalano emozioni vere. Nella mia personale top 3 si sono collocati:
– Grattaschiena in plastica bianco, quello con la manina per intenderci;
– Mega impianto di hockey balilla con tanto di musichette a tutto volume nello stand delle poste canadesi;
– Scimmia volante, che si carica con un elastico nelle zampe a mo’ di fionda e si lancia a tutta forza.
Per quella che è la mia visione del mondo e della vita, la scimmia volante è valsa da sola l’intera settimana di viaggio negli USA.

Cosa non si fa per avere un gadget, comunque: sorbirsi un quarto d’ora di presentazione di una piattaforma di data analytics per avere un elefantino di peluche, oppure scolarsi un Moscow Mule alle tre di pomeriggio per avere una (ambitissima) tazza di Adobe.

Quando dicevo che eravamo italiani, comunque, facevano sempre una faccia stupita, come se avessi detto che tutti i giorni a colazione inzuppo la pancetta nel Nesquik. Neanche gli avessi detto che avevo aperto un’agenzia su Kepler 452-b ed ero in cerca di partner per fare new business. E così quando gli abbiamo detto che eravamo italiani, il tizio delle poste canadesi ha spalancato il suo miglior sorriso e ci ha detto “Bonjour!”. Uomo di mondo. C’era una sola cosa da fare: lavare l’onta battendo il Canada 4-3 a Hockey Balilla. Bonjour un cazzo.

In ogni caso, mi sono riconfermato Gran Maestro del Buffet. In particolare grazie alla celebre tecnica della “terza mano”, da me ideata e perfezionata, con cui riuscivo a mangiare un miniburger tenendo saldamente il bicchiere di prosecco mentre afferravo al volo una tartina. Devo proprio decidermi a fare quel videotutorial su YouTube, sono ormai in troppi a chiedermelo.

Quelli del marketing comunque sono proprio un’altra specie rispetto a noi creativi. A loro la cerimonia degli Award neanche interessa, motivo per cui l’hanno messa la penultima sera per evitare che andasse mezza deserta. Mi spiegava un delegato italiano che nessuno lì ha voglia di perdere una notte in più di albergo solo per vedere un premio. Chissà oh, magari hanno ragione loro.

Gli insegnamenti.

Cos’è il rischio? Possedere una sola giacca e ordinare comunque la zuppa di frutti di mare. È andata bene.
Cos’è la sicurezza? Portarsi di propria iniziativa una borsa alla convention per raccogliere tutti i gadget e le brochure. Poi finisce che nel welcome kit è incluso uno zaino e devi passare tutta la giornata con una borsa di troppo.
Qual è la morale? Che inseguire la sicurezza può essere più controproducente che accogliere il rischio.

I guru del marketing americani presentano sempre dei modelli di analisi della società e del mercato contemporanei basati su quattro o cinque parole chiave. Possiamo distinguere tre categorie di guru. Quelli scarsini mettono delle parole e basta; quelli bravi trovano tutte parole con la stessa iniziale e ti presentano “Le 5 M per capire i Millennials” (tutta colpa delle 4 P del Marketing Mix di Philip Kotler), con la costante che almeno una delle parole non c’entra un cazzo e sta lì solo perché ha l’iniziale giusta; i fuoriclasse sono quelli che trovano parole che ne costruiscono un’altra di senso compiuto, e qui la costante di parole scelte a cazzo solo per completare l’acrostico di solito raggiunge il 50%. Il tratto comune a TUTTI i guru è che entro 2 minuti e 31 secondi dall’inizio del seminario pronunceranno la parola “challenge”. Non si scappa.

Interessante il seminario “7 human behavior hacks that increase engagement and response”. Ma interessante in modo sinistro, naturalmente. Personalmente lo avrei intitolato, per restare fedele agli stilemi del direct marketing più militante, “7 cose che i consumatori non ti hanno mai detto che non sapevano di non voler farti sapere”. Si parlava di cose tipo la comunicazione dei numeri, offrire sempre più alternative per non far sentire l’acquirente costretto; oppure inserire i centesimi quando si parla di risparmi per far sembrare la cifra più grande, non inserirli quando invece si parla di prezzi per il motivo opposto; oppure ancora sfruttare l’avversione al rischio. Uno dei libri migliori che abbia mai letto si intitola “L’arte di pensare chiaro”: è scritto da un broker svizzero ed esplora tutte le falle logiche insite nel ragionamento umano. Perché il problema reale non è certo capire perché hai cliccato su quel banner invece che su quell’altro. Il problema reale è capire perché quel sabato pomeriggio hai annullato qualsiasi impegno e sei salito di corsa su quel treno per passare tre ore contate con quella persona così speciale eppure così inaccessibile, anche se razionalmente sapevi benissimo che era uno sbaglio. Ma era davvero uno sbaglio? Questo nel seminario non lo spiegavano.

Inquietante anche il seminario di Jon Iwata, il nippoamericano vicepresidente di IBM. Ha parlato di Watson, il megacomputer che ha sconfitto il campione del telequiz Jeopardy. Ma perché, dio bòno? Eravamo quelli eleganti del duello Kasparov-Deep Blue, ci siamo distratti un attimo e vai con la trashata in prima serata condotta dall’Enrico Papi statunitense. Perché dobbiamo sempre rendere tutto pop? Si chiama intelligenza artificiale proprio per evitare che gli stupidi possano capirla, no?

E i Millennials? Vuoi non parlare dei Millennials? C’era uno che diceva che lavorano meglio perché scrivono tutto col pennarello su dei grossi fogli che tengono appesi al muro. Il fatto mannaggia è che io proprio detesto scrivere, è più forte di me. Bella comunque la citazione del pilota Mario Andretti: “Se hai tutto sotto controllo, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce.”

Penso siamo tutti d’accordo che il Nasdaq è una delle cose più noiose che esistano (seconda solo a un saggio di Odifreddi sulla non esistenza di Dio). E così il social media manager del Nasdaq ci ha spiegato la loro strategia: usare Snapchat, Periscope e tante emoji per convincere i millennials che non si tratta di un indice di borsa, bensì di una scanzonata banda di innocui cazzoni. L’ho trovato geniale.

Otis Maxwell invece regalava una copia del suo libro “Copywriting that gets results” a chiunque intervenisse durante il suo seminario. Pur di accaparrarmi una delle ultime copie ho sfoderato la mia miglior faccia da culo e gli ho fatto una domanda supercazzola che neanche mi ricordo bene, però avevo una pronuncia veramente impeccabile.

Sempre affascinante sentire Kevin Roberts, comunque: il gorilla di Cadbury l’abbiamo visto tutti 846 volte e la filosofia dei Lovemarks nell’epoca dei big data ormai scricchiola seriamente, ma il fatto che continui a dargli senza apparente fatica un senso ancora pienamente contemporaneo lo conferma senza ombra di dubbio come un fuoriclasse delle presentazioni. Anche perché indossava una camicia con un dragone disegnato sulla schiena, quindi doppia stima.

Mi ricordo la prima volta che lessi Lovemarks, fresco di laurea, sulla veranda della casa al mare nell’ormai lontana estate del 2006: ero giovane e mi sembrava plausibile che si potesse essere buoni senza rinunciare a essere fichi. Ma chissà se ho davvero smesso di pensarlo.

Il workshop conclusivo prevedeva un ospite d’eccezione: John Legend. Mi ha colpito la naturalezza con cui è stato presentato come “musicista e imprenditore”: per loro è perfettamente sensato essere entrambe le cose, in Italia qualcuno si straccerebbe le vesti gridando allo scandalo, perché l’arte non è in vendita. Come se poi la SIAE fosse una fondazione benefica. Bravissimo eh, solo che per fare due pezzi (ma proprio due, eh) ci ha imposto 25 minuti di pippone esistenziale sulla sua gioventù difficile per poi battere cassa per le sue fondazioni. Era dai tempi del dibattito Prodi-Berlusconi per le politiche del 2006 che non mi massacravo gli zebedei in quel modo.

E comunque.

Bella l’America, ma non ci vivrei.

Splendore e decadenza del soprannome romano.

Dei tanti aspetti che rendono così insopportabilmente impeccabile la romanità, quello del soprannome l’ho sempre ritenuto uno dei più notevoli. Di norma, il soprannome dovrebbe essere per definizione un aggettivo; persino la storia ci ha tramandato sequele di sovrani consacrati all’eternità da un attributo: Carlo il Calvo, Filippo il Buono, Pipino il Breve. Volendo svariare un po’, troviamo un Riccardo Cuor di Leone o un Giovanni Senza Terra, ma sono comunque epiteti assimilabili a un classico Achille Piè Veloce: una qualità comunemente riconosciuta, ma non assegnata ad personam.

A Roma no. A Roma è tutto diverso. A Roma è tutto più grande. A Roma, il soprannome è per definizione un sostantivo. Un sostantivo per giunta preceduto dal fondamentale articolo “Er”: in questo modo la qualità non è più solo attribuita in concessione, ma viene assolutizzata. Chi riceve il soprannome ne diventa il detentore esclusivo, l’unico interprete riconosciuto, autorizzato e accreditato. Il massimo e più autorevole esponente.

Esempio. Un vecchio ragioniere amico di famiglia, affabile e cordialissimo ma noto per la propria proverbiale lentezza operativa, è ormai comunemente identificato come Er Moviola. Capite la potenza? La grandezza? L’incisività? A Lumezzane o a Porto Sant’Elpidio sarebbe stato semplicemente il Lento. Ma lui non è il Lento. Lui è Er Moviola.

Altro esempio. Un mio carissimo amico, chitarrista sopraffino, ama talvolta definirsi Er Metafora: ciò deriva dal fatto che quando racconta fatti insoliti o divertenti dispone di un talento sontuoso nell’arricchire la narrazione con similitudini complesse ed elaborate ma nondimeno sempre pregnanti ed efficaci. Una volta ci raccontava accorato di due amici che malgrado gli sforzi faticavano a lavorare insieme a causa del carattere molto diverso, flessibile a accomodante l’uno, pignolo e maniacale il secondo: “Considera che Tizio fosse per lui risolverebbe il conflitto israelo-palestinese in dieci minuti; Caio invece lascerebbe il foglio con le istruzioni pure alla donna delle pulizie.” Insomma, è proprio vero che ventisette parole valgono più di mille parole.

Ma come si sono evoluti i soprannomi romani negli anni? Ricordo che una decina di anni fa, in pieno boom Costantino&Daniele, incontrai sul treno Roma-Lido (com’è noto, tra i principali ritrovi dell’intellighenzia letteraria capitolina), due simpatici coattelli abbigliati in stile “Troppo belli”: jeans strappicchiati, sneakers, t-shirt pseudofashion, giacchetta yeah.

(…che poi, ora che ci penso, è all’incirca il modo in cui vado io in ufficio oggi, ma vabbè, questo sarebbe un altro discorso.)

La loro fu una conversazione leggendaria che serbo scolpita nell’ipotalamo assieme alle altre sequenze indispensabili per la mia sopravvivenza emotiva, come il codice fiscale, la serie di Fibonacci, la tracklist di The Dark Side Of The Moon e la lista dei rigoristi di Italia-Francia. In pratica due sere prima c’era stata questa clamorosa, incredibile rimpatriata dei vecchi tempi, e si era organizzata una bella partita di calcetto come si conviene per celebrare al meglio l’evento.

Erano venuti proprio tutti, ma tutti tutti eh: Er Crepa, Er Tacca, Er Frappa, Er Mefisto; e insomma, credeteci o no, a fine serata li aveva raggiunti pure Er Mezza Fella. Sì, proprio lui! La serata, e il racconto, erano poi proseguiti con la narrazione delle spassosissime peripezie der Mefisto ad Amsterdam: dopo due giorni aveva già finito i soldi e si arrangiava dormendo per strada e scippando le vecchie. Che matto!

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Un’immagine di repertorio del Frappa.

Va detto che dopo dieci anni ancora non c’è unanimità sul significato preciso di tutti i soprannomi, malgrado abbia interpellato, in momenti diversi, esperti provenienti da diversi municipi, e financo dai comuni limitrofi. Sul Frappa c’è poco da dire, ovviamente: era sicuramente uno col naso grosso (ovvero “la nasca” o appunto “la frappa”); sul Crepa la teoria ormai comunemente accettata è che fosse uno dedito a piccole ruberie veniali, o magari uno che non restituiva i soldi ricevuti in prestito (uno che appunto “si crepava” la roba); Er Mefisto è stato identificato da molti antropologi come uno che stava a rota colle miccette (Mefisto è una marca nota di petardi economici), ma una corrente minoritaria ipotizza che potesse essere provvisto di un talento notevole e apprezzato nell’arte della flatulenza; chiaro il significato di Mezza Fella (il nome volgare della “mezza piotta”, ossia della banconota da cinquanta euro), ma non il perché caratterizzasse il suo detentore: forse un riferimento a un prestito in qualche modo passato alla storia, oppure il ricordo di un ingente acquisto di fumo? Infine, piena e totale oscurità sul Tacca: forse qualcuno che amava tenere il conto delle proprie copule sull’armadio? Nessuno lo sa con certezza. *
Di sicuro, senza neppure averla vista, la compagnia si presentava comunque variegata, intrigante, a suo modo pacatamente gagliarda.

Un mesetto fa invece tornavo da un caffè con un’amica (cioè, non era esattamente un’amica ma anche questo sarebbe un altro discorso…) ed ero per mia sfortuna su un autobus, con questi due gruppetti di ragazzini tra medie e inizio liceo. In mezzo, due ragazze più o meno carine, e tanto basta per scatenare il classico contrappunto protomachista a base di “Mbè, che cazzo te guardi?”, oltremodo spassoso vista l’età e la statura dei contendenti. A un certo punto uno del gruppetto di coda si alza ed avanza traballante verso il centro, con fare secondo lui spavaldo, incitato dai suoi drughi: “Boooo, Er Bestia s’è incazzato!”. Lo chiamavano proprio così: Er Bestia. Piccolo particolare però: Er Bestia era un cazzettino alto sì e no un metro e quarantatré, stabile come lo stipendio della stagista di un call center e robusto come l’erezione del decano della Corte Costituzionale. Poteva bastare una pacca sulla spalla un po’ troppo convinta per mandarlo in rianimazione. Eppure per i suoi amici lui era Er Bestia.

Di chi è la responsabilità di una denominazione così rovinosamente overpromising, come diciamo noi pubblicitari? Di Romanzo Criminale, ovvio. Non può essere diversamente se nell’ultimo lustro il soprannome romano si è incattivito e intrucidito in modo sistematico, perdendo però tragicamente di credibilità. Siamo passati dalla sorniona faciloneria der Crepa, bono e caro anche se poi magari te dà la sòla, alla ridicola isteria der Bestia, il campione cittadino dell’autosopravvalutazione. E allora mi chiedo: è questa la città che vogliamo lasciare ai giovani? Sono questi i soprannomi che vogliamo consegnare ai nostri figli? Perché se le cose rimangono così, e lo dico a malincuore, io a Roma non ci torno.

* Le ricerche si sono improvvisamente ridestate proprio grazie a questo post. Condivido qui per pienezza informativa il prezioso contributo tempestivamente inviato dal Prof. Alessandro Zuccherofino: Il problema qui è che i soprannomi romani dipendono tanto da momenti “storici”, in cui commetti qualcosa per cui sarai bollato a vita da un determinato gruppo di amici, che da tue caratteristiche ontologiche. Al che, il famigerato “Tacca” potrebbe essere sia uno a cui il cellulare non prende mai (le tacche a Roma sono le barre che indicano la qualità della linea ricevuta dal cellulare) oppure un tizio parsimonioso che a forza di essere definito taccagno diviene “Er Tacca”. Non possiamo inoltre escludere il fatto che facesse semplicemente Tacca di cognome. Senza la spiegazione degli amici, è veramente impossibile da capire.”

London Tales #1

Benvenuti in London Tales, la mia nuova rubrica che ho promesso mesi fa a Daniela e che finalmente trovo il tempo di scrivere.

 

Oggi inizia la primavera e ieri la mia esperienza londinese ha varcato la ragguardevole soglia dei 2 mesi.
In sostanza sono a 1/3 del percorso medio di una delle innumerevoli persone che vengono qui per fare “un’esperienza di vita” o “per imparare la lingua” (questi ultimi sono i peggiori; mentono sapendo che, nella migliore delle ipotesi, torneranno in Italia con notevoli miglioramenti del loro spagnolo sboccato).

Brevissimo riepilogo: dopo l’estate io e Andrea, il mio Art Director, abbiamo iniziato a guardarci intorno, desiderosi di un’esperienza diversa nel mondo che amiamo. Dapprima in maniera pigra e sognante, ma poi, gira che ti rigira, abbiamo iniziato a fare sul serio e una delle domande che abbiamo inviato è stata presa in considerazione da quelli che oggi sono i nostri attuali datori di lavoro. Un colloquio su Skype con il nostro direttore creativo, giusto il tempo di piacerci e in men che non si dica eravamo a fare la fila per il National Insurance Number (per i meno avvezzi: la previdenza sociale di Sua Maestà, l’unica rottura di balle della burocrazia inglese).

Come potrete facilmente immaginare, per un copy è quanto meno ardito, se non completamente idiota, lanciarsi a capofitto in un’avventura estera se il proprio stipendio è stato pagato fino all’altro ieri dalla lingua italiana, a maggior ragione se si considera che la nuova lingua da padroneggiare non la si è studiata neanche un giorno in vita propria (mi rendo conto dell’inutilità di quest’ultima informazione, ma la scrivo per fare un dispetto ad Andrea, che si lamenta, giustamente, del fatto che con questa storia sono un disco rotto, ormai).

Eppure posso dire con ragionevole certezza che ha ragione lui:

https://www.youtube.com/watch?v=10KObAQFmlY

Sì, fare il copywriter in un’altra lingua sembra possibile. In fin dei conti la lingua si impara e il talento che uno può avere con le parole è, a dispetto delle apparenze, senza confini.

Fatality

Le insidie sono tantissime, a cominciare dalla tastiera (punteggiatura disseminata a casaccio e la combinazione di tasti per una fatality in Mortal Kombat è più semplice di quella necessaria per accentare le lettere), passando per cultura e senso dell’umorismo. Insomma, sono e saranno mesi di adattamento davvero intensi e difficili, ma non impossibili.

Ovviamente, ancor prima di perfezionare la lingua, mi sto già buttando a capofitto nei giochi di parole. Nello specifico, il mio più grande successo finora è aver coniato il termine “fuckount” per indicare i nostri acerrimi nemici in agenzia.

A tal proposito, entriamo un po’ più da vicino nella vita lavorativa d’oltremanica.

Ecco, cominciamo subito dalla tecnologia. Siamo in un’agenzia digital, per cui qui viene data molta attenzione alle ultime novità in materia. L’altro giorno giocavo felice e beato con l’Oculus Rift (ho avuto più o meno la stessa reazione del protagonista del video) mentre ieri perdevo la testa per il Leap Motion Controller. In generale, comunque, qui si dà molta importanza a ciò che succede nel mondo, sia a livello pubblicitario sia a livello di tecnologia tout court.

Passiamo alle note dolenti.
I nostri cari fuckount non si discostano minimamente dai loro italici corrispettivi (mi riferisco alla media generale, non alla mia ultima esperienza a Milano, che considero oro rispetto a certi picchi di follia visti qui). Parecchi di loro sono campioni olimpici di domande idiote (sì, grazie a loro ho rivisto le mie posizioni rispetto al detto “non esistono domande idiote, solo risposte idiote”) e di debrief tragicamente travisati. Risultato? A furia di lavorare fino a tardi, ormai abbiamo fatto la carta fedeltà alla pizzeria qui sotto, famosa per cucinare una tra le peggiori pizze del Regno Unito, che già di per sé è un primato ragguardevole.

Kate Pizza

E i clienti sono forse anche peggio (sia dei fuckount, sia della pizza).

La frase più ricorrente è senza dubbio “there’s no budget for that”, che suona molto come “there’s no trip for cats”, sia a livello fonetico sia a livello semantico, a ben pensarci.

In cucina, come potrete immaginare, le cose non vanno meglio. Qui al ristorante dell’agenzia hanno una concezione quanto meno fantasiosa di “insalata” (diciamo che puoi considerarla tale dopo che hai trascorso mezza giornata con Salvador Dalì, Boston George e Paul Gascoigne), ma gli inglesi sono cintura nera di junk food. Una cintura molto allargata, mi viene da dire.

Il top comunque è un ragazzo, che per privacy, praticità e scarsa memoria chiamerò Salvatore, che lavora alla caffetteria. È inequivocabilmente napoletano e, in barba a ogni luogo comune, un istante dopo aver conosciuto me e Andrea ci ha subito proposto del tabacco di contrabbando a £2. Una gioia incontenibile e inspiegabile ha pervaso il mio corpo in quel momento. Sono scene che contribuiscono parecchio alla formazione di una persona e che farebbero la gioia di Zola e Flaubert (cito due francesi a caso giusto per fare rabbia agli inglesi).

 

Ma sapete che c’è? It is worth it. E tanto anche.

Al di là di tutte le lotte (col cliente, ma anche interne, come ogni grande agenzia), quello che vedo qui è un mondo abitato da persone ancora innamorate del lavoro che fanno. Forse la differenza sta nel fatto che a Londra, paradossalmente, c’è molta meno concorrenza rispetto all’Italia, dato che manca quella generale “mitizzazione” (ci ho messo cinque minuti per trovare le virgolette, maledetta tastiera Uk) della professione che in Italia ancora abbiamo, e chi lavora in pubblicità lo fa per vera passione e dedizione, non perché “fa figo” (credetemi, qui non fa per niente figo essere un copy).

O forse sto dicendo solo un mucchio di baggianate, chissà. Sarà il tempo a stabilirlo.

Resta il fatto che qui si sta bene, oggi c’è il sole e, come ogni venerdì, tra poche ore partiranno le birre gratis, ma l’altra sera, parlando su Skype con mia sorella, le ho chiesto di inquadrare il bidet e mi sono quasi commosso.

Sono cose che fanno pensare.

 

Ps: ci è appena arrivata un’email che millanta un pranzo a base di pizza per tutti. Ho paura.

 

NB:
per una corretta lettura e fruizione dell’articolo si consiglia l’ascolto di “For Emma, Forever Ago” (quanti più brani, possibilmente) dei Bon Iver.

 

 

Cinque business da tenere d’occhio nel 2014.

Che sia o meno l’anno della tanto agognata ripresa, il 2014 appena cominciato si presenta ricco di opportunità imprenditoriali, a patto di saperle cogliere nel modo giusto. Ecco il profilo  di cinque imprese, diversissime fra loro, che hanno saputo coniugare intuizione e innovazione: di sicuro ne sentiremo parlare ancora a lungo.

 

Il treno è servito.

Logo_EATALOUltimo risultato dell’indefessa inventiva imprenditoriale di Oscar Farinetti, Eatalo è il frutto  della partnership ormai quasi simbiotica tra Eataly e NTV, il consorzio ferroviario titolare del brand Italo. Come spiega lo stesso patron “Eatalo è un meraviglioso esempio di quello che può nascere quando le eccellenze di un paese fanno sistema. Abbiamo unito il comfort di un treno all’avanguardia con l’impeccabilità di un ristorante di primo livello, per realizzare qualcosa di unico al mondo: un bistrot su rotaia”. I nuovi treni Eatalo saranno attivi inizialmente sulle tratte Roma-Milano e Bologna-Venezia. Caratteristica distintiva, l’ordine delle portate che cambia in base alla tratta percorsa, riproponendo gastronomicamente la successione delle città attraversate. Così, se sul Roma-Milano si passa dal pecorino con le fave (Roma) alla ribollita (Firenze), al ragù (Bologna) fino alla torta meneghina (Milano), sul Venezia-Bologna potremo degustare moeche fritte (Venezia), proseguire con una gallina imbriaga (Padova) e chiudere in bellezza con una deliziosa pinza (Bologna). I convogli Eatalo entreranno in servizio dal 17 Marzo, ma è già possibile prenotare i biglietti sul sito della compagnia.

 

Famolo strano.

logo_GROUPORNAutentico fenomeno del 2013 nella natìa Germania, Grouporn si appresta a fare il suo ingresso nel Belpaese, anche se in versione “censurata”. La popolare piattaforma di crowdbuying, fondata nel 2011 a Berlino da Hans Augenthaler, programmatore, e Konrad-Ulrich Doppelgänger, sessuologo e giornalista, è legata infatti a doppio filo al mercato della prostituzione, che in Germania costituisce la terza industria nazionale. “L’idea è semplicissima”, spiega Augenthaler, “abbiamo applicato la meccanica della scontistica di gruppo al mercato del sesso, un settore che tira molto ma che in ogni caso ha risentito inevitabilmente della crisi”. Grazie a Grouporn è dunque possibile acquistare in gruppo una prestazione sessuale, risparmiando notevolmente sul prezzo originale. “Naturalmente acquisto di gruppo non significa prestazione di gruppo”, spiega Doppelgänger, “ognuno riscuote per conto suo. Molti ci criticano, io credo semplicemente che Grouporn sia una cosa molto democratica: vogliamo garantire a ogni tedesco il diritto a ricevere una fellatio spendendo il meno possibile”. Ma cosa farà Grouporn nel nostro paese, dove notoriamente la prostituzione è vietata? Semplicemente, punterà sui sex toys, che da noi vanno forte. Ma in molti si augurano che l’arrivo di Grouporn in Italia possa dare un contributo importante verso la legalizzazione del sesso a pagamento.

 

La mia banca è diffidente.

logo_banca_impopolareIn un momento di forte crisi, economica e d’immagine, del settore bancario, spicca la nascita di Banca Impopolare, il nuovo consorzio nato dalla fusione di cinque piccole banche del Nord Est. “La nostra è una scommessa forte”, racconta Gelindo Bruseghin, responsabile marketing del gruppo, “la gente ormai odia le banche, e noi abbiamo deciso di ricambiare. Ci è sembrato il modo più onesto per impostare la nostra politica di servizi, i clienti stanno iniziando a capire e devo dire che apprezzano”. Tra i servizi più innovativi c’è la carta di scredito, uno strumento con cui gli acquirenti possono a loro piacimento “screditare”, cioè segnalare negativamente, gli esercenti a cui Banca Impopolare ha concesso un prestito. Più il livello di scredito aumenta, più viene innalzato l’interesse passivo sulla somma da restituire. “Ci piace molto l’idea di mettere le persone le une contro le altre”, chiosa Bruseghin, “francamente sono convinto che l’epoca delle banche popolari sia destinata a finire. Anzi, sia già finita”.

 

Una pizza da soli.

Gustare una fetta di pizza appena sfornata mentre si va in taxi a un appuntamento: un sogno? Non per chi usa Speezza, il rivoluzionario servizio di food-on-the-go che sta letteralmente facendo impazzire i newyorkesi. Il meccanismo è molto semplice: si scarica l’app sul proprio smartphone, ci si registra e si prenota un taxi, indicando orario, destinazione e pizza preferita. All’ora stabilita, il taxi passerà a prendervi e nell’istante esatto in cui entrerete l’autista sfornerà la vostra pizza dall’apposito fornetto a legna collocato sul sedile del passeggero. Nata nella Primavera 2013, la startup (il cui nome è un riuscito gioco di parole tra “speed”, veloce, e “pizza”) si è rivelata ben presto un autentico fenomeno commerciale nella Big Apple, capace di rastrellare 37.000 utenti attivi e un fatturato di oltre 1,5 milioni di dollari in soli otto mesi. Il fondatore, il ventiseienne Steven Quagliarulo, bisnonno di Casoria e master in Digital Business a Palo Alto, sembra avere le idee fin troppo chiare: “Speezza ha tutte le carte in regola per essere una startup di successo: ha un nome con due vocali uguali attaccate e offre un servizio assolutamente superfluo che la gente usa semplicemente perché si sente molto figa nel farlo”. Un successo vertiginoso che ha portato Speezza ad aprire a raffica in altre dodici città (Chicago, Los Angeles, San Francisco, Las Vegas, Boston, Miami, Seattle, Vancouver, e prossimamente Tokyo, Singapore, Londra e Berlino) e a rifiutare una clamorosa offerta di acquisizione da Pizza Hut (oltre 3 miliardi di dollari, secondo alcuni rumours). Perché il vero sogno di Quagliarulo non sono i soldi: “Voglio portare Speezza in Italia, il paese del mio bisnonno. Glielo devo”. Insomma, dopo Uber, si profila all’orizzonte una nuova grana per i tassisti italiani.

 

Quando il denaro frutta.

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Gonzalo Chupacabras in un momento felice.

Dimenticate i Bitcoin. Cosa succederebbe se, improvvisamente, potessimo usare come valuta qualsiasi cosa? È la domanda che si è posto cinque anni fa Gonzalo Chupacabras, che all’epoca aveva quindici anni e viveva in un sobborgo di Mexico City. “Avevo bisogno di soldi e così ho pensato di raccogliere un po’ di pinoli, che da queste parti sono abbastanza facili da trovare. All’inizio vendevo semplicemente i pinoli per ottenere soldi, poi con alcuni amici abbiamo iniziato a usarli come una vera e propria valuta per i nostri scambi. Piano piano la cosa ha preso piede, ed è nato Pynut (contrazione di “pine nut”, pinolo, ndr), un sito dove gestivamo gli scambi e reclutavamo nuove persone interessate”. Col tempo la piattaforma ha iniziato ad accettare come valute anche altri oggetti, banane, mirtilli, pistacchi, persino sassolini o tappi di dentifricio, il cui tasso di cambio interno è regolato quotidianamente da un algoritmo top secret elaborato dallo stesso Chupacabras. Naturalmente per le transazioni a distanza è possibile utilizzare beni immateriali, come mp3 o immagini hard, il che ha permesso a Pynut di allargare enormemente la base di utenti attivi, 14 milioni secondo le ultime stime, sparsi in 27 paesi diversi, dall’Australia alla Norvegia.“ È uno strumento facile da usare, grazie ai tassi di cambio semplici e intuitivi: ad esempio, una foto zozza attualmente corrisponde a 0,27 pinoli, dunque se voglio comprare qualcosa che costa 27 pinoli dovrò usare 100 foto di tette e culi, che naturalmente dovranno essere tutte diverse fra loro”. Non mancano le critiche: “Ci hanno accusato di essere speculatori, di evadere il fisco, di fare commerci illegali. Abbiamo solo creato un’economia alternativa, più equa e democratica, in cui nessuno si arricchisce sulle spalle di qualcun altro”. Anche se, a quanto sembra, la fortuna personale di Chupacabras sarebbe lievitata enormemente negli ultimi anni: secondo le indiscrezioni, 23 milioni di dollari in pinoli e frutti di bosco (su cui, è bene ricordarlo, non possono essere applicate imposte) più gli introiti pubblicitari sulla piattaforma, stimati in 12-13 milioni annui. Insomma, qualche dubbio sulla reale democraticità dell’iniziativa rimane, ma come dicono negli USA, dove Chupacabras ormai risiede, “business is business”.

 

Rocky 4, ovvero: per combattere il caldo serve una guerra fredda.

Ragazzi, il momento è solenne e impone lo sviluppo di una coscienza sociale ben articolata. Fa caldo, è ancora estate, se siamo già tornati a lavoro, stiamo comunque pensando ancora al mare. Insomma, la soglia dell’attenzione è alta come Brunetta, non prendiamoci in giro. È in momenti come questo che inizia a covare il germe dell’ignoranza, del rifiuto aprioristico della conoscenza, foraggiato e indotto dalla pigrizia e da condizionatori che con sempre meno dignità e professionalità assolvono ai loro compiti. È per questi motivi che oggi ho deciso di scuotere le nostre coscienze affrontando un tema molto importante: è giunto il momento di analizzare nel dettaglio una pietra miliare degli anni ’80. È giunto il momento di sviscerare tutto ciò che non abbiamo mai osato dire su Rocky 4. Proverò pertanto a condurvi attraverso alcuni passaggi chiave del capolavoro in questione, per scoprirne i significati reconditi e le valenze socio-culturali.

Partiamo dal presupposto che Rocky 4 è, inutile negarlo, la sintesi perfetta del punto di vista americano sulla guerra fredda. Ecco. Non ci sarebbe niente di male in sé e per sé. La propaganda si è sempre fatta, soprattutto in momenti in cui la tensione si taglia col coltello e si usano paroloni, tipo “scudo spaziale”, che fino a quel momento non avremmo pensato di sentire mai, nemmeno in un episodio di He-Man. Il problema sussiste nel momento in cui, per fini propagandistici, si dipinge un’immagine forse un po’ esagerata del fenomeno. Secondo l’americano medio, i russi non vengono mai negli Stati Uniti ma, quando ci vengono, ammazzano il tuo migliore amico, noncuranti del fatto che poco prima James Brown si sia esibito anche per loro. E che cosa sono sti russi? Manco un briciolo di educazione! Oh, alla fine è James Brown, mica Osvaldo e i Belli Dentro! Niente. A Ivan Drago jè parte la ciavatta (mi scuso per il tecnicismo pugilistico) e inizia a menare il povero Apollo finché non lo uccide con un pugno tostissimo. Scoppia la tragedia, che per fortuna fa passare in secondo piano il fatto che nessuno avesse pagato la SIAE per il concerto di James Brown.

È qui che scatta il revanscismo americano, l’orgoglio a stelle e strisce che impone l’immediato ripristino dello status quo. Quindi che si fa? Mandiamo Rocky a combattere contro Drago. Ma sì, mandiamo un tappo, che è dal primo film che annuncia il ritiro, che ha preso una vagonata di pugni da gente del calibro di Mister T e Hulk Hogan, a sfidare una palazzina di muscoli che le uniche parole che sa di inglese sono “ti spiezzo in due” (quindi non esattamente un gioviale compare, a occhio e croce).

E qui subentra la seconda parte della riflessione, che abbandona momentaneamente la contesa politica, per affrontare tematiche più vicine al diritto di famiglia, all’antropologia culturale e alla sociologia dei costumi.

Ora, io capisco perfettamente il desiderio di vendetta, ma cosa vuoi dimostrare andando a combattere in Russia contro un armadio a muro strafatto di steroidi? Ma soprattutto, perché ci vai a combattere la notte di natale? Hai una moglie e un figlio di 7 anni e che fai? Parti per la Russia?

Che poi, anche qui, ci sarebbe da aprire una piccola parentesi: quella Adriana lì te la raccomando! Lei e Rocky litigano poco prima che lui parta perché, in sostanza, lei è costantemente terrorizzata dall’idea di una vita anche solo vagamente interessante. Se non c’è monotonia e anonimato, lei non sta bene. È quel tipo di persona che considera l’uncinetto uno sport estremo.

Ma comunque, non è questo il punto. Lei decide di partire e raggiungere il marito lontano, che tra l’altro è in Russia col cognato (quel bel ragazzo di Paulie, fratello di Adriana). Morale della favola: lasciano un bambino di 7 anni da solo a casa la notte di natale! E soprattutto, se ben ricordate, il bambino guarda l’incontro in tv quella sera, giusto? Ok. Sorvoliamo su quanto disturbato sia quel frugoletto, convinto che urlare al televisore gli permetta di comunicare con il padre. Il problema di base è: un bambino di 7 anni guarda la tv la notte di natale con i suoi amichetti. Ma questi che famiglie hanno? Mandrie di genitori che abbandonano i figli per chissà quali impegni (ok, uno di loro sta difendendo l’onore degli Stati Uniti a suon di cazzotti, ma gli altri, soprattutto se ci basiamo su cultura e intelligenza del buon Balboa e conseguenti affinità elettive, non mi sembra possano essere ministri, presidenti della Corte dei Conti o scienziati termonucleari).

Ed ecco qui che, magicamente, si materializza l’anello di congiunzione tra le due riflessioni.

A pensarci bene, a guardare le cose nel profondo, il quadro appare chiaro: la disgregazione del nucleo familiare e la perdita di valori sono figlie di una pessima coppia di genitori, composta dall’ossessione per la guerra fredda, da un lato, e dal sempreverde edonismo reaganiano, vero trademark degli anni ’80 dello zio Sam, dall’altro.

Insomma, è evidente: Rocky 4 è un film che nasconde al proprio interno un’infinità di registri semantici e chiavi di lettura. Non lasciamoci distrarre dalla sua struggente bellezza, da una fotografia che avrebbe emozionato anche il più severo Duccio Patanè, da una trama capace di riscrivere le regole stilistiche dell’intero genere cinematografico. Alziamo l’asticella, guardiamo oltre l’estetica e permeiamoci di contenuto. Io con questo post ho solo leggermente schiuso una porticina che dà su un universo. Chiedo anche a voi di contribuire con le vostre testimonianze e le vostre analisi su questo innegabile capolavoro di stile e maestria.

Qualcuno ha già iniziato.

 

NB: per una corretta fruizione del testo, suggerisco l’assunzione di molteplici M&M’s (sacchetto giallo). Coadiuvate questa pratica con l’ascolto di Born in the U.S.A. del Boss oppure, per i meno convenzionali, del brano Il Presidente di Dargen D’Amico.

 

 

 

 

Peso dunque sono. Anzi, no.

Kate Moss gold sculpture by Marc QuinnfullNon siamo il nostro peso. Pensiamoci.

A darmi lo spunto per riflettere sul delicato argomento magrezza/grassezza è stato uno spot a diffusione locale di un centro dimagrimento. Ne descrivo in sintesi il meccanismo, premettendo che a mio parere gli mancano parecchi ingranaggi: due ragazze, una particolarmente sovrappeso, l’altra decisamente snella, si affrontano sul quadrato di gara della boxe, ma non come pugili, bensì come ring girl. La prima tiene alto sopra la testa un cartello con scritto “percorso iniziato”, la seconda uno con scritto “risultato ottenuto”. Contemporaneamente l’una cerca di cacciare l’altra dal ring a colpi d’anca, e viceversa. Il video termina con l’arbitro che le proclama ambedue vincitrici. La voice over recita: “E sei sempre vincente”.

Ho provato a interrogarmi sulle ragioni di queste scelte narrativo-comunicative, ma sono riuscito a darmi solo spiegazioni tanto macchinose quanto inconsistenti. Forse si vuole fare passare il messaggio che a prescindere dal risultato vale comunque la pena sottoporsi al trattamento? E perché? Per dimostrare uno sforzo di volontà? Chissà.

Qualunque sia il significato, resta il fatto che trovo sgradevole la messa in scena dello scontro fra il canone imperante e quello disperante. Non intendo dare lezioni di etica sull’estetica corporea, semplicemente rifiuto la logica eugenetica del dominio di un modello sull’altro, qualunque esso sia.

Mentre cerco di dare forma a queste considerazioni, una tipa sui quarantacinque seduta al tavolo accanto al mio sta mangiando una “insalatona”, definizione abominevole. È magra da far paura. Tiene lo sguardo fisso davanti a sé, con espressione ieratica e al contempo assente, un incrocio fra un’icona bizantina e un’istantanea di Kate Moss on dope. Ora ho capito. Sta contemplando il piano americano di se stessa riflesso sulla superficie interna della vetrina della pizzeria. Sembra che il suo pensiero dica compiaciuto: “Magra, magra, magra, guarda come sei magra”. Non giudico, ognuno di noi ha una storia e cicatrici che l’altro non conosce.

Ecco la cameriera, stavo proprio per ordinare il caffè. Quando me lo servirà dirà, come sempre: “Tiene amòr!”, parole che riserva a tutti gli avventori sia chiaro. È una simpatica mora sudamericana sui quarant’anni, il metro e sessanta e gli ottanta chili. Le chiedo di portarmi un “liscio”.

Raccolta la mia ordinazione, si rivolge con occhio perfido alla magra accanto a me:

– Por lei un dolce segnora?

– Mi basta un caffè, liscio. Senza zucchero, mi raccomando, – risponde la donna lanciandole un sorriso acido.

– Como! Ha paura de ingrasare anche col cafè? – ribatte la cameriera sgranando teatralmente gli occhi.

La magra la segue con lo sguardo, fa per ribattere, ma cambia idea; poi ritorna alla contemplazione della propria immagine. La sua fissità tuttavia si è incrinata, colgo nel suo sguardo una sfumatura di preoccupazione. Si tocca i fianchi, le braccia, le cosce; un istante dopo compare sul suo volto un bagliore di soddisfazione; ho l’impressione che la sua mente stia dicendo: “Altroché se sono magra, quella ride perché è invidiosa”.

Credo che anche lo scambio di battute e silenzi a cui ho appena assistito sia stato un match, ma assai più significativo di quello descritto in apertura. Al mio cospetto è avvenuto un confronto fra un io indulgente e un io tirannico. Non so chi ha vinto; so solo che ho tenuto per entrambi, perché le persone non sono il proprio peso, sono e basta.

 

 

E sti cazzi?

Videocorso per milanesi

Più ancora delle facili diatribe tra terroni e polentoni, dei conflitti calcistici tra interisti e romanisti, dell’insanabile polemica tra romanità ladrona e aridità milanese, è un altro il grande, grave, inaccettabile baratro culturale che si frappone tra le due principali città del paese, minandone in modo serissimo le opportunità di comprensione reciproca.

“E sti cazzi?”, direte voi. Proprio così! I romani utilizzano da sempre questa preziosissima espressione per manifestare disinteresse, sfiducia, rifiuto; i milanesi, nella loro supponenza, l’hanno ripresa, storpiandone ignobilmente il significato, per esprimere sorpresa, meraviglia, ammirazione. Cioè, esattamente il contrario. Per colmare questa ignobile lacuna semantica ho quindi preparato questo prezioso videocorso che, in cinque semplici lezioni, renderà finalmente voi milanesi capaci di farvi capire dagli abitanti della capitale.

 

Lezione 1 – E sti cazzi? No, me cojoni.

Il grande equivoco da chiarire è questo: i milanesi dicono “sti cazzi” ma intendono “me cojoni”, che è invece da generazioni l’espressione deputata a manifestare stupore e ammirazione: a mettere in chiaro le cose ci pensa Enrico Brignano, ospite di Daria Bignardi.

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Per esercitarvi su questo fondamentale distinguo, ecco poi giungere in nostro soccorso il regista Enzo Castellari, con una semplice ma illuminante applicazione delle due locuzioni nel mondo dei titoli cinematografici.

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Era così difficile da capire? Allenatevi un pochino con altri titoli, e quando vi sentite pronti passate alla

 

Lezione 2 – Una risposta universale.

La cosa più bella di “sti cazzi” è che è una replica buona per praticamente qualsiasi osservazione: ce lo dimostra qui l’insuperabile Greg nell’interpretazione di uno dei suoi più riusciti personaggi, il Grande Capo Estiqaatsi (per l’appunto).

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E avanti così.

 

Lezione 3 – Attenti all’intonazione.

Non va affatto sottovalutata, bensì studiata con attenzione: “sti cazzi” può essere usata sotto forma di esclamazione, come ci ha mostrato Greg, ma anche formulata come una domanda, chiaramente retorica, che aggiunge un’ulteriore sfumatura di beffardo disinteresse. Max Bruno, nell’interpretazione del mitico Nando Martellone, ci regala uno straordinario esempio di utilizzo iterativo che dà vita a un vero e proprio tormentone comico.

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Allenatevi con attenzione, dieci minuti ogni sera, nel fare vostre tutte le varianti di intonazione; poi, quando vi sentite sicuri, passate al livello superiore: Paola Cortellesi alle prese con Alessandro Preziosi nel film Maschi Contro Femmine.

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E ricordatevi che anche l’espressione del viso è importante.

 

Lezione 4 – Non dimenticate gli altri significati.

Ora che siete diventati esperti, approfondiamo anche le altre varianti semantiche: come detto “sti cazzi” esprime principalmente un genuino, completo disinteresse, ma è importante tenere presente che in certe circostanze può manifestare altre emozioni negative: la sfiducia che un qualcosa avvenga, oppure il netto rifiuto di fronte a una determinata proposta. Ecco due esempi tratti da due indimenticabili commedie degli anni ’80: il primo vede protagonista Carlo Verdone alle prese con uno sfiduciato garzone.

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Il secondo ci mostra invece il povero Christian De Sica costretto a pagare un salatissimo conto.

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Mi raccomando: è importante che teniate sempre presenti queste varianti di significato quando interloquite con i romani, per evitare equivoci.

 

Lezione 5 – Lo zen.

Ora che siete diventati dei maestri, sia nella teoria che nella pratica, siete degni di affrontare il massimo livello della conoscenza, lo “sti cazzi” più “sti cazzi” di tutti, la sintesi pura, perfetta, assoluta: Paolo Panelli nel classico Grandi Magazzini.

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Qui siamo a livelli quasi inavvicinabili: è una raffinatissima miscela di intonazione, tempismo, postura, atteggiamento, imperturbabilità. Provateci, ma se non ci riuscite pazienza.

O meglio: sti cazzi.

Sgrammaparade: errori e orrori di scrittura.

Sgrammaparade: errori e orrori di scrittura.

Quando scrivere è la tua ragione di vita diventi particolarmente inflessibile verso chi abusa delle sempre più tollerate sgrammaticature. La correttezza grammaticale diventa un dogma al punto da costituire una condizione necessaria e sufficiente per l’interruzione di conoscenze o rapporti, specie in campo amoroso. Ma sì, diciamolo fuori dai denti e in modo che lo capiscano anche le capre: ai copy non piacciono le persone che parlano l’itagliano, questo curioso idioma che imperversa soprattutto sulle povere bacheche social e negli interminabili carteggi da smartphone.

(Come dici? Ti piacciono? Non sei abbastanza snob.

Sei molto snob e ti piacciono lo stesso? Allora non sei un vero copy; delle due, una.)

Leggere strafalcioni scribacchiati sui muri fa ridere, d’accordo, ma solo quando non ti riguardano da vicino. Nel momento in cui quell’UFO linguistico attraversa l’etere e compare tra i tuoi messaggi personali inizi a sentire da lontano lo straziante violino di Frankenstein Jr e sai già come andrà a finire la storia: con l’epurazione del soggetto sgrammaticante, che per tutta risposta sfodererà citazioni al livello di Tre metri sopra il cielo oppure s’imbufalirà accentuando la possibilità di commettere errori nella foga di dar voce al proprio orgoglio. Una strage per i tuoi occhi.

Quest’oggi voglio stilare una classifica delle sgrammaticature che mi mandano di più in bestia, perché è ora che tu (sì, proprio TU, povero illuso che almeno una volta nella vita hai pensato di broccolarmi con quattro frasi concordate tra loro quanto un incidente stradale) ti senta in colpa per avere ucciso tante innocenti parole del dizionario lordando i miei spazi pubblici, fisici e virtuali.

Ne ho individuate 7, come i peccati capitali:

  • K kome se piovesse

L’unica parola che io ricordi di aver scritto con la kappa alle elementari era “koala”. Toh, “kiwi”, volendo abbondare con l’esotico. Poi sono arrivati l’inglese e il tedesco mentre nel frattempo sul mio diario diventavano sempre più rade le adolescenziali scritte “tv1kdb”. Superate queste esperienze altamente formative sarebbe meglio, almeno in lingua madre, finirla con questo incrucchimento del parlato; fa veramente bimbominkia (con la k, per l’appunto).

  • Le abbrvz

Capisco che ci sia crisi e che i messaggi abbiano il loro costo (faccio mea culpa, contraevo anch’io le parole fin quando mia madre ha monitorato il flusso di credito in uscita dal mio “cell”) ma quando hai a disposizione uno spazio gratuito su cui scrivere, ti prego, sforzati di inserire tutte le lettere. “Grz”, “cmq” e compagnia bella mi fanno subito capire che: A) sei un taccagno che preferisce risparmiare un messaggio invece di adularmi poeticamente come si deve B) potresti anche aver digitato tasti a caso o un estratto del tuo codice fiscale, tanta è l’incomprensibilità della sigla, ergo non stai dedicando il 100% del tuo prezioso tempo a pensarmi mentre mi scrivi (perciò che mi faccio broccolare a fare?).

  • Le migliori intenSioni

Una categoria in cui lo scivolone è sempre in agguato. Fammi capire una cosa: quando mi scrivi “ansiani” intendi una fantomatica popolazione umana particolarmente incline all’agitazione? Se la risposta è no dai una controllatina al dizionario online prima di scrivere alla prossima disgraziata “forze” per esprimere incertezza. Per dirla alla tua maniera, imbocca all’upo.

  • Se io farei

Mi dispiace, non posso farcela. Il periodo ipotetico sbagliato è una cosa che mi fa sanguinare le orecchie. Posso avere davanti anche Dante Alighieri, la mia faccia si tirerà subito in un sorriso mefistofelico e sibilerò “facesssssssssi”, con all’incirca trentadue esse. L’itagliano medio si ferma a tre tempi: presente, futuro semplice, passato prossimo. Che rispecchia più o meno la durata di un’idea nella sua testa.

  • Esclamazioni

Il paese delle meraviglie. La necessità di riportare nella scrittura la spontaneità di un’esclamazione partorisce oscenità che da parte mia non sollevano nemmeno obiezioni, sei ignorante e te lo tieni. Cominciamo dalla sovrapposizione verbo-esclamazione: vuoi ridere? Si scrive “A-H”, con l’acca dopo, non “H-A”, a meno che tu non voglia che io scambi un tuo scoppio di ilarità con un misterioso “possiedepossiedepossiedepossiede”. Stesso discorso per l’“EH”: ti stai chiedendo cos’è questo mostro? Quello che tu rendi con un magnifico verbo essere, pertinente alla frase come un cotechino nella paella. “Bello, è?” non è grammaticalmente accettabile, nemmeno se sei sardo. Lasciamo perdere “BHE” che io non capisco nemmeno come possa venire in mente. Che suono ha il BH? Aspirato, alla calabrese? Una b moscia, sulla scia del TH inglese? Ma come fa ad esistere in italiano?? (Basta inveire, ho la schiuma alla bocca come i personaggi delle novelle di Verga).

  • Lo sò, si fà

La sagra dell’accento messo alla pene canis. So che stai esprimendo una pronuncia corretta ma sappi che la nostra lingua non prevede l’accentatura delle vocali ambigue all’interno di una parola  (e e o, che possono essere aperte o chiuse) e che in generale i verbi al presente non hanno accenti; l’unica eccezione usata che mi viene in mente è “egli dà”. Al contrario, il futuro semplice ha l‘accento sull’ultima vocale, quindi “io faro”, a meno che tu non sia un gigante con in testa una luce che vive in prossimità dell’acqua salata, non ha ai miei occhi alcun significato. Arrivederci e grazie.

  • Non capire un’acca

Che tu commetta uno dei sei errori precedenti io posso in qualche modo arrivare a comprenderlo e, sebbene con un po’ di fatica, perdonarlo ma non distinguere il verbo avere da una preposizione semplice vuol dire che a scuola come nella vita (e soprattutto nella scelta di broccolare proprio la sottoscritta) tu non hai capito proprio niente. Un’acca, per la precisione. “Vado ha casa” e “tu ai detto” toccano l’apice della Sgrammaparade; puoi anche essere Raoul Bova ma non appena raggiunta la consapevolezza che continuerai imperterrito a riempirmi di obbrobri del genere ti saluto e vado a parlare a geroglifici con una mummia egiziana, che faccio prima.

Non rimanerci male, non è colpa mia; sei tu che sei sbagliato. Anzi, che HAI sbagliato.

Se sei stato/a vittima di persone dalla sgrammaticatura molesta sentiti libero di condividere la tua esperienza; non risolve di certo il problema, però aiuta.

Se invece sei affetto/a da schizofrenia grammatica sapp che una cura esiste: dai un senso alla polvere della libreria e leggiti quei libri.

A patto che tu ce l’abbia una libreria in casa. Con dei libri.

Virgole: è il momento di fare il punto.

Virgole è il momento di fare il puntoMiei cari, torno adesso da un viaggio sensoriale incredibile e imponderabile. Ho abbandonato per alcune ore il mio corpo e mi sono addentrato in una selva di sensazioni mai provate prima. Ho smesso di essere una figura umana in tutto simile a un copywriter e mi sono trasformato in uno dei miei strumenti più preziosi, croce e delizia della mia prosa, nemesi e sodale del mio fluire verbale. Signori miei, io sono stato una virgola.

E sapete cosa vi dico? Essere una virgola è fico. No, sul serio. La gente (questo è chiaro ai più, ormai) sottovaluta il potere di questo piccolo segno curviforme, tanto sinuoso e flessuoso da far invidia alla mia curva lombare (che in effetti, non esistendo, prova invidia anche per un manico da scopa o un cuscino di ghisa, ma questa è un’altra storia). Nemmeno io credevo al potere della virgola, o almeno non ci credevo così tanto. Poi è successo un fatto curioso: mi sono coscenziosamente addormentato al lavoro e mi sono risvegliato virgola. E adesso vi racconto cosa ho fatto e cosa ho scoperto.

Ho esordito col botto. Sono stato la seconda virgola de “Il buono, il brutto, il cattivo” su Wikipedia. Non si stava male, la posizione era prestigiosa (in più, quando nessuno era connesso alla nostra pagina, Morricone raccontava barzellette in romanesco da sbellicarsi), ma sentivo di poter fare molto di più.

È lì che ho iniziato a pensare di riposizionarmi come virgola con scopi umanitari. Tanto per dirne una, con la mia sola presenza ho salvato la vita al nonno della frase “Let’s eat, grandpa!” Ma mica mi sono fermato lì.

All’ufficio anagrafe di un piccolo comune alle porte di Isernia ho sedato la furiosa lite tra due neo-genitori indecisi tra sei nomi (quattro maschili e due femminili, oltretutto) da dare al loro primogenito. Questa stessa azione ha altresì protetto il nuovo nato da prese per i fondelli bipartisan nei successivi anni della formazione, anche se non ha potuto evitargli una carta d’identità in A3. Ma pazienza, abbiamo salvato il salvabile.

Ho anche contribuito alla guarigione dall’asma di un logorroico cronico, senza clamori e senza star lì a menarla troppo, come il più arrogante dei punti esclamativi.

Sì, noi virgole siamo così. Un po’ low profile, amiamo fare il lavoro sporco, svolgere i compiti ingrati o comunque senza chissà quanta gloria.

Understatement: questo è il nostro mantra.

Qualche esempio? Una delle soddisfazioni più grandi l’ho avuta facendo la virgola di una lista della spesa. Nessuno badava a me, ma in fondo sapevo che, in mia assenza, il supermercato sarebbe stato pieno di gente, armata solo di pazienza e faccia perplessa, intenta a cercare peperoncini assorbenti e caffè adesivo per dentiera.

Noi virgole siamo versatili, ci adattiamo, andiamo lì dove c’è bisogno. Ne ho conosciuta una che, in un momento di difficoltà e crisi dell’azienda in cui lavorava, si è tirata su fin dove ha potuto e ha fatto l’apostrofo a progetto. Ora, non per volerlo sempre prendere di mira, ma vorrei vedere un punto esclamativo piegarsi alle esigenze di mercato e fare sei mesi di stage come punto interrogativo, senza neppure i buoni pasto.

Noi virgole abbiamo il cuore buono e la mente sveglia. Sappiamo quando dobbiamo intervenire, ma sappiamo anche quando farci gli affari nostri. Prendete soggetto e verbo, per esempio. Quando sono vicini vogliono stare tra loro, senza rotture, senza nessuno che si metta in mezzo. E noi li lasciamo fare. Pore stelle, hanno bisogno della loro intimità per dare un senso (compiuto) alla loro storia. Chi siamo noi per disturbarli? E non pensiate che si tratti di pigrizia. Non ci costerebbe proprio, nulla metterci in, giro sparse per, una frase giusto per far, vedere, che abbiamo voglia di, lavorare. Ma preferiamo non farlo, perché consapevoli del nostro ruolo da mediani della sintassi, guardasigilli del periodare, numi tutelari del buon italiano.

Essere una virgola comporta grandi responsabilità, credetemi. Io lo sono stato e so cosa significhi. Una virgola capisce, fraternizza, risolleva il morale. È una carezza fatta al foglio, una dolce pausa tra una frase e l’altra, come il cioccolatino mangiato subito dopo aver bevuto il caffè e immediatamente prima di entrare in riunione.

E se cercate una conclusione a questo racconto, sappiate che cercherete a lungo e invano. Noi virgole non siamo fatte per le uscite di scena spettacolari. Siamo gregarie, tiriamo la volata a ben più illustri protagonisti, abituati alle luci della ribalta sintattica. Siamo le maschere che ti guidano a prendere posto nel teatro della lingua, dove di scena ci sono i paroloni e le figure retoriche se va bene, anche se – ahimè – sempre più spesso anche loro sono scalzati da gretti e scurrili saltimbanchi, magari dialettali, e da pennelloni bellocci, ma privi di sostanza e verve: i punti esclamativi, ça va sans dire!

 

NB: per una corretta fruizione del testo, suggerisco l’ascolto di Bon Iver – Flume (Kulkid remix). Ulteriore giovamento possono darlo la foto della rovesciata di Djorkaeff durante un Inter-Roma della stagione 1997/1998 e una qualsiasi immagine che ritragga Gérard Depardieu (a patto che sia indicibilmente grasso).

 

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