eurobestiario
Poter ascoltare delle persone intelligenti è diventato un evento così raro di questi tempi che spesso si è disposti anche a pagare per farlo. Questo è il motivo per cui, da tre anni mi organizzo per andare all’Eurobest, l’unico evento di un certo livello del settore a cui il mio conto corrente mi autorizza a prendere parte (aiutato anche dall’illusorio senso di ricchezza che sto sperimentando in questi giorni poiché in tre settimane mi hanno finalmente pagato sei mesi di lavori).

Curiosamente, da tre anni a questa parte il festival si è stabilito a Lisbona, che è oggettivamente l’ultima città che chiunque prenderebbe in considerazione per un evento del genere: grossomodo, organizzare un festival di advertising a Lisbona corrisponde a organizzare una festa in maschera a casa di uno che è stato appena lasciato dalla ragazza. Troppo introversa e tormentata per accogliere adeguatamente le effimere velleità pubblicitarie, Lisbona giace da sempre in un angolino in basso a sinistra dell’Europa: come il ragazzino secchione che alla gita delle medie viene relegato nei posti davanti del pullman e si fa tutto il viaggio girato a guardare i compagni che gozzovigliano ai posti in fondo, così Lisbona sembra invidiare sospirando Roma e Barcellona che fanno festini a bordo Mediterraneo, Parigi che si atteggia a gran signora, Londra che è la capitale praticamente di tutto (tranne la cucina, ma dicono che si stia attrezzando).

A ben guardare, la storia di Lisbona è un campionario di sfighe incredibilmente vasto: dal terremoto che nel 1755 rase al suolo le inestimabili vestigia architettoniche dell’epoca d’oro mercantile, all’anacronistico quarantennio di dittatura salazariana che rallentò a dismisura lo sviluppo economico lusitano, al più prosaico suicidio sportivo del 2004, quando una delle più forti nazionali portoghesi di tutti i tempi riuscì a perdere l’Europeo di calcio, davanti al proprio pubblico, nientedimeno che con la Grecia (!). Insomma, questa città sembra avere un contratto a tempo indeterminato con la jella, e non può essere un caso che proprio a Lisbona sia nato e si sia sviluppato l’unico genere musicale interamente dedicato al rodimento di culo: il fado*.

*da Wikipedia: Il nome deriva dal latino fatum (destino) in quanto essa si ispira al tipico sentimento portoghese della saudade e racconta temi di emigrazione, di lontananza, di separazione, dolore, sofferenza.

C’è dunque un nesso tra pubblicità e sfiga? Ci sarebbero ottimi e numerosi motivi per rispondere di sì, ma la realtà è che, più probabilmente, nessun’altra capitale europea permetterebbe di spendere così poco: una cosa del genere a Stoccolma costerebbe il quadruplo. Che dire ancora? Il programma dell’anno scorso resta praticamente insuperabile, con John Hegarty presidente di giuria e David Droga autore del workshop conclusivo. Quest’anno il megapresidente è David Lubars, mentre l’ospite più atteso è il mitico Luis Figo, proprio lui, l’ex fuoriclasse di Barcellona, Real Madrid e Inter, nonché sfortunato capitano della finale del 2004, che sarà protagonista del workshop di 180 Amsterdam: forse il vero momento clou, in cui le due grandi protagoniste, pubblicità e sfiga, si guarderanno finalmente negli occhi. Vi farò sapere.

Ah dimenticavo: le aragoste. Mi hanno tenuto compagnia stasera mentre cenavo, ma suppongo che per quando rientrerò saranno già passate a miglior vita. Sempre per quel discorso della sfiga…

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Roberto Ottolino

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