Frosinone Culone: la storia, il mito, gli eroi.

Allontana Pugnitopo

Il tormentone di Frosinone.

A molti non sarà sfuggito l’ultimo, scoppiettante trend del mondo social: Frosinone Culone!

Ma in cosa consiste esattamente? Si invia un messaggio privato alla pagina ufficiale di un brand (meglio se si tratta di un’associazione sportiva, meglio ancora se di una squadra di calcio) e si chiede se si tratti della pagina ufficiale. Alla risposta affermativa, si risponde di getto “Frosinone Culone!”, e poi via ad arricchire la collezione personale di screenshot.

Il gesto goliardico, è intuibile, è partito dalla pagina del Frosinone Calcio, complice il recente esordio dei ciociari nella massima divisione calcistica nostrana.

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In breve tempo, tuttavia, il fenomeno si è esteso ad altre squadre, fino a lambire pagine che col calcio non hanno davvero nulla a che vedere.

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Ma perché tutta questa insistenza? Basta un rapido sguardo alla classifica per verificare come la stagione del Frosinone sia stata finora decisamente deludente: a tutt’oggi (venticinquesima giornata) 6 vittorie, 4 pareggi, 22 punti appena, per una terzultima posizione che non lascia presagire nulla di buono. Né il club frusinate sembra essersi macchiato di immeritati colpi di fortuna durante gli incontri con i team dei piani alti, tali da poter indirettamente condizionare l’esito del campionato. Da dove ha origine allora questo tormentone? Chi è stato il primo a pronunciare le due fatidiche parole?

La partita del secolo.

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un salto indietro di ben 22 anni per rivivere le gesta di due straordinari eroi. Grazie all’impareggiabile Wikipedia conosciamo anche la data esatta: il 24 Aprile del 1994. È la terzultima giornata del Girone G del Campionato Nazionale Dilettanti, e sul campo del Frosinone la capolista Giulianova è attesa dallo scontro diretto con la seconda in classifica. Gli abruzzesi vantano due lunghezze di vantaggio sui laziali, dunque con una vittoria chiuderebbero virtualmente il discorso qualificazione, guadagnandosi il meritato ritorno in Serie C2. Un pareggio andrebbe comunque bene, poiché lascerebbe invariate le distanze. Ma la sconfitta complicherebbe drammaticamente la situazione, poiché garantirebbe il sorpasso ciociaro, condannando il Giulianova a non essere più unico arbitro del proprio destino.

In campo la sfida è vibrante. I padroni di casa fanno sul serio, e si portano in vantaggio al 12′ con un colpo vincente di Pesacane. La replica giuliese non si fa attendere molto: al 35′ arriva il pareggio di Minuti. Ma dopo pochi minuti la situazione si complica nuovamente: al 40′ viene espulso Di Bari. Il Giulianova soffre l’inferiorità numerica, e al quarto d’ora della ripresa il Frosinone torna a colpire: è Russo che al 61′ insacca per i padroni di casa. I giallorossi precipitano di nuovo nell’incubo.

Sugli spalti c’è un uomo che soffre più degli altri. Vive l’angoscia fino in fondo, e la racconta con la sua inimitabile voce. Quell’uomo è il nostro primo eroe. Quell’uomo è il radiocronista del Giulianova. Quell’uomo è Francesco Marcozzi.

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Il nostro geme, sbraita, impreca come solo un vero tifoso potrebbe fare. La sua radiocronaca è talmente sentita che un tifoso la registra e la monta su una ripresa amatoriale del match. Il video finisce sul tavolo della Gialappa’s Band, e in breve tempo si trasforma in uno dei servizi cult nella storia di Mai Dire Gol, citato a memoria negli anni da ogni vero amante del calcio italiano: un buon esempio di quel viral pre-internettiano che ha indubbiamente trovato nel Magnotta la sua vetta più cristallina (ma questa è un’altra storia).

https://www.youtube.com/watch?v=MILUzh7p8Kg

Vale senz’altro la pena di riportare la trascrizione dei momenti salienti della radiocronaca:

“Allontana Pugnitopo! L’11 in fuorigioco! ASINOOOOO! Attenzione pericolo! FUORIGIOCO! Era fuorigioco, il guardalinee non vede… FUORIGIOCOOOOO!!! Un ingapace, un ingapace… […]
Carabinieri, Polizia, arrestate il guardalinee! RAI, RAI, il guardalinee! Intervistate il guardalinee![…]
Parisi, traversone, in area, c’è Di Vincenzo, di testa… La palla va fuori, è punizione dice l’arbitro! […]
C’era stato un fallo, io l’ho visto, ma c’ha fatto l’arbitro? CORNUTI! Allora, stavamo parlando, come avete potuto capire dall’aggettivo, del guardalinee… […]
Ecco che si batte, tiro, TIRO, GO…PALOOOOO! PALO!!! Palo a portiere battuto, secondo una jella scarogna di tutti i colori! La difesa del Frosinone è stata fortunata, il portiere culone! […]
Vero, è stato fortunato il portiere? Frosinone culone! FROSINONE CULONE! MANNAGGIA LA M******!”

Ecco dunque svelata l’origine del mito: un palo a portiere battuto, che unito all’arbitraggio ostile condanna il Giulianova alla resa (l’arbitro, per la cronaca, era Ayroldi di Molfetta, in seguito illustre fischietto nella massima divisione). Ma è davvero tutto finito? C’è ancora tempo per un ultimo, disperato assalto.

In campo c’è un giocatore che ha disputato una partita esemplare, fatta di sacrificio e sudore. Marcozzi l’ha citato solo di striscio, ma basta un attimo per passare alla storia. Quell’uomo è il secondo eroe della giornata. Quell’uomo allo scoccare del 90′ segna il gol dell’incredibile pareggio. Quell’uomo è Sauro Pugnitopo.

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L’importanza di chiamarsi Pugnitopo.

È una vera beffa che alla storia non sia stata consegnata la registrazione del liberatorio urlo con cui l’incredulo Marcozzi avrà con tutta probabilità accolto il salvifico pareggio. Ciononostante, il granitico “Allontana Pugnitopo!” con cui si apre il frammento di telecronaca è bastato per scolpire il suo inconfondibile nome nella leggenda più autentica.

Ma chi era Sauro Pugnitopo? Grazie all’inestimabile lavoro di ricerca storiografica dell’equipe di TuttoCalciatori, possiamo ricostruirne le gesta.

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Roccioso stopper, Sauro Pugnitopo nasce a Gubbio il 23 Novembre 1967.
1 metro e 89 per 78 chili, muove i primi passi proprio nel club umbro, ma dopo sei stagioni arriva la svolta: l’ingaggio del Giulianova coincide con una felice ascesa, dai Dilettanti fino alle vette della C1. Tre reti appena con gli abruzzesi, ma pesantissime: una in particolare, la nostra, si rivela decisiva. Perché il Giulianova pareggia l’incontro, mantiene il Frosinone a distanza e chiude il girone al primo posto, centrando una fondamentale promozione. Due anni dopo la storia si ripete: dalla C1 alla C2, davanti c’è ancora lo spauracchio frusinate. Pugnitopo quella volta non segna, ma con le sue 33 presenze stagionali si conferma una delle colonne della squadra. Il finale di carriera si rivela meno emozionante ma dignitoso: c’è tempo anche per un ritorno nella natìa Gubbio. Il nostro chiude con 415 presenze, 8 reti e due strepitose promozioni conquistate sul campo.

Su Pugnitopo, incredibilmente, si è detto e scritto molto più di quanto si potrebbe pensare. Tra il nome arzigogolato, il leggendario pareggio e l’immortale invito ad allontanare ce n’è abbastanza perché al nostro siano state dedicate pagine Facebook, meme e persino magliette. Sul sito keepcalm-o-matic.co.uk, per esempio, è possibile acquistare questa meravigliosa t-shirt (sì, ovviamente io l’ho fatto):

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Il punto è che Pugnitopo rappresenta il bene. È colui che, “allontanando” il male, riesce a sconfiggere il nemico più temibile: il Frosinone Culone. Ecco perché i bravi Community Manager sanno che è necessario chiamarlo in causa per rispondere come si deve.

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Perché Pugnitopo sa allontanare tutto. Anche i troll.

Eurobestiario: tutto quello che non volevate sapere su Eurobest 2015

Poco più di una settimana fa cominciava la mia trasferta solitaria agli Eurobest 2015 e devo concentrarmi lucidamente sul calendario per rendermene conto: sto ancora finendo di riprendermi. Potrei farla davvero lunga e sviolinare e lanciare glitter da tutte le parti su quanto questa esperienza sia stata “challenging” e “impattante” e “ingaggiante” e “disruptive”: non lo farò. Il fatto è che al ritorno da sti festival nessuno si sofferma mai a raccontare gli aspetti trash e improbabili, quindi sono qui per allietare il vostro lunedì con i miei personali award (ah, ma non è lunedì? Ah).

BRONZE

Un bronzo all’organizzazione dei Lions Festivals per la selezione dei gadget che ci hanno fatto trovare all’arrivo nella borsa di tela: una bottiglia di birra belga gratuita, un invito a uno workshop a forma di mascherina notturna e un portachiavi con la mascotte di Brand Home – ovvero uno gnomo arancione fosforescente che fa il dito medio: très chic. Un bronzo anche alla manager londinese che è riuscita a fare un seminario ricorsivo: il tema del suo intervento era il fallimento in pubblico e purtroppo si sono inceppati gli schermi mentre parlava. Per metà del tempo che aveva a disposizione è dovuta sgattaiolare dietro le quinte e siamo stati intrattenuti da un organizzatore che ci chiedeva di fare la hola per ammazzare il tempo, in pieno stile vacanze a Riccione. Un seminario sul fallimento fallito a tutti gli effetti: non poteva andarle meglio.

SILVER

L’argento va sicuramente al team creativo di JWT Metro di Tblisi che ha iniziato a pedinarmi al primo party all’elegantissima City Hall di Anversa: mi hanno poi spiegato che sarei una sosia di Nino, una loro creativa rimasta a casa, e che dovevano assolutamente farmi una foto per mandargliela. In effetti è un grande vantaggio, ora che ci penso: se qualcuno mi domanderà mai cosa chiedo a San Gennaro, risponderò “Sono georgiana”, e ne ho le prove inconfutabili.

GOLD

Il primo oro va all’eccellente barbiere hipster che ha allestito il suo temporary shop nel bel mezzo del party della seconda sera. Tutti ballavano e lui non ha smesso un secondo di lavorare, tagliando barba e capelli ai direttori creativi di mezza Europa, malgrado il casino e la poca luce: hero of the night.
Oro anche allo strategic planner che mi ha offerto un lavoro come copy a DDB Russia durante il party finale, dopo appena cinque minuti che chiacchieravamo di scemate. Era convintissimo, un paladino della fiducia, e ha fatto la sua promessa sbronza in pubblico e a voce sufficientemente alta. Sicuramente ora non se ne ricorda, ma io sì. E so come rintracciarlo. Adesso in effetti a Mosca fa un po’ freschino, ma se tra qualche mese mi vedrete partire senza sapere quando, andata senza ritorno, fino in capo al mondo e all’ultimo secondo, beh: ora sapete perché.

GRAND PRIX

Scena memorabile il mattino dell’ultimo giorno, nella Inspiration Room, con un intero pubblico in hangover che è scoppiato a piangere di fronte agli adv di Natale di Adam & Eve DDB per John Lewis. Se non conoscete questi spot, vi consiglio di vederveli su YouTube: già sono belli di loro, ma solo chi sta provando a riprendersi dai rimorsi e dai rimpianti della birra belga gratuita può apprezzarne veramente le sfumature struggenti. L’idea è un po’ come quando ci si riprende da una serata di bagordi e si passa la domenica in pigiama a guardare film o clip strappalacrime e a mangiare biscotti nella vastità beata della propria solitudine. Solo che lì eravamo tutti assieme, camicie sdrucite e mascara sbavati, senza biscotti e tutti storditi e infagottati nelle nostre poltroncine di raso bordeaux: adorabili. Se all’uscita avessero preparato apposta un reparto “free hugs” brandizzato dalla Westmalle sarebbe stato perfetto.

United Tales Of America.

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Resoconto millesimato di una settimana di viaggio negli USA: tre giorni di cazzeggio a New York, tre giorni di conferenza a Boston.

In viaggio

Quando partite per una traversata intercontinentale, ricordatevi sempre che fare il copycheck è molto importante. Soprattutto quando compilate l’ESTA. Il mio art non l’ha fatto e ha dovuto pagare subito 42,00 € tra spese e commissioni per rifarlo.

L’accoglienza nel nuovo mondo incute un po’ di timore. Alla dogana il nero incazzato nero di default mi ha chiesto che lavoro faccio: io ho mentito e ho risposto “I work in advertising”, anziché “I tell lies on behalf of companies”.

Il momento più emozionante dell’arrivo è arrivato comunque subito dopo, quando abbiamo dovuto ripescare dopo 13 ore di trasvolata un mazzo di chiavi seppellito in una fioriera di Manhattan. Senza dubbio la miglior risposta alla domanda “Perché scegliere Airbnb invece dell’hotel?”.

In generale gli americani amano gli ampi spazi, e provano piacere nel percorrerli facendo dispendio di più energia possibile. Devono sprecare, sennò si sentono europei, e questo li fa star male. Manhattan è un budello, sarebbe il posto ideale per le city car, eppure tutti si ostinano a guidare macchine lunghe e grosse. Avremo avvistato giusto un paio di Fiat (ovviamente Abarth). Non stupisce che i treni siano di livello mediocre. Per spostarci da New York a Boston (circa 300 km) abbiamo impiegato più di quattro ore, accumulando oltre mezzora di ritardo. In Italia avremmo impiegato la metà, grazie alla nostra meravigliosa TAV. Lì la TAV non sanno neanche cosa sia, e un treno che va a 300 all’ora gli pare inutile fantascienza. Semplicemente, dei treni non gli importa nulla: New York-Boston si fa in auto, o meglio ancora, in aereo. Se non spargi monossido di carbonio, non sei nessuno.

A Boston invece glien’è fregato cazzi ai controlli di sicurezza di dove volavamo, moduli e cavoli vari. Erano soprattutto piacevolmente ansiosi di mandarci fuori dalle balle il prima possibile: in questo gli americani sono impagabili (ben più ansiosi invece a Londra dove non si fidano dei controlli di sicurezza fatti dagli altri e nel dubbio li rifanno a tutti i passeggeri in transito). Unica accortezza, la doccia di raggi x totale con le mani alzate. Che ci vuoi fare, sono fatti così.

New York.

Così a prima vista, New York pare una versione pompata di Londra. Gli americani non perdono occasione per dimostrare davvero un pessimo gusto nella scelta dei font, però a differenza nostra hanno le banconote da 1 dollaro, che ti fanno capire meglio il valore dei soldi. Mica le monetine sceme che abbiamo noi. Quindi, stima.

Anche l’odore dell’appartamento era molto simile all’odore della mia casa londinese, comunque. Un odore particolare, moquette polverosa mista a legno umido. Non necessariamente sgradevole ma comunque pungente. Dev’essere un tipico odore anglosassone.

Da dove iniziare, se non da Times Square? L’avevo sempre considerata una gigantesca affissione sparaflesciosa. Ma poi finalmente l’ho vista e ho capito che dovevo diffidare delle apparenze: Times Square è veramente una gigantesca affissione sparaflesciosa. Non c’è niente da vedere se non la pubblicità: e il fatto che la gente ci vada proprio per guardare la pubblicità mi ha fatto sentire per la prima volta veramente orgoglioso del mio lavoro. Anche se, ora che ci penso, in vita mia ho fatto solo un’affissione. E non era neanche sparaflesciosa.

La prima mattina abbiamo fatto colazione in un bar qualsiasi: c’era questo tipo sulla sessantina che indossava tranquillo un grosso cappello da cowboy. Avrei voluto abbracciarlo fortissimo, se solo non avessi temuto che mi avrebbe sparato con la 44 Magnum che senz’altro teneva in tasca. Non ho dubitato neanche per un istante che il nostro voterà Trump: sono i vecchi repubblicani come lui che hanno fatto grande questo paese. Il caffè macchiato che avevo ordinato faceva schifo esattamente come temevo, dunque sono uscito pienamente soddisfatto.

Che caos la metro di New York! Oggi diremmo che non è stata progettata tenendo conto della user experience; la verità è semplicemente che è fatta a cazzo, senza seguire il criterio europeo tradizionale, numeri, sigle e biforcazioni buttate lì random. Per fortuna in casa avevo trovato una vecchia copia de “Il Codice Da Vinci” e così sono riuscito a decifrare il percorso da fare per arrivare al Greenwich Village rileggendo il capitolo in cui Robert Langdon e la pronipote di Gesù Cristo aprono il caveau della banca svizzera usando la sequenza di Fibonacci.

Ma vale davvero la pena di prendere la metro? All’Oyster Bar della Grand Central Station le ostriche partono da 2 dollari l’una. Un biglietto della metro per arrivare alla Grand Central Station costa 3 dollari. Quindi il consiglio che vi dò è senza dubbio farvela a piedi, così potete ordinare un’ostrica in più.

Certo, alla fine la metro sembra comunque il male minore: finalmente ho trovato una città paragonabile a Roma in quanto a traffico. Era un po’ che non provavo l’emozione di restare bloccato in una coda senza via di uscita, e senza sapere quando finirà. Eppure come dicevo le metro non mancano. Dev’essere che Dan Brown non ha avuto molto successo, non c’è altra spiegazione.

Le sirene della polizia invece sono buffissime, quasi ridicole: sembrano prese pare pare da un videogioco di terza categoria del 1992. Bei tempi, comunque, quando bastava la cartuccia per il Game Boy di Street Fighter II per dare senso persino a uno stupido pomeriggio piovoso di novembre.

Gli USA comunque sanno anche essere magnanimi: una sera un tizio mi ha chiesto un documento per verificare che avessi l’età minima per bere alcolici. Che è 21 anni. E no, non è il caso di fare battute sceme, perché quel pover’uomo chissà che problemi di vista ha. Maledette assicurazioni sanitarie private.

L’ultima sera nella Grande Mela siamo andati a cena in un posto sciccoso. Il fatto è che, malgrado nella lontana Estate del 2011 io abbia conseguito un leggendario (ancorché tuttora inspiegato) punteggio di 101/120 al TOEFL, non abbiamo capito una ceppa. Sarà stata la musica forte, ma proprio non si capiva cosa dicevano i camerieri. Per non fare la figura degli scemi abbiamo risposto un sì convinto a ogni domanda, e ci siamo ritrovati destinatari di un flusso ininterrotto di pietanze sperimentali a base di pesce, ma roba tipo piovra, ravanelli, mirtillo e popcorn dolce (tutto nello stesso piatto). A un certo punto sono arrivati altri due cocktail e abbiamo capito che ci avevano estorto un secondo giro. Tutto buono, eh, solo volevo chiedervi se tante volte avete una frilensata da girarmi. Grazie.

Va detta una cosa, in conclusione: New York è figa, ma è brutta forte. Grossi palazzoni grigi e (soprattutto) marroni, alcuni neppure alti. Ma è proprio questa la lezione di New York: non c’è bisogno di essere belli per essere potenti. Valencia ha un centro storico che è un gioiello, ma non conta un cazzo. New York il centro storico non ce l’ha neanche, ma con i suoi palazzoni fallici alti in modo quasi esagerato può decidere quanto durerà il tuo prossimo mutuo.

Il sogno americano.

Il memoriale dell’11 Settembre è un bel monumento: semplice, sintetico, denso di significati. Due fontane quadrate ricavate nelle profonde fondamenta delle due torri. Al centro di ciascuna vasca, una nuova cascata: la fine, inutile dirlo, non si vede. Tutto intorno, ovviamente, i nomi delle vittime incisi nel marmo scuro. Mi ha ricordato, per rigore e carica poetica, il monumento più geniale eretto nel nuovo secolo: il memoriale per le vittime del nazismo di Berlino. E qui c’è tutta la differenza tra America ed Europa. Perché il monumento americano trasuda ancora stupore per l’accaduto: a noi non succederà, non ci faremo rovinare le nostre città come voi stupidi europei, nessuno potrà scalfire i nostri prepuzi di cemento armato. Saremo migliori di voi. E invece. Il monumento tedesco, al contrario, è un monito. Prima di tutto verso se stessi: una rappresentazione dettagliatissima di come si arriva, passo passo, a prendere sotto braccio l’orrore. C’è dentro tutta l’angoscia di un popolo che si è risvegliato dall’ipnosi con una mannaia insanguinata in mano, con il terrore, se si distrae nuovamente un solo istante, di ritrovarsi di nuovo nel baratro. Ecco la differenza: New York onora le prime morti che ha subìto, Berlino si dispera per le morti che ha causato. L’Europa è più adulta.

Il nuovo World Trade Center comunque è bello. Sembra un po’ una piccola Piazza Gae Aulenti.

Amiamo ripetere spesso che il toro va preso per le corna. Poi ho scoperto che invece dalle parti di Wall Street c’è l’usanza benaugurante di tastare lo scroto dorato della statua del toro. Pare che porti fortuna. Ma perché non ci abbiamo pensato prima? Il toro non va preso per le corna: va preso per le palle.

Quante emozioni sulla 5th Avenue! Mentre ero in un negozio, indeciso se comprare o no una borsa, improvvisamente è partita “Man In A Suitcase” dei Police alla radio. Inutile dire che l’ho presa subito. È bello che Gordon, Andy e Stewart trovino il modo di consigliarmi anche in differita, a 35 anni di distanza. Devo ricordarmi di seguire sempre le sensazioni.

Poco più avanti invece c’era la sede della Sliding Door Company, a quanto pare il principale installatore di porte scorrevoli. Ma per entrare, c’è una porta a spinta. Applausi.

Lo shopping però nel complesso mi ha deluso. Curiosamente tutti sono scimmiati con la 5th Avenue, quando invece su Madison Avenue ci sono molti più negozi, molto più belli. Ma si tratta di alta moda. Anche setacciando con cura il Greenwich Village, invece, non escono fuori grandi cose in quanto a moda indie: detto fuori dai denti, Camden Town e Friedrichstrasse gli fanno un culo così. E probabilmente persino Porta Portese non è messo male. Tutto questo per dire che, ahimé, non ho trovato nessuna camicia di mio gradimento.

Il terzo giorno mi sono dato appuntamento con Maria, una mia vecchia amica dell’Erasmus. Lei vive in Nebraska, ma proprio in questi giorni era a New York per un corso di aggiornamento, una coincidenza semplicemente assurda di cui non potevamo non approfittare. A Gennaio ha perso il fratello maggiore per un tumore meschino che se l’è portato via in dieci settimane, una di quelle cose per cui uno vorrebbe afferrare Dio con la forza e mentre due amici lo tengono fermo dargli un bel po’ di pugni seri sulla bocca dello stomaco. Forte. Invece quel vigliacco non si fa trovare mai. Lei però il sorriso non lo avevo perso, e neanche quella gentilezza così leggera e sensata che possiedono gli americani quando sono intelligenti. Abbiamo parlato a lungo, con tutta la piacevole fatica del dover capire e farsi capire. Quanti amici che ho a dieci chilometri da casa, invece, e per un motivo o per l’altro non vedo da mesi.

Gli americani, comunque, su alcune cose sono stupidi. Ma proprio stupidi stupidi stupidi. Diluvia, c’è un’umidità che levati, forse c’è pure l’uragano Joaquim in arrivo, e loro tengono l’aria condizionata a stecca. Senza motivo. Io amo l’aria condizionata, è un diritto inalienabile dell’umanità, sono disposto a battermi per essa, ma magari fuori è Ottobre. È  Ottobre, cazzo. Per carità, capisco la rivalità storica col Giappone, ma un modo meno autolesionista di violare il Protocollo di Kyoto secondo me si trova.

E gli hamburger? Per carità, lo sanno tutti che le proteine animali fanno male. Lì però le hamburgerie più blasonate si compiacciono con orgoglio di non aggiungere nulla alla loro carne: antibiotici, ormoni, conservanti. In pratica si vantano di qualcosa che dovrebbe essere il minimo sindacale, un po’ come se io dicessi di essere una persona dal cuore d’oro perché anche oggi non ho sgozzato nessuno con una grossa sega arrugginita. Mah.

Essendo il mio primo viaggio fuori della mia cara Europa (da buon romano, ogni volta che mi sono trovato a visitare qualche provincia dell’impero mi sono sempre sentito a casa), da incrollabile eurocentrista mi sono chiesto se, per contrapposizione con gli USA, sarei riuscito a identificare qualche tratto comune che contraddistingue la cultura europea in generale, al netto delle differenze nazionali. La risposta è sì. Oltre al calcio, noi europei abbiamo un rapporto sereno con i pagamenti. Quello americano è invece schizofrenico. Tanto per cominciare, i prezzi esposti sono sempre netti: l’IVA viene conteggiata sempre dopo, alla cassa. È come se volessero prendere le distanze dallo stato: come dire, fosse per me te lo farei pagare solo x, ma per colpa dello stato porco bastardo bastardo porco sono costretto a fartelo pagare y. Ma ancora più sorprendente è la situazione delle mance: i camerieri vengono pagati anche solo due o tre dollari l’ora, e i soldi per campare li alzano grazie a queste somme, teoricamente non dovute, tacitamente estorte ai clienti con percentuali talvolta spropositate. Persino il 25%, che su un caffè sposta poco, ma su una cena sposta tanto. Una specie di sistematica evasione fiscale legalizzata. Una specie di lobby o, se preferite, una specie di mafia.

Gli americani, però, hanno anche un grande pregio, che è lo spirito patriottico. Quando decidono che devono unire le forze per sistemare qualcosa sono impareggiabili. Guardavo le immagini di New Orleans durante una partita di football, a dieci anni di distanza dall’uragano sta meglio di prima. Noi europei (e in particolare noi italiani) dovremmo imparare a mettere da parte i campanilismi quando c’è un problema serio da affrontare e unire le energie. In questo gli americani possono essere un bellissimo esempio. Poi certo, pensi che molti di loro moriranno senza essersi mai fatti un bidet, e a quel punto il giudizio inevitabilmente si ridimensiona.

Le arti.

Meravigliosa idea la High Line: una vecchia ferrovia in disuso trasformata in un parco sopraelevato. Non ho potuto fare a meno di chiedermi che fine farà la tangenziale di Roma quando fra qualche decennio l’auto cadrà in disuso. Forse è meglio non saperlo.

Il MoMA è un diario impietoso del rapporto tra Europa e USA. È zeppo di capolavori europei: testimonianza del fatto che senza l’impronta dell’Europa gli USA non avrebbero alcuna personalità, ma anche del fatto che l’Europa si è lasciata allegramemte surclassare dalla sua creatura. Un furto travestito da celebrazione, insomma.

La spirale del Guggenheim invece era chiusa per allestire una mostra su Alberto Burri. Alberto Burri. Sì ok, è italiano. Per carità. Ma Alberto Burri. La spirale del Guggenheim. Alberto Burri. Ma porca puttana.

E la musica?  Gli USA sono la patria del jazz, per esempio. Ma occhio al Blue Note. Perché qui c’è quello vero, mica quello imbruttito lombardo. Meglio documentarsi prima sul gruppo della serata: quello che abbiamo visto noi ha atteso coscienziosamente 43 minuti per cominciare a suonare musica (quella cosa che di solito ha un ritmo e una melodia, no?). Prima, solo strombazzate sfiatate, gomitate sulla tastiera e note a caso. Non ho mai visto quattro persone così impegnate a non produrre nulla di neanche vagamente godibile. Un giapponese in mezzo al pubblico non ce l’ha fatta e si è addormentato, poverino. (E comunque il Mai Tai a Isola lo fanno più buono.)

Alti e bassi, insomma: una sera ci siamo dovuti sorbire “Pappà l’Americano” durante l’aperitivo di fine giornata, e addirittura un incredibile Biagio Antonacci mentre aspettavamo il treno per Boston alla Penn Station. Ma vedere gli americani che canticchiano la loro musica è bellissimo: per noi sono frasi d’importazione, per loro sono parole vive, quotidiane. Mentre finivamo di bere l’ultimo cocktail dell’ultima serata “Mo Money Mo Problems” di Notorius B.I.G. era semplicemente perfetta; e lo dice uno che i rapper li prenderebbe tutti a sprangate sulle rotule, dove fa più male.

Alla fine ho comprato il libro di Humans Of New York. Volevo leggerlo in treno, in viaggio verso Boston, e però mi sono addormentato.

Boston.

Ma che carina Boston! Lontana dal caos machista di New York, se ne sta acquattata sull’oceano con le sue università e le sue ostriche, rilassata e calma. Sarà perché è stata la città da cui è partita la rivoluzione con il famoso Tea Party, e quindi è forse l’unica grande città ad aver conservato la sua originale fisionomia europea. In effetti quando ho protestato perché un tizio mi stava mettendo sotto con la macchina lui mi ha fatto amichevolmente il gesto della decapitazione con la mano, e insomma mi sono sentito subito a casa.

A Boston si fanno i frustoni, comunque. La prima sera andando a cena siamo passati per il parco e c’era una smella di erba che pareva di essere in via Zamboni il Primo Maggio.

Quando nei film americani fanno vedere il fumo che esce dai tombini uno pensa che succede solo a Gotham City nel rifugio di Pinguino, invece succede veramente. Persino a Boston. Ma cosa sarà quel fumo? Non sono sicuro di volerlo sapere.

La conferenza.

La conferenza della Direct Marketing Association, finalmente; che poi era il motivo effettivo del viaggio. Nell’entusiasmo dei preparativi, ci eravamo dimenticati di portare i biglietti da visita. Domanda legittima: servono davvero, nell’epoca di LinkedIn? Secondo me no, ma nel dubbio il mio art ha escogitato una mossa semplice ma geniale qualora ce li avessero chiesti: dire che li avevamo già finiti. Inutile dire che ha funzionato alla grande. Ma quanto siamo stati disruptive, eh? Quanto?

Il problema reale, in una fiera sul direct marketing, è che il 90% degli espositori non hanno praticamente nulla da mostrare, perché sviluppano piattaforme per collezionare e intersecare informazioni (i famosi big data). Servizi applicati ai servizi: il livello di astrazione è semplicemente troppo alto per poter realizzare una demo sufficientemente avvincente. Per questo motivo puntano tutto sui gadget, il più delle volte terribilmente scemi e totalmente scollegati dal brand. Il format è: saluti di circostanza, scansione del qrcode sul badge (sì amici, il qrcode è vivo e lotta insieme a noi), carriole di gadget. In pratica ti estorcono i dati personali in cambio di un oggetto stupido ma GRATIS. Tanta roba: i più banali hanno delle stupide penne (per carità, prese anche quelle), i più geniali regalano emozioni vere. Nella mia personale top 3 si sono collocati:
– Grattaschiena in plastica bianco, quello con la manina per intenderci;
– Mega impianto di hockey balilla con tanto di musichette a tutto volume nello stand delle poste canadesi;
– Scimmia volante, che si carica con un elastico nelle zampe a mo’ di fionda e si lancia a tutta forza.
Per quella che è la mia visione del mondo e della vita, la scimmia volante è valsa da sola l’intera settimana di viaggio negli USA.

Cosa non si fa per avere un gadget, comunque: sorbirsi un quarto d’ora di presentazione di una piattaforma di data analytics per avere un elefantino di peluche, oppure scolarsi un Moscow Mule alle tre di pomeriggio per avere una (ambitissima) tazza di Adobe.

Quando dicevo che eravamo italiani, comunque, facevano sempre una faccia stupita, come se avessi detto che tutti i giorni a colazione inzuppo la pancetta nel Nesquik. Neanche gli avessi detto che avevo aperto un’agenzia su Kepler 452-b ed ero in cerca di partner per fare new business. E così quando gli abbiamo detto che eravamo italiani, il tizio delle poste canadesi ha spalancato il suo miglior sorriso e ci ha detto “Bonjour!”. Uomo di mondo. C’era una sola cosa da fare: lavare l’onta battendo il Canada 4-3 a Hockey Balilla. Bonjour un cazzo.

In ogni caso, mi sono riconfermato Gran Maestro del Buffet. In particolare grazie alla celebre tecnica della “terza mano”, da me ideata e perfezionata, con cui riuscivo a mangiare un miniburger tenendo saldamente il bicchiere di prosecco mentre afferravo al volo una tartina. Devo proprio decidermi a fare quel videotutorial su YouTube, sono ormai in troppi a chiedermelo.

Quelli del marketing comunque sono proprio un’altra specie rispetto a noi creativi. A loro la cerimonia degli Award neanche interessa, motivo per cui l’hanno messa la penultima sera per evitare che andasse mezza deserta. Mi spiegava un delegato italiano che nessuno lì ha voglia di perdere una notte in più di albergo solo per vedere un premio. Chissà oh, magari hanno ragione loro.

Gli insegnamenti.

Cos’è il rischio? Possedere una sola giacca e ordinare comunque la zuppa di frutti di mare. È andata bene.
Cos’è la sicurezza? Portarsi di propria iniziativa una borsa alla convention per raccogliere tutti i gadget e le brochure. Poi finisce che nel welcome kit è incluso uno zaino e devi passare tutta la giornata con una borsa di troppo.
Qual è la morale? Che inseguire la sicurezza può essere più controproducente che accogliere il rischio.

I guru del marketing americani presentano sempre dei modelli di analisi della società e del mercato contemporanei basati su quattro o cinque parole chiave. Possiamo distinguere tre categorie di guru. Quelli scarsini mettono delle parole e basta; quelli bravi trovano tutte parole con la stessa iniziale e ti presentano “Le 5 M per capire i Millennials” (tutta colpa delle 4 P del Marketing Mix di Philip Kotler), con la costante che almeno una delle parole non c’entra un cazzo e sta lì solo perché ha l’iniziale giusta; i fuoriclasse sono quelli che trovano parole che ne costruiscono un’altra di senso compiuto, e qui la costante di parole scelte a cazzo solo per completare l’acrostico di solito raggiunge il 50%. Il tratto comune a TUTTI i guru è che entro 2 minuti e 31 secondi dall’inizio del seminario pronunceranno la parola “challenge”. Non si scappa.

Interessante il seminario “7 human behavior hacks that increase engagement and response”. Ma interessante in modo sinistro, naturalmente. Personalmente lo avrei intitolato, per restare fedele agli stilemi del direct marketing più militante, “7 cose che i consumatori non ti hanno mai detto che non sapevano di non voler farti sapere”. Si parlava di cose tipo la comunicazione dei numeri, offrire sempre più alternative per non far sentire l’acquirente costretto; oppure inserire i centesimi quando si parla di risparmi per far sembrare la cifra più grande, non inserirli quando invece si parla di prezzi per il motivo opposto; oppure ancora sfruttare l’avversione al rischio. Uno dei libri migliori che abbia mai letto si intitola “L’arte di pensare chiaro”: è scritto da un broker svizzero ed esplora tutte le falle logiche insite nel ragionamento umano. Perché il problema reale non è certo capire perché hai cliccato su quel banner invece che su quell’altro. Il problema reale è capire perché quel sabato pomeriggio hai annullato qualsiasi impegno e sei salito di corsa su quel treno per passare tre ore contate con quella persona così speciale eppure così inaccessibile, anche se razionalmente sapevi benissimo che era uno sbaglio. Ma era davvero uno sbaglio? Questo nel seminario non lo spiegavano.

Inquietante anche il seminario di Jon Iwata, il nippoamericano vicepresidente di IBM. Ha parlato di Watson, il megacomputer che ha sconfitto il campione del telequiz Jeopardy. Ma perché, dio bòno? Eravamo quelli eleganti del duello Kasparov-Deep Blue, ci siamo distratti un attimo e vai con la trashata in prima serata condotta dall’Enrico Papi statunitense. Perché dobbiamo sempre rendere tutto pop? Si chiama intelligenza artificiale proprio per evitare che gli stupidi possano capirla, no?

E i Millennials? Vuoi non parlare dei Millennials? C’era uno che diceva che lavorano meglio perché scrivono tutto col pennarello su dei grossi fogli che tengono appesi al muro. Il fatto mannaggia è che io proprio detesto scrivere, è più forte di me. Bella comunque la citazione del pilota Mario Andretti: “Se hai tutto sotto controllo, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce.”

Penso siamo tutti d’accordo che il Nasdaq è una delle cose più noiose che esistano (seconda solo a un saggio di Odifreddi sulla non esistenza di Dio). E così il social media manager del Nasdaq ci ha spiegato la loro strategia: usare Snapchat, Periscope e tante emoji per convincere i millennials che non si tratta di un indice di borsa, bensì di una scanzonata banda di innocui cazzoni. L’ho trovato geniale.

Otis Maxwell invece regalava una copia del suo libro “Copywriting that gets results” a chiunque intervenisse durante il suo seminario. Pur di accaparrarmi una delle ultime copie ho sfoderato la mia miglior faccia da culo e gli ho fatto una domanda supercazzola che neanche mi ricordo bene, però avevo una pronuncia veramente impeccabile.

Sempre affascinante sentire Kevin Roberts, comunque: il gorilla di Cadbury l’abbiamo visto tutti 846 volte e la filosofia dei Lovemarks nell’epoca dei big data ormai scricchiola seriamente, ma il fatto che continui a dargli senza apparente fatica un senso ancora pienamente contemporaneo lo conferma senza ombra di dubbio come un fuoriclasse delle presentazioni. Anche perché indossava una camicia con un dragone disegnato sulla schiena, quindi doppia stima.

Mi ricordo la prima volta che lessi Lovemarks, fresco di laurea, sulla veranda della casa al mare nell’ormai lontana estate del 2006: ero giovane e mi sembrava plausibile che si potesse essere buoni senza rinunciare a essere fichi. Ma chissà se ho davvero smesso di pensarlo.

Il workshop conclusivo prevedeva un ospite d’eccezione: John Legend. Mi ha colpito la naturalezza con cui è stato presentato come “musicista e imprenditore”: per loro è perfettamente sensato essere entrambe le cose, in Italia qualcuno si straccerebbe le vesti gridando allo scandalo, perché l’arte non è in vendita. Come se poi la SIAE fosse una fondazione benefica. Bravissimo eh, solo che per fare due pezzi (ma proprio due, eh) ci ha imposto 25 minuti di pippone esistenziale sulla sua gioventù difficile per poi battere cassa per le sue fondazioni. Era dai tempi del dibattito Prodi-Berlusconi per le politiche del 2006 che non mi massacravo gli zebedei in quel modo.

E comunque.

Bella l’America, ma non ci vivrei.

Come dovrebbero essere le gare

Il seguente decalogo è tratto dal libro “The Events Master” di Alfredo Accatino, col suo permesso naturalmente. Fa riferimento in particolare agli eventi, ma il discorso vale per qualsiasi gara.

Da quando l’ho letto (a pagina 22 per la precisione), ho sentito il bisogno di condividerlo. Secondo me dice tutto:

  1. Sviluppo e consegna di un brief scritto, chiaro e ben strutturato sotto il profilo strategico, meglio se trasmesso a voce, con possibilità di approfondire dubbi e temi o porre domande.
  2. Chiara indicazioni di budget, ma anche controllo su eventuali azioni di dumping di uno dei concorrenti.
  3. Invito rivolto a non più di tre o quattro agenzie di pari livello e caratteristiche, che dovrebbero essere informate sull’identità degli altri partecipanti.
  4. Inserimento della voce “progetto creativo” e cessione diritti del formulario.
  5. Condivisione tra tutti i partecipanti di tutte le informazioni successive e dei quesiti emersi in fase di sviluppo della gara.
  6. Assegnazione della gara entro un tempo concordato.
  7. Riconoscimento di un rimborso spese in caso di assegnazione della gara, ma di mancata esecuzione dell’evento
  8. Impegno alla massima riservatezza da parte delle agenzie su tutte le informazioni sensibili delle quali potrebbero venire a conoscenza.
  9. Impegno dell’azienda a non utilizzare idee e spunti creativi o di logistica presentati dalle agenzie che non si fossero viste assegnare la commessa.
  10. La possibilità di potere, una volta vinta la gara, essere confermati automaticamente l’anno successivo sulla medesima tipologia di evento, se il lavoro è stato ben eseguito e ha raggiunto un elevato livello di soddisfazione.

 

Il venditore di formaggini

Skype. Uno di qua, l’altro, anzi gli altri, al di là del mare.
“Ciao!”
“Ciao Luca!”
“Come va?”
“Bene”
“Senti, c’è qui a fianco il capo, facciamo due chiacchiere, ok?”
“Certo”
“Ti faccio parlare subito con lui dai”
“Ok, grazie”
Pausa. Troppo breve.

“Buonasera! Come sta?”
“Buongior…sera! Bene grazie”
“Senti, ti posso dare del tu?”
“Ma sìììììì, certo”
“Senti, Luca mi ha parlato di te…mi ha detto che di te si fida, che sei affidabile, che sei fidato
“Sì”
“Che con te ha già lavorato”
“Sì, collaboriamo da qualche mese”
“Senti, vorrei capire no…cioè…vorrei capire in che modo potresti essere utile all’azienda…come lo misuriamo?
Misuriamo?
“Beh, mi dice Luca che le servono i testi per il sito, e articoli, e Luca mi ha parlato anche di brochure, e…”
Luca, di’ qualcosa di…di…di’ qualcosa di pubblicitario.
“Ehhhhhh ma vedi, il punto è un altro, non so come può essere utile un copywriter! Noi non vendiamo mica formaggini, anche il linguaggio dev’essere diverso”
Sono un venditore di formaggini. “Il carretto passava e quell’uomo gridava formaggi”.
“Diverso”
“Ehhhhhh il linguaggio! Senti, ma tu te ne capisci del nostro settore?”
“Beh, mi documento, studio…anche Pirella, uno dei nostri pubblicitari più importanti, in un suo libro ha raccontato di aver letto manuali per l’infanzia quando doveva fare la campagna per Plasmon…”
Ok, hai fatto il figo, ti sei paragonato a Pirella e il tono era pure da stronzetto. Frega cazzi a lui poi del copywritermestieredarte.
“Ehhhhh Plasmon, sì, formaggini, certo. Senti, ma come la misuriamo la tua utilità?”
Misurare? Utilità?
“Perché a noi non è che serve un copywriter…serve più uno che faccia comunicazione
Il copywriter FA comunicazione, eh
“Vabbe’, sì, senti, vediamo poi eh? Intanto procedete col lavoro con Luca, poi vediamo eh? Vediamo
“Ok, sì, vediamo”
“A presto”
“Arrivederci”.
Arrivederci. Poi vediamo.

[photo credit: Formaggio a Parigi via photopin (license)]

Il presente che vorrei

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a volte ci si immagina cose
che non hanno nulla a che fare
con il proprio prodotto,
con il proprio lavoro,
con le richieste di tutta quella piramide che sovrasta
il tuo piccolo cervello di creativo.

ieri, forse, quando un’azienda
pensava di non poter guadagnare
nulla, con un’idea, la cestinava

oggi, mi piace pensare, che l’azienda
sia grande abbastanza da riconoscere
un valore sociale ai soldi che spende
e decidere di spenderli ugualmente.

sicuramente perché  il guadagno
ci sarà comunque. anche se non sempre
si tratta di soldi.

la comunicazione, il valore di marca,
pretendono oggi un coraggio, una lungimiranza,
una contemporaneità che sono certa non possa
che essere premiata.

e non solo a Cannes.

https://www.youtube.com/watch?v=CfWzeGlaFvI

Splendore e decadenza del soprannome romano.

Dei tanti aspetti che rendono così insopportabilmente impeccabile la romanità, quello del soprannome l’ho sempre ritenuto uno dei più notevoli. Di norma, il soprannome dovrebbe essere per definizione un aggettivo; persino la storia ci ha tramandato sequele di sovrani consacrati all’eternità da un attributo: Carlo il Calvo, Filippo il Buono, Pipino il Breve. Volendo svariare un po’, troviamo un Riccardo Cuor di Leone o un Giovanni Senza Terra, ma sono comunque epiteti assimilabili a un classico Achille Piè Veloce: una qualità comunemente riconosciuta, ma non assegnata ad personam.

A Roma no. A Roma è tutto diverso. A Roma è tutto più grande. A Roma, il soprannome è per definizione un sostantivo. Un sostantivo per giunta preceduto dal fondamentale articolo “Er”: in questo modo la qualità non è più solo attribuita in concessione, ma viene assolutizzata. Chi riceve il soprannome ne diventa il detentore esclusivo, l’unico interprete riconosciuto, autorizzato e accreditato. Il massimo e più autorevole esponente.

Esempio. Un vecchio ragioniere amico di famiglia, affabile e cordialissimo ma noto per la propria proverbiale lentezza operativa, è ormai comunemente identificato come Er Moviola. Capite la potenza? La grandezza? L’incisività? A Lumezzane o a Porto Sant’Elpidio sarebbe stato semplicemente il Lento. Ma lui non è il Lento. Lui è Er Moviola.

Altro esempio. Un mio carissimo amico, chitarrista sopraffino, ama talvolta definirsi Er Metafora: ciò deriva dal fatto che quando racconta fatti insoliti o divertenti dispone di un talento sontuoso nell’arricchire la narrazione con similitudini complesse ed elaborate ma nondimeno sempre pregnanti ed efficaci. Una volta ci raccontava accorato di due amici che malgrado gli sforzi faticavano a lavorare insieme a causa del carattere molto diverso, flessibile a accomodante l’uno, pignolo e maniacale il secondo: “Considera che Tizio fosse per lui risolverebbe il conflitto israelo-palestinese in dieci minuti; Caio invece lascerebbe il foglio con le istruzioni pure alla donna delle pulizie.” Insomma, è proprio vero che ventisette parole valgono più di mille parole.

Ma come si sono evoluti i soprannomi romani negli anni? Ricordo che una decina di anni fa, in pieno boom Costantino&Daniele, incontrai sul treno Roma-Lido (com’è noto, tra i principali ritrovi dell’intellighenzia letteraria capitolina), due simpatici coattelli abbigliati in stile “Troppo belli”: jeans strappicchiati, sneakers, t-shirt pseudofashion, giacchetta yeah.

(…che poi, ora che ci penso, è all’incirca il modo in cui vado io in ufficio oggi, ma vabbè, questo sarebbe un altro discorso.)

La loro fu una conversazione leggendaria che serbo scolpita nell’ipotalamo assieme alle altre sequenze indispensabili per la mia sopravvivenza emotiva, come il codice fiscale, la serie di Fibonacci, la tracklist di The Dark Side Of The Moon e la lista dei rigoristi di Italia-Francia. In pratica due sere prima c’era stata questa clamorosa, incredibile rimpatriata dei vecchi tempi, e si era organizzata una bella partita di calcetto come si conviene per celebrare al meglio l’evento.

Erano venuti proprio tutti, ma tutti tutti eh: Er Crepa, Er Tacca, Er Frappa, Er Mefisto; e insomma, credeteci o no, a fine serata li aveva raggiunti pure Er Mezza Fella. Sì, proprio lui! La serata, e il racconto, erano poi proseguiti con la narrazione delle spassosissime peripezie der Mefisto ad Amsterdam: dopo due giorni aveva già finito i soldi e si arrangiava dormendo per strada e scippando le vecchie. Che matto!

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Un’immagine di repertorio del Frappa.

Va detto che dopo dieci anni ancora non c’è unanimità sul significato preciso di tutti i soprannomi, malgrado abbia interpellato, in momenti diversi, esperti provenienti da diversi municipi, e financo dai comuni limitrofi. Sul Frappa c’è poco da dire, ovviamente: era sicuramente uno col naso grosso (ovvero “la nasca” o appunto “la frappa”); sul Crepa la teoria ormai comunemente accettata è che fosse uno dedito a piccole ruberie veniali, o magari uno che non restituiva i soldi ricevuti in prestito (uno che appunto “si crepava” la roba); Er Mefisto è stato identificato da molti antropologi come uno che stava a rota colle miccette (Mefisto è una marca nota di petardi economici), ma una corrente minoritaria ipotizza che potesse essere provvisto di un talento notevole e apprezzato nell’arte della flatulenza; chiaro il significato di Mezza Fella (il nome volgare della “mezza piotta”, ossia della banconota da cinquanta euro), ma non il perché caratterizzasse il suo detentore: forse un riferimento a un prestito in qualche modo passato alla storia, oppure il ricordo di un ingente acquisto di fumo? Infine, piena e totale oscurità sul Tacca: forse qualcuno che amava tenere il conto delle proprie copule sull’armadio? Nessuno lo sa con certezza. *
Di sicuro, senza neppure averla vista, la compagnia si presentava comunque variegata, intrigante, a suo modo pacatamente gagliarda.

Un mesetto fa invece tornavo da un caffè con un’amica (cioè, non era esattamente un’amica ma anche questo sarebbe un altro discorso…) ed ero per mia sfortuna su un autobus, con questi due gruppetti di ragazzini tra medie e inizio liceo. In mezzo, due ragazze più o meno carine, e tanto basta per scatenare il classico contrappunto protomachista a base di “Mbè, che cazzo te guardi?”, oltremodo spassoso vista l’età e la statura dei contendenti. A un certo punto uno del gruppetto di coda si alza ed avanza traballante verso il centro, con fare secondo lui spavaldo, incitato dai suoi drughi: “Boooo, Er Bestia s’è incazzato!”. Lo chiamavano proprio così: Er Bestia. Piccolo particolare però: Er Bestia era un cazzettino alto sì e no un metro e quarantatré, stabile come lo stipendio della stagista di un call center e robusto come l’erezione del decano della Corte Costituzionale. Poteva bastare una pacca sulla spalla un po’ troppo convinta per mandarlo in rianimazione. Eppure per i suoi amici lui era Er Bestia.

Di chi è la responsabilità di una denominazione così rovinosamente overpromising, come diciamo noi pubblicitari? Di Romanzo Criminale, ovvio. Non può essere diversamente se nell’ultimo lustro il soprannome romano si è incattivito e intrucidito in modo sistematico, perdendo però tragicamente di credibilità. Siamo passati dalla sorniona faciloneria der Crepa, bono e caro anche se poi magari te dà la sòla, alla ridicola isteria der Bestia, il campione cittadino dell’autosopravvalutazione. E allora mi chiedo: è questa la città che vogliamo lasciare ai giovani? Sono questi i soprannomi che vogliamo consegnare ai nostri figli? Perché se le cose rimangono così, e lo dico a malincuore, io a Roma non ci torno.

* Le ricerche si sono improvvisamente ridestate proprio grazie a questo post. Condivido qui per pienezza informativa il prezioso contributo tempestivamente inviato dal Prof. Alessandro Zuccherofino: Il problema qui è che i soprannomi romani dipendono tanto da momenti “storici”, in cui commetti qualcosa per cui sarai bollato a vita da un determinato gruppo di amici, che da tue caratteristiche ontologiche. Al che, il famigerato “Tacca” potrebbe essere sia uno a cui il cellulare non prende mai (le tacche a Roma sono le barre che indicano la qualità della linea ricevuta dal cellulare) oppure un tizio parsimonioso che a forza di essere definito taccagno diviene “Er Tacca”. Non possiamo inoltre escludere il fatto che facesse semplicemente Tacca di cognome. Senza la spiegazione degli amici, è veramente impossibile da capire.”

Generatore automatico per titoli di volantini

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È il caso di dire “ERA ORA!”. Finalmente online uno strumento indispensabile per tutti i copywriter a cui periodicamente tocca la patata bollente: il titolo del maledetto volantino della catena di elettornica, bricolage e articoli per la casa di turno.

Hai bisogno di un titolo “catchy”, “smart”, “engaging” ma soprattutto IMPATTANTE? Clicca su “genera un nuovo titolo” e il generatore lavorerà per te!

Mercedes in gara.

Quando ancora doveva scoppiare il caso del business game, Mercedes-Benz pare facesse già le prove generali, ma con gli utenti. Scherzi a parte, è uscita oggi la case history di Formula Tweet, un progetto del Gruppo Roncaglia, l’agenzia digital uscente di Mercedes-Benz. Occhio, uscente non significa che è già uscita: sono in gara con altre, nel famigerato business game. Chissà chi taglierà il traguardo.

Credits:

Arturo Vittorioso, Creative Director
Arnaldo Funaro, Creative Director
Carla Leveratto, Creative Director
Elisa Caracciolo, Copywriter Supervisor
Simone Rossini, Art Director
Gianluca Di Bacco, Art Director
Francesco Necco, Web designer
Elisa Lucaccini, Video maker
Serena Giovinazzo, Social Media Manager
Chiara Silvestri, Social Media Manager
Aureliano Verità, Social Media Manager
Valentina Vinci, Social Media Manager
Simone Tricarico, Web developer
Andrea Camusi, Web developer
Gianluca Ugolin, Web developer
Lorenzo Lorato, Client Service Director
Fabio Belfiori, Account Supervisor
Paola Langella, Account senior

Consigli per i consigli per gli acquisti.

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Il sindaco Marino ha deciso di vietare a Roma affissioni che espongono il corpo della donna, infilandosi nella lunga schiera di chi pensa che basti una legge per impedire le cose sbagliate.
Che la pubblicità faccia persuasione, senza peraltro riuscirci, è un fatto; ciò non significa che debba farlo con cattive intenzioni. Pubblicizzare un prodotto comunicandone al meglio i benefici per il pubblico, non è di per sé una cosa sbagliata. Da quelle vendite dipendono posti di lavoro da una parte e il benessere di un cittadino dall’altra.
Diverso è quando la pubblicità – e qui entriamo nella gran parte della comunicazione nazionale – dice male ciò che vuole dire, cercando di persuadere le persone con messaggi martellanti, dannosi, falsi o addirittura inutili: messaggi, sia chiaro, spesso voluti dalla marca stessa e ai quali le agenzie pur di guadagnare (sempre meno) si piegano ormai senza fiatare.
È così, per esempio, che ci troviamo di fronte a campagne che sminuiscono la donna quando si parla di assorbenti: “Quei giorni lì io non riesco a far bene la ruota in palestra”.
Oppure: “Io lo disegno come un palloncino tutto rosso” e giù risate tra amiche.
Conosco donne che il primo di quei giorni lì non possono neanche alzarsi dal letto dai dolori e ciò nonostante vanno a lavorare, si prendono cura di case, figli e mariti che invece al primo starnuto fanno testamento tra i lamenti.

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