Lo “storytelling” poteva e potrebbe essere diverso…

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Sono nata nel 1977, esattamente l’anno in cui è finito Carosello, quindi tutti i caroselli che ho visto li ho visti dopo. Me li ha raccontati e recitati mia madre, li ho visti quando venivano riproposti sulla Rai e alla fine li ho rivisti su YouTube. Erano film fatti talmente bene che avevano, e hanno tuttora, il potere di coinvolgere il pubblico.

È normale quindi che dall’esperimento di Carosello Reloaded i nostalgici e gli affezionati si aspettassero lo stesso coinvolgimento. In mente probabilmente avevamo storie originali, divertenti, che parlassero del marchio di turno in modo leggero. Sicuramente quello che nessuno si aspettava erano pochi minuti di normalissimi spot pubblicitari solo un po’ più lunghi del solito.

Insomma, che cosa volevamo? Attori famosi che recitano in “scenette” per pubblicizzare un prodotto, per restare fedeli alla formula degli anni ’60 e ’70? Ma non sarebbe stato un ridicolo anacronismo? Inoltre siamo così assuefatti all’uso smodato e indiscriminato del testimonial che forse non avremmo nemmeno colto la differenza con i normali spot pubblicitari. E in più ci sarebbe sembrato molto fastidioso, oltre che ridicolo. Così, tra le varie critiche, l’esperimento Carosello Reloaded in tv è finito, o meglio, io non l’ho più visto.

Almeno fino a pochi giorni fa, al cinema, nell’interminabile mezz’ora di trailer e pubblicità prima dell’inizio del film. La formula è identica a quella della tv solo che gli spot sono intervallati da una miniserie dal titolo “Genitori, istruzioni per l’uso”. Si tratta di brevissimi episodi fini a se stessi che non pubblicizzano nulla, ma propongono solo gag, scene di vita tra genitori e figli in chiave ironica. Carini, ma mi sono chiesta “Perché?! Che senso ha quest’operazione? Sono così divertenti da condividerli in rete?…” Lo stile è simile a quello delle sitcom televisive, in forma molto abbreviata. Ma funziona? E soprattutto a che porta? Per chi e per cosa dovrebbe funzionare?

Sono le stesse domande che mi sono posta negli ultimi 3 anni, ogni volta che io stessa ho dovuto scrivere gli episodi delle webserie a cui lavoravo. Magari fanno sorridere, ma funzioneranno? Le webserie “normali” che piacciono, piacciono perché fanno ridere, perché ci si identifica, perché hanno quel guizzo di genialità, come l’ormai celebre Lost in Google dei The JackaL.

Fare webserie per i brand è ancora più difficile, per il senso di fastidio e di presa in giro che può provare il pubblico da un lato, e dall’altro perché il brand tende a essere troppo “invadente”, leggi “Ma il marchio si vede bene?! Quante volte verrà nominato?” e così via. Tuttavia la webserie, se scritta e giocata bene, potrebbe essere la strada giusta per l’evoluzione del buon vecchio Carosello. Qualcuno in rete ha usato il termine “Caroselling”, in modo dispregiativo, riferendosi all’esperimento di Carosello Reloaded. Io invece lo prendo in prestito perché lo trovo molto più simpatico di “storytelling” di cui tutti oggi si riempiono troppo la bocca.

Una delle mie prime esperienze nella scrittura di webserie fu per la distribuzione automatica Lavazza, giusto per citare un marchio storicamente legato al Carosello. I tipici esemplari della fauna da ufficio interagivano tra loro, creando situazioni divertenti. Il brand è sullo sfondo, l’azione è concentrata sui personaggi e sulla situazione:

Ma la vera svolta nel “Caroselling” l’ho vista negli ultimi giorni con il lavoro che hanno fatto sempre i JackaL per il brand di abbigliamento Alcott. Quelli che seguono sono due video divertenti, il brand è perfettamente integrato nella storia (è ovvio che sia lì) e partecipa senza eccedere. Ma soprattutto non li condividereste sui vostri canali social volentieri, senza pensare che si tratta della “vile pubblicità”?

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About The Author

Daniela Montieri

Lavoro da Roma per clienti e agenzie che sono ovunque fuorché a Roma, il che è comodissimo, soprattutto per Trenitalia. Mi esprimo “in modo strano”, almeno a detta di amici, cosa che però è un vantaggio sul lavoro. Adoro scrivere testi comici, cosa che invece non sempre è un vantaggio sul lavoro. Ho lavorato e lavoro per Expedia, UPS, Lavazza, Q8 Italia, Marcopolo Expert, Banca Popolare di Bari, Alpitour, ING Group, Technogym, Johnson&Johnson, sforzandomi di rimanere seria. Sono la moglie di un mago e mamma felice di due blog e un bellissimo bimbo.

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