Giornata più interessante. Si comincia con la Crispin Porter + Bogusky, che per illustrare il suo metodo creativo cita addirittura “Think Small” e poi rispolvera il celebre “Whopper Sacrifice”.

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L’idea creativa, secondo il loro modello, giace nell’intersezione tra la verità del brand e la verità del consumatore, probabilmente un modo meno criptico per definire l’insight.

Ci sono temi che ritornano più volte durante la giornata: Donald Draper, citato almeno tre volte per sottolineare la necessità di non accettare compromessi (compresa la scena memorabile in cui caccia i clienti dall’agenzia); l’importanza delle emozioni, che detto così pare la solita banalità, e in effetti è difficile dire qualcosa di davvero nuovo sul tema; e naturalmente “The Epic Split”, mostrato in tre presentazioni diverse, compresa quella dell’agenzia che l’ha realizzata, la Forsman & Bodenfors di Stoccolma, che ci tiene a ribadire con orgoglio che non hanno in organico direttori creativi ma solo copywriter e art director, in ossequio probabilmente al modello socialdemocratico scandinavo. E a quanto pare, funziona bene (anche se qualcuno avrà dovuto approvarla, sta campagna).

Nel frattempo, in mezzo alle (pochissime) riviste in omaggio, spunta un bel mazzo di copie del mitico Bill. Che vanno a ruba.

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Il pomeriggio è più visionario. New Moment, agenzia macedone, presenta la case history di un tempio di preghiera multireligioso per favorire l’integrazione culturale ancora complessa nella repubblica balcanica: sul palco salgono un sacerdote ortodosso e un musulmano che pregano contemporaneamente, in un suggestivo incastro di melodie.

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Brandopus, poi, invita a ridurre il rischio di comunicare in modo sbagliato evitando di chiedere pareri ai consumatori: l’assunto, provocatorio ma neanche troppo, è che le persone non dicono quello che pensano, bensì quello che credono di pensare. Il che fa una bella differenza, anche se non risolve troppo il problema.

Finalmente arriva il momento più atteso: 180 Amsterdam ospita il mitico Luis Figo in un dibattito sull’importanza del displacement, il percorso cioè di quei numerosi  creativi, da Joni Ive a Woody Allen, che hanno ottenuto grandi risultati lavorando in paesi diversi dal proprio. Ovviamente, essendo Figo un portoghese che ha giocato per lo più in Spagna e in Italia, il tutto aveva senso. A parte pronosticare Brasile, Spagna e Portogallo come favorite per il mondiale, non è che abbia detto queste grandi cose: ma del resto è uomo di piede, non di parole. Io lo ricorderò sempre per questo gol all’Inghilterra che nella torrida estate del 2000 mi fece fare uno zompo sulla sedia.

Lo confesso: l’ho sempre amato alla follia. Come calciatore, intendo. Classe, potenza, eleganza, fair play: del resto, con un nome così…

Finita la presentazione l’ho atteso mezzora speranzoso nel foyer per un autografo, ma non si è fatto vedere. E vabbè, sti cazzi.

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Dopo le aragoste nel braccio della morte e il cane perculato, l’animale di oggi è il gorilla batterista della scenografia: assieme alla sua amica donna lampadina che si trucca, sembra il modo perfetto per confermare che nessuno in questo momento sembra avere un’idea chiara di cosa sta succedendo nel mondo della comunicazione; che è il concetto con cui si chiudono due presentazioni su tre.

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Roberto Ottolino

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