Schermata 2014-09-14 a 16.09.36Difendo Apple.

Un grande brand trova sempre le parole giuste.

“Molto più che più grande”: si apre così la presentazione del nuovo iPhone6. Cinque parole cui è stato affidato il compito di introdurre nella provincia mediatica italiana l’ultima versione del device più desiderato. Un’headline accolta in rete con commenti al vetriolo. Niente di cui stupirsi. I social favoriscono la critica a oltranza; la fame di like è un propellente formidabile per il motore dell’invettiva. Prima o dopo un giro sulla macchina dell’esecrazione lo facciamo tutti: chi sceglie di dare al proprio io una dimensione digitale condivisa sa che fa parte del gioco.

Non sono tra coloro che si sono schierati contro quei ventuno caratteri Myriad (sì, ho contato anche il punto). A mio parere non ci sono altri modi per dire nella nostra lingua che le caratteristiche innovative della sesta generazione iPhone non si limitano all’aumentata ampiezza del display. Certo, “Bigger than bigger”, l’head che accompagna il lancio nei paesi anglofoni, asfalta la versione italiana, ma rilevarlo non ha senso perché la lingua di Shakespeare e Bernbach permette di attribuire alla frase sfumature semantiche che nell’idioma di Dante e Pirella, facendo una traduzione letterale, andrebbero volatilizzate. “Più grande di più grande”, al netto della forma infelice, circoscriverebbe il significato alle dimensioni del prodotto, mentre Apple intende comunicare che il suo ultimo smartphone, oltre a essere più grande, ha molto di più.

Ovvio, “Molto più che più grande” è appesantita dal doppio avverbio, ma bisogna considerare che la ridondanza fa parte dell’espressività a volte sovraccarica che è legittimo attendersi dal linguaggio pubblicitario, altrimenti per persuadere il consumatore basterebbe dire “Compra!”. Dirò di più: secondo me chi ha ricevuto l’incarico di tradurre in italiano la comunicazione di iPhone6 ha voluto rispettare anche un principio di simmetria. Frase simmetrica “bigger than bigger”, frase simmetrica “Molto più che più grande”, con la congiunzione a fare da “asse fonetico”: basta contare le sillabe.

Poca creatività, qualcuno ha osservato. Può starci, ma si tenga presente che la formulazione in inglese, semplice e chiara, esige un adattamento in italiano altrettanto limpido. E non è che con la mela di Jobs puoi fare quello che ti pare. Sotto c’è l’invito a pensare diverso, ma se lavori per i ragazzi di Cupertino, giustamente, devi fare uguale a come ti dicono. Certo, “Molto più che più grande” è una frase a ostacoli, le manca lo slancio fluido dei cento metri. Non suona bene insomma. Anche i volti dei ritratti cubisti però sono pieni di spigoli: è una scelta stilistica. E comunque, visti i presupposti, le limitazioni e le esigenze comunicative ineludibili credo si possa andare oltre. Per quanto mi riguarda scelgo di mettere momentaneamente da parte l’eufonia e accogliere l’iPhonia. È anche un modo per rispettare il lavoro altrui.

 

 

Fonte immagine: www.apple.com/it/

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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