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Serena Agneletti

Sono una copywriter nella misura in cui un artista è tale anche se non hanno ancora valutato nessuno dei suoi quadri un milione di euro; ogni volta che esce qualcosa di mio è un giorno gaudioso, preceduto e seguito però da molti altri di buio: come la rosa del deserto non muoio ma mi dischiudo solo se innaffiata di nuova linfa. Mi piace la poesia, che della scrittura è la parte più sognatrice e inconcludente (questa, a ben vedere, è anche una coppia di aggettivi che mi descrive piuttosto bene). Sono portatrice sana di cresta, mi piace vestirmi con colori vivaci ed è facile vedermi saltellare tra la folla ai concerti rock; potrebbe essere un tentativo inconscio di essere visibile, data la statura da pony. Ho iniziato a leggere a 3 anni grazie allo spot della Parmalat, retroscena rivelatosi inquietante alla luce della mia laurea in Tecnica Pubblicitaria; ho scarabocchiato slogan, bodycopy e naming in agenzia e digitato articoli in azienda (rigorosamente con due dita ma alla velocità della luce) per un paio d'anni in tutto e mi ostino a considerarlo lavoro. Ha detto di me il mio relatore universitario e mentore Angelo Buonumori: “Hai un ego difficilmente contenibile in una scatola così piccola”; Emanuele Pirella: “Come pensa di trovare lavoro in Umbria nel settore pubblicitario se anche in città come Roma o Milano la situazione è ferma?”; mia madre: “Tu continua a sbattere la testa che prima o poi sfonderai qualche porta”. Ah, mi piacciono le frasi complicate ed il punto e virgola. Ma mi sa che si era capito.