Storytelling? Oh, my God!

Give way signIl cliente è grosso, molto più grosso di quanto abbia mai potuto invocare nelle mie preghiere più appassionate.
La sede è in via Larga, roba da 9.000 euro al metro quadro.
Via Larga… mi incuriosisce che sia la traduzione di Broadway. Ma qui non ci sono tanti teatri, anche se ogni giorno va in scena la replica dello spettacolo della finanza, degli intrallazzi e di buona parte degli affari milionari di Milano. Succede tutto lassù, ai piani alti, proprio dove sto per andare ora.
(Questa me la segno: magari viene buona per un racconto ).

Ho preso la metro e sono sceso al Duomo, non a Missori: volevo fare quattro passi in più per snebbiare la mente e fermarmi un attimo sul sagrato per una preghierina. Anche se non sono un santo, oggi voglio rendere un piccolo omaggio a don Pietro. In fondo è stato lui a procurarmi questo appuntamento.

Mi ha beccato ieri fuori dalla chiesa. Stavo facendo jogging e mi ha chiamato. Strano che si ricordasse il mio nome: non vado mai in parrocchia, nemmeno la domenica. L’avevo conosciuto al funerale di mio padre e mi limitavo a salutarlo per strada.
Comunque, mi ha fermato e mi ha detto di seguirlo in sacrestia, lo ha fatto con tono perentorio, senza mezzi termini.
Ho cinquanta anni: non avrei niente da temere da un prete, nemmeno se fosse un pedofilo o un pervertito, perciò sono entrato con lui.
Don Pietro non sapeva solo il mio nome ma anche cosa faccio nella vita, per chi ho lavorato e quando. In pochi minuti mi ha fatto il riassunto del mio portfolio.
Non è un uomo che si perde in chiacchiere, quindi ha preso in mano il telefono e mentre componeva il numero mi ha detto – Questi sono interessati a te. Parlaci e prendi un appuntamento –
Un saluto, due convenevoli, poi mi ha passato Myriam. Questo è il nome con cui si è presentata “l’assistente generale”.
La donna, con un marcato accento israeliano, mi ha dato appuntamento per oggi.
-Pietro le darà le coordinate. Grazie, arrivederci –
Lo ha chiamato Pietro senza “don”.
Per un attimo mi chiedo che rapporti abbiano questi due.
Aspetto il commento del prete che mi sta di fronte. Sembra che la lunga barba parli per lui. Mi dice solo di non fare altre domande e di non preoccuparmi. Poi scrive alcune note su un foglietto e me lo porge salutandomi.
Voglio fidarmi. In fondo non ho nulla da perdere.
Sul foglietto c’è scritto l’indirizzo e il nome della persona che dovrò incontrare: Angelica Messi.

Arrivo all’indirizzo indicato. So che devo andare all’ultimo piano. Il portinaio sembra il gemello di don Pietro. Mi faccio annunciare.

Arrota la r del mio nome e aspira alcune consonanti: è lo stesso accento della donna con cui ho parlato al telefono. Mi dice di prendere l’ascensore e schiacciare il bottone col triangolo.
Vede la mia faccia perplessa, sorride e aggiunge – È all’ultimo piano. Il triangolo è il logo della società-

Dopo il settimo piano c’è quello col “triangolo”. Ci arrivo in un attimo e in un silenzio che sembra irreale. Strano per un palazzo degli anni 30. probabilmente hanno rifatto gli ascensori da poco.

Sulla porta non c’è un nome, solo quel triangolo equilatero con la base parallela al piano orizzontale. Di fianco non c’è un campanello. Mi guardo intorno: non capisco come entrare. Sfioro il triangolo con la mano: si illumina, emette un ronzio bassissimo, la porta si spalanca.

Il pavimento in betulla sbianciata accoglie il mio primo passo. Una voce mi dice di entrare e proseguire fino alla porta in fondo, dritto davanti a me. Non capisco da dove venga ma l’accento è sempre quello. Non mi chiama dottore, signore o altro, non scandisce il mio cognome, dice solo – Benvenuto Andreah, vieni puhre ahvantih- .
Percorro il corridoio. Ai due lati ci sono finestroni in vetro dal pavimento al soffitto. Sento il brusio di gente che lavora. In fondo, la porta a vetri è aperta.
Myriam mi dice di accomodarmi sul divanetto. Si presenta, mi ricorda che ci siamo sentiti al telefono e aggiunge semplicemente – Entrerai fra un attimo- .
Ha una scrivania azzurrina, il mio divanetto è dello stesso colore. Guardo fuori dalle finestre. È raro per me trovarmi a queste altezze. A sinistra c’è la torre Velasca, dritto davanti a me vedo le guglie del duomo.

È strano che mi abbia dato del tu, è strano che sulla sua scrivania non vi siano computer, telefoni o altro.
Non voglio pensarci. Guardo fuori. Dal lato del duomo vedo avvicinarsi un aereo. Non dovrebbero volare così bassi. Lo vedo sempre più vicino, sta per precipitarci addosso. Mi alzo di scatto, poi resto di pietra.
Myriam ride, si scusa – Non è reale – Dice – Le finestre sono schermate per il rumore e il reparto picture motion si diverte a far passare queste immagini per impressionare i visitatori. Sta’ tranquillo-
I battiti sono su un altro pianeta ma il tono di Miryam riesce a calmarmi.
Pochi attimi dopo vedo un leggero bagliore che dalla sua scrivania le illumina il volto. Ha le fattezze delle madonne rinascimentali, materne, rassicuranti. Non le avrei mai immaginate con quell’accento mediorientale e dietro una scrivania.
Sorride, si rivolge a me e mi invita a entrare nella grande porta a vetri

-Il capo ti aspettha-
Non il “presidente”, il “direttore”, la “signora Messi”: semplicemente “il capo”.
È strana lei, è strano il posto, nemmeno io sono tanto normale, nessuno che faccia il mio lavoro lo è. Entro.

Angelica Messi è completamente diversa da quello che mi aspettavo.
Non ha l’aspetto aggressivo della manager, non sembra una donna tutta lavoro e lavoro che se ne frega dell’estetica e nemmeno il classico mignottone arrivato in alto grazie a virtù poco visibili fuori dalla camera da letto.
Indossa una lunga camicia coreana color cotone naturale, nessun anello, collana o braccialetti.
Ha i capelli scarmigliati lunghi poco oltre le spalle, di una tinta che non avevo mai visto: sembrano cambiare ogni secondo dal celeste chiarissimo al biondo platino.
Mi viene incontro tendendomi la mano, gliela stringo.
– Benvenuto, accomodati. Ci diamo del tu?-
La temperatura della mano mi mette a mio agio. Mi siedo su una sedia austera, chiara come i pochi arredi della stanza.
Nemmeno sulla sua scrivania ci sono computer, fogli, telefoni o qualunque altro oggetto.
L’unica cosa diversa dalla sala dell’assistente è la sua poltrona: sobria ma sormontata da un grosso triangolo luminoso che le sovrasta la testa come una corona.

Mi squadra per un attimo e poi parla. È la prima persona senza accento che sento da quando sono entrato in questo posto.
– So già chi sei, cosa fai e cosa puoi fare per noi. Non importa come lo so. Ti teniamo d’occhio da molto tempo. Piuttosto, vorrai sapere cosa facciamo qui e perché ti ho convocato…-
Sto per aprire bocca ma mi ferma con un gesto.
– Facciamo molte cose, fra queste abbiamo un dipartimento che si occupa di storie. Parlo di storie di persone. Per ognuna ti daremo un nome, un cognome e degli spunti. Tu scriverai la storia. Benvenuto fra noi, cominci oggi. Domande?
– Benvenuto? Sì, ho bisogno di lavorare e questo storytelling potrebbe anche piacermi ma chi ti dice che accetterò?-
Mi guarda come la più tenera delle madri, la più seducente delle donne, la più convincente degli account.
– Oh, non rifiuterai. Non puoi rifiutare. Tu sai scrivere ma non sei eccezionale, te lo dico francamente, però a noi serve la tua anima, ci serve che scriva alcune di quelle storie per noi. Lo farei io stessa e ti assicuro, senza presunzione, che sono molto creativa, però non posso stare dietro a tutto.
Oh sì, accetterai perché per uno come te questo è il paradiso-
Mi sento frastornato. Non ho il coraggio di chiedere altro, non parlo di soldi, di orari, di impegni. Aspetto a bocca aperta che mi dica altro.
– Myriam ti accompagnerà nella tua stanza e ti darà tutte le istruzioni-
Sfiora un punto della scrivania e ne estrae una tesserina metallica luminosa, me la porge come se fosse la sua cosa più preziosa.
– Questo è il mio…chiamiamolo biglietto da visita…È dotato di una tecnologia che usiamo solo qui. Se sarai in difficoltà ti basterà sfiorare il triangolo e io vedrò cosa posso fare.
Ah, posso fare molto. Ora ti devo salutare. A presto-
Sfiora un altro punto della scrivania e l’assistente sembra materializzarsi dal nulla. Saluto la signora Messi e seguo Myriam.
Il biglietto da visita è una piastrina metallica luminescente che sembra tagliata al laser. Al centro c’è il triangolo e sotto, il nome del capo: Messi A.

Il cliente è grosso, così grosso che per lavorare qui dentro non avrò più una vita mia. Letteralmente.

Fenomenologia dell’annuncio di lavoro in sette punti.

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1. Dimensione

L’agenzia è internazionale.
“Il solito gigante che vuole spolpare i polli. E non si accorgono che stanno morendo. Ipocriti. Io sono anni che non lavoro più con i network, se aspettano che scrivo stanno freschi. Mi fate ridere.”

L’agenzia è indipendente.
“Ma chi so’ questi? Ma chi li conosce? Ormai basta mettere su un sitarello e si danno tutti le arie da grandi direttori creativi. Ridicoli!”

 

2. Esperienza

Cercano un senior.
“L’Italia è un paese vecchio, morto, finito. Per noi giovani non resta che emigrare. Grazie, Renzi!”

Cercano un giovane.
“Ennesima dimostrazione che a 38 anni ormai per loro sei vecchio: hai lavorato vent’anni e come premio ti danno un calcio in culo!”

 

3. Inquadramento

Vogliono un freelance.
“I soliti paraculi, guarda ormai non mi stupisco più di niente. Questa è l’Italia, siamo marci dentro!”

Vogliono assumere.
“Fantastico! Prima ti costringono ad aprire la partita IVA, poi ti prendono per il culo. Grazie Fornero!”

 

4. Ruolo

Cercano una posizione specifica.
“E certo, pensano di trovare un candidato fatto a tavolino. Evidentemente sono talmente dilettanti che non sanno che il valore del professionista non sta in un titolo o una sigla, ma nella sua visione delle cose. Ma tanto a loro che gli frega?”

Cercano diverse posizioni.
“Sì, e che stiamo al mercato? Chi offre di più? Roba da matti, non sanno neanche loro di cosa hanno bisogno!”

 

5. Remunerazione

Lo stipendio non è indicato.
“Fantastico. No dico, complimenti. Venti righe di requisiti, e non si sa neppure quanto gli darebbero a ‘sto Superman, ammesso sempre che lo trovino. Molto professionale, proprio.”

Lo stipendio è indicato.
“Cos’è, un fucile puntato? Un ricatto? Prendere o lasciare? Certe cose si dovrebbero discutere a voce quando ti sei fatto un’idea della persona che hai davanti. Molto professionale, proprio.”

 

6. Orario

L’impegno è full-time.
“Capito, cercano uno schiavo. E se uno ha figli o altri cavoli si attacca. Solita storia.”

L’impegno è part-time.
“Comodi loro. Spilorci del cazzo. E io come campo?”

 

7. Sede

La sede di lavoro è Milano.
“E ti pareva, sempre a Milano ‘ste cose. La solita mafia.”

La sede di lavoro è Roma.
“E ti pareva, sempre a Roma ‘ste cose. La solita mafia.”

 

Berlin1948. Un bronzo che vale oro.

Berlin1948 - Adci Awards - bronzoCi sono storie che riempiono il cuore, non per l’invincibilità dei protagonisti, perché a volte la vittoria è solo la fine di un percorso fatto di mille sacrifici, rinunce, momenti di sconforto e tanto coraggio.

Quest’anno gli Adci Awards sono stati inglobati nel festival della creatività italiana (IF), contro ogni pronostico l’organizzazione è stata impeccabile, ospiti di alto profilo e finalmente la sensazione di “comunità creativa” cosa che ormai era andata persa negli anni. Insomma calore umano shakerato con tanta creatività e voglia di dimostrare che le idee e il “fare sistema” sono il motore pulsante per uscire dalla crisi.

La cosa che mi ha colpito in assoluto è la vittoria di un Bronzo (categoria Brand Content) da parte di Berlin1948 con “Un menù a lieto fine” per Maio Srl. Un podio sofferto e inaspettato, come tutte le più belle gioie della vita.

Una piccolissima agenzia indipendente ha sfidato i grandi network della pubblicità con una grande idea e un piccolo cliente, considerando che in short list c’erano nomi come Publicis, Leo Burnett, Saatchi & Saatchi, e clienti come Enel, Renault, Samsung, Heineken.

Berlin1948 è capitanata da Michele D’Amore, un copy e saggista ma sopratutto un fratello, ha dimostrato a tutti che le buone idee fanno la differenza e che gli Adci Awards non sono un circolo chiuso. Auguri per il tuo bronzo che vale oro Michele.

iPhonia vs eufonia.

Schermata 2014-09-14 a 16.09.36Difendo Apple.

Un grande brand trova sempre le parole giuste.

“Molto più che più grande”: si apre così la presentazione del nuovo iPhone6. Cinque parole cui è stato affidato il compito di introdurre nella provincia mediatica italiana l’ultima versione del device più desiderato. Un’headline accolta in rete con commenti al vetriolo. Niente di cui stupirsi. I social favoriscono la critica a oltranza; la fame di like è un propellente formidabile per il motore dell’invettiva. Prima o dopo un giro sulla macchina dell’esecrazione lo facciamo tutti: chi sceglie di dare al proprio io una dimensione digitale condivisa sa che fa parte del gioco.

Non sono tra coloro che si sono schierati contro quei ventuno caratteri Myriad (sì, ho contato anche il punto). A mio parere non ci sono altri modi per dire nella nostra lingua che le caratteristiche innovative della sesta generazione iPhone non si limitano all’aumentata ampiezza del display. Certo, “Bigger than bigger”, l’head che accompagna il lancio nei paesi anglofoni, asfalta la versione italiana, ma rilevarlo non ha senso perché la lingua di Shakespeare e Bernbach permette di attribuire alla frase sfumature semantiche che nell’idioma di Dante e Pirella, facendo una traduzione letterale, andrebbero volatilizzate. “Più grande di più grande”, al netto della forma infelice, circoscriverebbe il significato alle dimensioni del prodotto, mentre Apple intende comunicare che il suo ultimo smartphone, oltre a essere più grande, ha molto di più.

Ovvio, “Molto più che più grande” è appesantita dal doppio avverbio, ma bisogna considerare che la ridondanza fa parte dell’espressività a volte sovraccarica che è legittimo attendersi dal linguaggio pubblicitario, altrimenti per persuadere il consumatore basterebbe dire “Compra!”. Dirò di più: secondo me chi ha ricevuto l’incarico di tradurre in italiano la comunicazione di iPhone6 ha voluto rispettare anche un principio di simmetria. Frase simmetrica “bigger than bigger”, frase simmetrica “Molto più che più grande”, con la congiunzione a fare da “asse fonetico”: basta contare le sillabe.

Poca creatività, qualcuno ha osservato. Può starci, ma si tenga presente che la formulazione in inglese, semplice e chiara, esige un adattamento in italiano altrettanto limpido. E non è che con la mela di Jobs puoi fare quello che ti pare. Sotto c’è l’invito a pensare diverso, ma se lavori per i ragazzi di Cupertino, giustamente, devi fare uguale a come ti dicono. Certo, “Molto più che più grande” è una frase a ostacoli, le manca lo slancio fluido dei cento metri. Non suona bene insomma. Anche i volti dei ritratti cubisti però sono pieni di spigoli: è una scelta stilistica. E comunque, visti i presupposti, le limitazioni e le esigenze comunicative ineludibili credo si possa andare oltre. Per quanto mi riguarda scelgo di mettere momentaneamente da parte l’eufonia e accogliere l’iPhonia. È anche un modo per rispettare il lavoro altrui.

 

 

Fonte immagine: www.apple.com/it/

il paradiso delle parole perdute

il paradiso delle parole

Sono giorni che mi chiedo dove vanno a finire. Compaiono nebulose al mattino, subito dopo il rumore della sveglia. Si affacciano nel bicchiere quando hai appena preso coscienza del cosmo. E ti seguono nei mille gesti che occupano le mani in altre piccole e laconiche faccende.

Si zittiscono per pudore e muto richiamo quando inizia la fatica di ogni giorno. Quel lento incedere del pensiero che cerca sempre un varco tra le carte, quel fare che diventa essere pur essendo vapore d’idea, quell’incedere da equilibrista che nasconde il sudore dell’impresa. Stanno lì inesplorate, volutamente in disparte. Come chi non vuole mischiarsi con un mondo estraneo che pur gli appartiene. Forse fin troppo.

Tornano nelle pause ma sempre a passo leggero, senza far rumore. Le cogli di sfuggita senza dargli seguito, senza prestare attenzione. Dimenticando con consapevolezza quel momento che non avrà più memoria. Poi l’assalto al ritorno a casa, sotto il sole tiepido, nelle pieghe del libro non finito, nelle dita incrociate, nella scorta di idee incompiute. Si mangiano le unghie, si torcono i capelli.

Sono attesa pura e pura impazienza.

Fino a quando gli occhi si richiudono, rintanandole con le altre, nel mucchio di quelle che ci sono già passate. E quando, per puro caso, ricordi di averle viste lì e provi a rimetterle in ordine, sembrano sparite improvvisamente. Senza mai esserlo del tutto.

E allora lo chiedo a voi, che siete più bravi di me: dove finiscono tutte le parole che, chi scrive per mestiere, non ha il tempo di fermare? Quelle forse inutili al dovere ma che nascono per qualche intima ragione insoluta.
Dove finiscono le parole che parlano di noi e che noi ripudiamo per parlare d’altro?

Perché se esiste un paradiso delle parole perdute, come quello dei calzini spaiati, è lì che voglio andare in vacanza.

Le Grandi Interviste: Lele Panzeri e il fantastico viaggio di Ubu

BoifavaDopo la leggendaria intervista ad Alfredo Accatino, abbiamo oggi l’incommensurabile onore di ospitare su queste colonne Lele Panzeri (ritratto qui a fianco nelle vesti di Padre Boifava), socio e direttore creativo de Le Balene, nonché fresco autore, per i tipi digitali di Blonk, della sua seconda fatica letteraria intitolata “Il fantastico viaggio di Ubu”.

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Quando le ho proposto questa intervista ha specificato testualmente “ACCETTO L’INTERVISTA PURCHÉ SIA LUNGA, NOIOSA E BANALE, E NON CONTENGA LA PAROLA WEB”: il fatto che citando la domanda io abbia effettivamente infranto l’ultimo punto costituirà un problema insormontabile?

Sì.

Di solito scrivere un libro è il grande sogno nel cassetto di ogni copywriter. Lei però è un art director: c’è forse una sfida in atto con Lorenzo Marini?

Sì.

Gli anni dello “spleen” evocati nel libro corrispondono in larga misura al secondo governo Prodi: solo una coincidenza?

Sì.

Perché Ubu si chiama Ubu? E come si chiamerebbe Ubu se non si chiamasse Ubu?

Sì.

Una barca è probabilmente l’unico posto dove fare una cazzata spesso è un’operazione necessaria, se non indispensabile. Cosa ci insegna tutto ciò?

Sì.

Nella seconda parte del libro cita il Sapitore Universale tra i suoi strumenti di bordo promettendo di spiegare in seguito di cosa si tratta. Poi però non lo fa, provocando nel lettore un misto di rabbia, frustrazione e desolazione paragonabile a ciò che si proverebbe se l’Italia perdesse la finale dei mondiali con la Grecia per colpa di un rigore sbagliato da Matteo Renzi. Insomma, cos’è il Sapitore Universale e a cosa serve?

Sì.

Lei è noto prima di tutto come art director, eppure ha firmato alcuni titoli memorabili. È una conferma implicita della superiorità antropologica degli art sui copy, motivo per cui entro pochi anni i primi inizieranno a cibarsi delle carcasse dei secondi fino a ridurli alla totale estinzione?

Sì.

Si può dire che un tempo si diventava pubblicitari per caso, mentre oggi si diventa pubblicitari per sbaglio?

Sì.

Lei è celebre e ammirato anche per via della sua folta barba. Ha mai provato invidia per Michelangelo Tagliaferri?

Sì.

Per concludere, si dia una risposta e poi si faccia una domanda.

RISPOSTA: Sì.

DOMANDA: Panzeri, ci parli con franchezza che qui siamo tutti sgamati e se dice una cazzata la becchiamo subito, cosa che farebbe precipitare a zero la stima che riponiamo in lei. Tenga anche conto del fatto che molte persone che frequentano questo blog sono giovani e disoccupati mentre lei, a quanto ci risulta, è vecchio e occupatissimo. Consideri anche il fatto che i nostri sodali potrebbero perfino credere alle sue parole (quali esse siano) e modificare radicalmente la propria prospettiva di vita seguendo i suoi consigli. Sappiamo che nelle agenzie che ha frequentato, fondato, coltivato e distrutto lei ha contribuito notevolmente ad allevare decine, se non centinaia di giovani creativi che oggi sono ai posti di comando nelle grandi multinazionali della comunicazione e che essi percepiscono stipendi e bonus incredibili coi quali potrebbero facilmente acquisire la sua attuale struttura e darle fuoco per il puro gusto di farlo. Siamo inoltre consapevoli del fatto che lei, non pago dei suoi numerosi successi nel campo della comunicazione ha voluto intraprendere, ultimamente, la carriera di scrittore, senza peraltro accorgersi che le sue opere sono costellate di errori di grammatica, di sintassi, di punteggiatura e di stampa, quindi le chiediamo cortesemente di non fare il fenomeno come al solito spinto dalla sua irrefrenabile ambizione di gareggiare con Lorenzo Marini e Annamaria Testa a chi è più narcisista ed egocentrico.

Ciò detto, ecco la domanda:
Pensa che le secrezioni vaginali possano essere efficaci contro la formazione di ruggine nei materiali ferrosi?

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Insomma, non resta altro che acquistare l’ebook in massa augurandoci che i copiosi proventi delle vendite invoglino Lele Panzeri a mettere mano al seguito, svelando finalmente l’origine, la funzione e i prodigiosi benefici del Sapitore Universale.

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Da Carosello al “Caroselling”

Lo “storytelling” poteva e potrebbe essere diverso…

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Sono nata nel 1977, esattamente l’anno in cui è finito Carosello, quindi tutti i caroselli che ho visto li ho visti dopo. Me li ha raccontati e recitati mia madre, li ho visti quando venivano riproposti sulla Rai e alla fine li ho rivisti su YouTube. Erano film fatti talmente bene che avevano, e hanno tuttora, il potere di coinvolgere il pubblico.

È normale quindi che dall’esperimento di Carosello Reloaded i nostalgici e gli affezionati si aspettassero lo stesso coinvolgimento. In mente probabilmente avevamo storie originali, divertenti, che parlassero del marchio di turno in modo leggero. Sicuramente quello che nessuno si aspettava erano pochi minuti di normalissimi spot pubblicitari solo un po’ più lunghi del solito.

Insomma, che cosa volevamo? Attori famosi che recitano in “scenette” per pubblicizzare un prodotto, per restare fedeli alla formula degli anni ’60 e ’70? Ma non sarebbe stato un ridicolo anacronismo? Inoltre siamo così assuefatti all’uso smodato e indiscriminato del testimonial che forse non avremmo nemmeno colto la differenza con i normali spot pubblicitari. E in più ci sarebbe sembrato molto fastidioso, oltre che ridicolo. Così, tra le varie critiche, l’esperimento Carosello Reloaded in tv è finito, o meglio, io non l’ho più visto.

Almeno fino a pochi giorni fa, al cinema, nell’interminabile mezz’ora di trailer e pubblicità prima dell’inizio del film. La formula è identica a quella della tv solo che gli spot sono intervallati da una miniserie dal titolo “Genitori, istruzioni per l’uso”. Si tratta di brevissimi episodi fini a se stessi che non pubblicizzano nulla, ma propongono solo gag, scene di vita tra genitori e figli in chiave ironica. Carini, ma mi sono chiesta “Perché?! Che senso ha quest’operazione? Sono così divertenti da condividerli in rete?…” Lo stile è simile a quello delle sitcom televisive, in forma molto abbreviata. Ma funziona? E soprattutto a che porta? Per chi e per cosa dovrebbe funzionare?

Sono le stesse domande che mi sono posta negli ultimi 3 anni, ogni volta che io stessa ho dovuto scrivere gli episodi delle webserie a cui lavoravo. Magari fanno sorridere, ma funzioneranno? Le webserie “normali” che piacciono, piacciono perché fanno ridere, perché ci si identifica, perché hanno quel guizzo di genialità, come l’ormai celebre Lost in Google dei The JackaL.

Fare webserie per i brand è ancora più difficile, per il senso di fastidio e di presa in giro che può provare il pubblico da un lato, e dall’altro perché il brand tende a essere troppo “invadente”, leggi “Ma il marchio si vede bene?! Quante volte verrà nominato?” e così via. Tuttavia la webserie, se scritta e giocata bene, potrebbe essere la strada giusta per l’evoluzione del buon vecchio Carosello. Qualcuno in rete ha usato il termine “Caroselling”, in modo dispregiativo, riferendosi all’esperimento di Carosello Reloaded. Io invece lo prendo in prestito perché lo trovo molto più simpatico di “storytelling” di cui tutti oggi si riempiono troppo la bocca.

Una delle mie prime esperienze nella scrittura di webserie fu per la distribuzione automatica Lavazza, giusto per citare un marchio storicamente legato al Carosello. I tipici esemplari della fauna da ufficio interagivano tra loro, creando situazioni divertenti. Il brand è sullo sfondo, l’azione è concentrata sui personaggi e sulla situazione:

Ma la vera svolta nel “Caroselling” l’ho vista negli ultimi giorni con il lavoro che hanno fatto sempre i JackaL per il brand di abbigliamento Alcott. Quelli che seguono sono due video divertenti, il brand è perfettamente integrato nella storia (è ovvio che sia lì) e partecipa senza eccedere. Ma soprattutto non li condividereste sui vostri canali social volentieri, senza pensare che si tratta della “vile pubblicità”?

https://www.youtube.com/watch?v=6SX3ElQEZ-w

London Tales #1

Benvenuti in London Tales, la mia nuova rubrica che ho promesso mesi fa a Daniela e che finalmente trovo il tempo di scrivere.

 

Oggi inizia la primavera e ieri la mia esperienza londinese ha varcato la ragguardevole soglia dei 2 mesi.
In sostanza sono a 1/3 del percorso medio di una delle innumerevoli persone che vengono qui per fare “un’esperienza di vita” o “per imparare la lingua” (questi ultimi sono i peggiori; mentono sapendo che, nella migliore delle ipotesi, torneranno in Italia con notevoli miglioramenti del loro spagnolo sboccato).

Brevissimo riepilogo: dopo l’estate io e Andrea, il mio Art Director, abbiamo iniziato a guardarci intorno, desiderosi di un’esperienza diversa nel mondo che amiamo. Dapprima in maniera pigra e sognante, ma poi, gira che ti rigira, abbiamo iniziato a fare sul serio e una delle domande che abbiamo inviato è stata presa in considerazione da quelli che oggi sono i nostri attuali datori di lavoro. Un colloquio su Skype con il nostro direttore creativo, giusto il tempo di piacerci e in men che non si dica eravamo a fare la fila per il National Insurance Number (per i meno avvezzi: la previdenza sociale di Sua Maestà, l’unica rottura di balle della burocrazia inglese).

Come potrete facilmente immaginare, per un copy è quanto meno ardito, se non completamente idiota, lanciarsi a capofitto in un’avventura estera se il proprio stipendio è stato pagato fino all’altro ieri dalla lingua italiana, a maggior ragione se si considera che la nuova lingua da padroneggiare non la si è studiata neanche un giorno in vita propria (mi rendo conto dell’inutilità di quest’ultima informazione, ma la scrivo per fare un dispetto ad Andrea, che si lamenta, giustamente, del fatto che con questa storia sono un disco rotto, ormai).

Eppure posso dire con ragionevole certezza che ha ragione lui:

https://www.youtube.com/watch?v=10KObAQFmlY

Sì, fare il copywriter in un’altra lingua sembra possibile. In fin dei conti la lingua si impara e il talento che uno può avere con le parole è, a dispetto delle apparenze, senza confini.

Fatality

Le insidie sono tantissime, a cominciare dalla tastiera (punteggiatura disseminata a casaccio e la combinazione di tasti per una fatality in Mortal Kombat è più semplice di quella necessaria per accentare le lettere), passando per cultura e senso dell’umorismo. Insomma, sono e saranno mesi di adattamento davvero intensi e difficili, ma non impossibili.

Ovviamente, ancor prima di perfezionare la lingua, mi sto già buttando a capofitto nei giochi di parole. Nello specifico, il mio più grande successo finora è aver coniato il termine “fuckount” per indicare i nostri acerrimi nemici in agenzia.

A tal proposito, entriamo un po’ più da vicino nella vita lavorativa d’oltremanica.

Ecco, cominciamo subito dalla tecnologia. Siamo in un’agenzia digital, per cui qui viene data molta attenzione alle ultime novità in materia. L’altro giorno giocavo felice e beato con l’Oculus Rift (ho avuto più o meno la stessa reazione del protagonista del video) mentre ieri perdevo la testa per il Leap Motion Controller. In generale, comunque, qui si dà molta importanza a ciò che succede nel mondo, sia a livello pubblicitario sia a livello di tecnologia tout court.

Passiamo alle note dolenti.
I nostri cari fuckount non si discostano minimamente dai loro italici corrispettivi (mi riferisco alla media generale, non alla mia ultima esperienza a Milano, che considero oro rispetto a certi picchi di follia visti qui). Parecchi di loro sono campioni olimpici di domande idiote (sì, grazie a loro ho rivisto le mie posizioni rispetto al detto “non esistono domande idiote, solo risposte idiote”) e di debrief tragicamente travisati. Risultato? A furia di lavorare fino a tardi, ormai abbiamo fatto la carta fedeltà alla pizzeria qui sotto, famosa per cucinare una tra le peggiori pizze del Regno Unito, che già di per sé è un primato ragguardevole.

Kate Pizza

E i clienti sono forse anche peggio (sia dei fuckount, sia della pizza).

La frase più ricorrente è senza dubbio “there’s no budget for that”, che suona molto come “there’s no trip for cats”, sia a livello fonetico sia a livello semantico, a ben pensarci.

In cucina, come potrete immaginare, le cose non vanno meglio. Qui al ristorante dell’agenzia hanno una concezione quanto meno fantasiosa di “insalata” (diciamo che puoi considerarla tale dopo che hai trascorso mezza giornata con Salvador Dalì, Boston George e Paul Gascoigne), ma gli inglesi sono cintura nera di junk food. Una cintura molto allargata, mi viene da dire.

Il top comunque è un ragazzo, che per privacy, praticità e scarsa memoria chiamerò Salvatore, che lavora alla caffetteria. È inequivocabilmente napoletano e, in barba a ogni luogo comune, un istante dopo aver conosciuto me e Andrea ci ha subito proposto del tabacco di contrabbando a £2. Una gioia incontenibile e inspiegabile ha pervaso il mio corpo in quel momento. Sono scene che contribuiscono parecchio alla formazione di una persona e che farebbero la gioia di Zola e Flaubert (cito due francesi a caso giusto per fare rabbia agli inglesi).

 

Ma sapete che c’è? It is worth it. E tanto anche.

Al di là di tutte le lotte (col cliente, ma anche interne, come ogni grande agenzia), quello che vedo qui è un mondo abitato da persone ancora innamorate del lavoro che fanno. Forse la differenza sta nel fatto che a Londra, paradossalmente, c’è molta meno concorrenza rispetto all’Italia, dato che manca quella generale “mitizzazione” (ci ho messo cinque minuti per trovare le virgolette, maledetta tastiera Uk) della professione che in Italia ancora abbiamo, e chi lavora in pubblicità lo fa per vera passione e dedizione, non perché “fa figo” (credetemi, qui non fa per niente figo essere un copy).

O forse sto dicendo solo un mucchio di baggianate, chissà. Sarà il tempo a stabilirlo.

Resta il fatto che qui si sta bene, oggi c’è il sole e, come ogni venerdì, tra poche ore partiranno le birre gratis, ma l’altra sera, parlando su Skype con mia sorella, le ho chiesto di inquadrare il bidet e mi sono quasi commosso.

Sono cose che fanno pensare.

 

Ps: ci è appena arrivata un’email che millanta un pranzo a base di pizza per tutti. Ho paura.

 

NB:
per una corretta lettura e fruizione dell’articolo si consiglia l’ascolto di “For Emma, Forever Ago” (quanti più brani, possibilmente) dei Bon Iver.

 

 

La grande bellezza e Fiat. L’auto-celebrazione che mi piace.

L’Oscar di Sorrentino, ovvero chi diffida del suo successo e non vorrebbe che festeggiasse alla guida di una 500.

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“Fiat 500. La piccola grande bellezza”. Recita queste parole Paolo Sorrentino nello spot di una delle icone automobilistiche italiane. E dice il vero. L’auto è bella, un’utilitaria che manda in cambusa a pelare patate non poche ammiraglie. Oltre duemila anni di mani e menti peninsulari capaci di ridefinire ciclicamente i princìpi della creatività a qualcosa sono serviti. Da alcuni la Fiat ha ripreso a fare auto come si deve. E a comunicarle come si deve: se ho comprato una Fiat è anche perché la brochure del modello che ho scelto presenta argomenti convincenti; non è fuori luogo dirlo in un blog di persone che scrivono per la pubblicità.

Che il protagonista della pubblicità della 500 sia un talento del cinema fresco di statuetta non è un dettaglio. La sua ultima pellicola, La grande bellezza, premiata dapprima con il Golden Globe e poi con l’Oscar, entrambi assegnati al miglior film straniero, dimostra che il nostro paese quando vuole riesce a riesumare qualcosa del Michelangelo sepolto in esso. Il fatto che per me sia irritante essere apprezzati dal mondo solo quando rappresentiamo masochisticamente la nostra decadenza non conta; e non conta nemmeno il fatto che in chiusura il film si dilunghi inutilmente sulla caricatura di una finta santa. Resta un’impresa cinematografica di grande spessore estetico e tagliente potenza onirica. Un’opera necessaria, un antidoto contro il proliferare di mattoni di celluloide che raccontano di coppie in crisi e nevrosi di provincia.

Lo spot con Sorrentino come testimonial, celebrazione di Fiat 500 attraverso quella del suo film, mi piace. Proprio perché è una celebrazione. In Italia infatti si perdona tutto eccetto il successo. Si perdona chi ti uccide un congiunto perché te lo chiede un giornalista in tv. Si perdona la frode perché siamo quelli dell’arte di arrangiarsi. Si perdona chi legifera per se stesso perché sorride. Si perdonano ai mafiosi le balle vendute allo stato per comprarsi la chiave delle manette. Si perdonano i terroristi perché usano il congiuntivo. Si perdona chi sevizia i pensionati per derubarli perché avere la villetta è considerato un reato sociale.

In Italia il successo conseguito facendo anziché elucubrando spaventa. Le idee, la capacità, l’intraprendenza virtuosa e non parolaia vanno boicottate. Se quindi vinci l’Oscar e per di più lo vai a festeggiare in 500, la controinformazione sgomma all’inseguimento con il portabagagli carico di teorie su complotti e connivenze. Si chiamano in causa i poteri forti. L’Oscar era già stato assegnato al film di Paolo Sorrentino prima della premiazione. “Qualcuno”, là nelle stanze dove si trama nell’ombra, ha voluto che a vincere il riconoscimento d’oro fosse proprio La grande bellezza. La Fiat, in combutta con l’emittente che ha messo in onda la prima televisiva della pellicola, aveva già architettato tutto. Scatta la delegittimazione. Il popolo social che appena può grida “buuu” addita il regista. L’autore de Il divo diventa egli stesso quel divo oscuro.

Niente di nuovo comunque. Queste chiacchiere non sono altro che lo scoppiettio a due tempi della Trabant che tanti anni fa è stata parcheggiata dentro di noi. Al volante c’è l’idea che si debba essere tutti egualitariamente mediocri. Forse proprio quello che i veri poteri forti vorrebbero.

http://www.youtube.com/watch?v=S0YOl98OgHk

Fonte immagine: ilvelino.it

I 5 corsi che servono davvero a un copywriter.

Cari colleghi, saper scrivere è una gran bella cosa e sono estremamente apprezzabili tutti i blog e gli articoli che ogni giorno inondano le nostre bacheche con tutti i preziosissimi trucchi per imparare a farlo efficacemente, per convincere, per convertire e tutte quelle belle cose lì.

Tuttavia esistono altri argomenti fondamentali che il copywriter deve assolutamente sapere, possibilmente PRIMA di aprire la partita iva e farsi derubare dallo Stato, che si riassumono i questi 5 corsi di vitale importanza. Vediamoli insieme:

come farsi pagare

1. COME FARSI PAGARE DAI CLIENTI

Questo è il corso base propedeutico agli altri quattro corsi “pro”:

1/A. COME FARSI PAGARE DAI CLIENTI E PORTARSI DAVVERO I SOLDI A CASA

1/B. COME FARSI PAGARE DAI CLIENTI SENZA USARE LA FORZA

1/C. COME FARSI PAGARE DAI CLIENTI CON LA FORZA

1/D. COME FARSI PAGARE DAI CLIENTI SENZA MOTIVO (corso avanzato)

 

2. COME FARE IN MODO CHE L’AGENZIA RISPONDA ALLA VOSTRA AUTOCANDIDATURA

Alla fine del corso avrete un gadget in omaggio a scelta tra quelli sottoelencati, da allegare all’email, lettera cartacea, piccione o qualsiasi altro mezzo abbiate usato per entrare in contatto con l’agenzia o il direttore creativo di vostro interesse:

– manuale “Il Galateo questo sconosciuto”;

– mazzetta;

– foto di donna nuda (anche se non siete voi va bene lo stesso) cliccabile sul vostro profilo Linkedin;

– mina antiuomo.

 

3. COME FARSI PAGARE DALL’AGENZIA

Per freelance. Vedi corso 1.

 

4. COME TROVARE CLIENTI PAGANTI

Corso “Pro”. Prerequisito per l’ammissione: aver già frequentato il corso “COME TROVARE CLIENTI”. E aver avuto pessimi riscontri…

A fine corso, l’allievo più meritevole avrà in premio un account vivo munito di portafoglio clienti (paganti). Il corsista dovrà comunque provvedere al mantenimento dell’account, averne cura, fornirgli una cuccia e portarlo fuori ogni giorno.

 

5. Il quinto corso non c’è, i primi 4 sono già fondamentali, anzi, anche solo il primo era più che sufficiente, ma il titolo “I 4 corsi che servono davvero a un copywriter” suonava male.

 

Iscrivetevi numerosi e buon divertimento a tutti!

 

 

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