il paradiso delle parole

Sono giorni che mi chiedo dove vanno a finire. Compaiono nebulose al mattino, subito dopo il rumore della sveglia. Si affacciano nel bicchiere quando hai appena preso coscienza del cosmo. E ti seguono nei mille gesti che occupano le mani in altre piccole e laconiche faccende.

Si zittiscono per pudore e muto richiamo quando inizia la fatica di ogni giorno. Quel lento incedere del pensiero che cerca sempre un varco tra le carte, quel fare che diventa essere pur essendo vapore d’idea, quell’incedere da equilibrista che nasconde il sudore dell’impresa. Stanno lì inesplorate, volutamente in disparte. Come chi non vuole mischiarsi con un mondo estraneo che pur gli appartiene. Forse fin troppo.

Tornano nelle pause ma sempre a passo leggero, senza far rumore. Le cogli di sfuggita senza dargli seguito, senza prestare attenzione. Dimenticando con consapevolezza quel momento che non avrà più memoria. Poi l’assalto al ritorno a casa, sotto il sole tiepido, nelle pieghe del libro non finito, nelle dita incrociate, nella scorta di idee incompiute. Si mangiano le unghie, si torcono i capelli.

Sono attesa pura e pura impazienza.

Fino a quando gli occhi si richiudono, rintanandole con le altre, nel mucchio di quelle che ci sono già passate. E quando, per puro caso, ricordi di averle viste lì e provi a rimetterle in ordine, sembrano sparite improvvisamente. Senza mai esserlo del tutto.

E allora lo chiedo a voi, che siete più bravi di me: dove finiscono tutte le parole che, chi scrive per mestiere, non ha il tempo di fermare? Quelle forse inutili al dovere ma che nascono per qualche intima ragione insoluta.
Dove finiscono le parole che parlano di noi e che noi ripudiamo per parlare d’altro?

Perché se esiste un paradiso delle parole perdute, come quello dei calzini spaiati, è lì che voglio andare in vacanza.

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Vicky Iovinella

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