L’Oscar di Sorrentino, ovvero chi diffida del suo successo e non vorrebbe che festeggiasse alla guida di una 500.

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“Fiat 500. La piccola grande bellezza”. Recita queste parole Paolo Sorrentino nello spot di una delle icone automobilistiche italiane. E dice il vero. L’auto è bella, un’utilitaria che manda in cambusa a pelare patate non poche ammiraglie. Oltre duemila anni di mani e menti peninsulari capaci di ridefinire ciclicamente i princìpi della creatività a qualcosa sono serviti. Da alcuni la Fiat ha ripreso a fare auto come si deve. E a comunicarle come si deve: se ho comprato una Fiat è anche perché la brochure del modello che ho scelto presenta argomenti convincenti; non è fuori luogo dirlo in un blog di persone che scrivono per la pubblicità.

Che il protagonista della pubblicità della 500 sia un talento del cinema fresco di statuetta non è un dettaglio. La sua ultima pellicola, La grande bellezza, premiata dapprima con il Golden Globe e poi con l’Oscar, entrambi assegnati al miglior film straniero, dimostra che il nostro paese quando vuole riesce a riesumare qualcosa del Michelangelo sepolto in esso. Il fatto che per me sia irritante essere apprezzati dal mondo solo quando rappresentiamo masochisticamente la nostra decadenza non conta; e non conta nemmeno il fatto che in chiusura il film si dilunghi inutilmente sulla caricatura di una finta santa. Resta un’impresa cinematografica di grande spessore estetico e tagliente potenza onirica. Un’opera necessaria, un antidoto contro il proliferare di mattoni di celluloide che raccontano di coppie in crisi e nevrosi di provincia.

Lo spot con Sorrentino come testimonial, celebrazione di Fiat 500 attraverso quella del suo film, mi piace. Proprio perché è una celebrazione. In Italia infatti si perdona tutto eccetto il successo. Si perdona chi ti uccide un congiunto perché te lo chiede un giornalista in tv. Si perdona la frode perché siamo quelli dell’arte di arrangiarsi. Si perdona chi legifera per se stesso perché sorride. Si perdonano ai mafiosi le balle vendute allo stato per comprarsi la chiave delle manette. Si perdonano i terroristi perché usano il congiuntivo. Si perdona chi sevizia i pensionati per derubarli perché avere la villetta è considerato un reato sociale.

In Italia il successo conseguito facendo anziché elucubrando spaventa. Le idee, la capacità, l’intraprendenza virtuosa e non parolaia vanno boicottate. Se quindi vinci l’Oscar e per di più lo vai a festeggiare in 500, la controinformazione sgomma all’inseguimento con il portabagagli carico di teorie su complotti e connivenze. Si chiamano in causa i poteri forti. L’Oscar era già stato assegnato al film di Paolo Sorrentino prima della premiazione. “Qualcuno”, là nelle stanze dove si trama nell’ombra, ha voluto che a vincere il riconoscimento d’oro fosse proprio La grande bellezza. La Fiat, in combutta con l’emittente che ha messo in onda la prima televisiva della pellicola, aveva già architettato tutto. Scatta la delegittimazione. Il popolo social che appena può grida “buuu” addita il regista. L’autore de Il divo diventa egli stesso quel divo oscuro.

Niente di nuovo comunque. Queste chiacchiere non sono altro che lo scoppiettio a due tempi della Trabant che tanti anni fa è stata parcheggiata dentro di noi. Al volante c’è l’idea che si debba essere tutti egualitariamente mediocri. Forse proprio quello che i veri poteri forti vorrebbero.

http://www.youtube.com/watch?v=S0YOl98OgHk

Fonte immagine: ilvelino.it

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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