uso corpo pubblicità

In pubblicità la seduzione è sedazione.

No, non dico che vorrei vedere pubblicizzato un vermouth con una rigida e castigata kore greca del VI sec. a. C., ma scorgere un’alternativa al profluvio di inutile epidermide phtoshoppata che da anni è il linguaggio dominante della comunicazione tricolore. Una grammatica del corpo avvilente, ottusamente asservita a una logora seduttività codificata due-tre decenni or sono, quando l’industria dei media supponeva che in ognuno di noi uomini ci fosse un Jerry Calà pronto a strabuzzare gli occhi per un paio di chiappe abbronzate su una barca in Sardegna.

No, non dico che vorrei vedere pubblicizzato un reggiseno con un frame della celebre performance di Marina Abramović che si fa puntare sul petto un arco teso con la freccia incoccata, ma semplicemente potermi stupire per una creatività che non si riduca alla finta anatomia del desiderio. E non è un’accusa rivolta alla sensualità: le veneri senza veli e tacchi dell’antichità si vestivano di significati, dal più superficiale al più profondo; le veneri veline del presente, tutte con le stesse dentiere e  le tette finte, significano poco.

No, non dico che vorrei trovare in pubblicità ex lanciatrici del martello (e della falce) della fu DDR sfigurate dal testosterone, ma solo imbattermi in qualcosa di diverso dalle solite donne procaci e allusive, una identica all’altra; e soprattutto non vedere più certe grottesche modelle semi-bambine atteggiate da escort, anti-vestali di un immaginario deviato e di un marketing di serie C.

No, non dico di mettere al bando la nudità – non auguro a nessuno di doversi trasformare in un novello Braghettone, pittore soprannominato così perché costretto dal pudore ipocrita della controriforma a dipingere perizomi sulle scultoree anatomie del Giudizio Universale di Michelangelo – ma solo che sarebbe auspicabile un cambiamento di rotta verso un uso diverso del corpo nella réclame, come si diceva una volta. Che non significherebbe trasformare uno spot in un documentario sulla body art e l’Azionismo viennese, ma immaginare che per pubblicizzare i servizi di un operatore internet si possa andare oltre le convessità dell’argentina con la B maiuscola.

No, non dico altro. Solo che tutta questa seduzione produce sedazione. Sempre le stesse immagini, sempre gli stessi toni. Erotismo senza motivo e privo di acume. Narcotizzazione del senso critico. Sonno della ragione che genera mostri di conformismo con cervelli di silicone.

Concludo con un paio di considerazioni sulla pubblicità dei preservativi. Avete notato quanto poco spazio concedono alla seduttività da copione e all’eros vuoto di spirito? E quanto ne lasciano invece all’umorismo e alla non convenzionalità? Insomma, non è paradossale che tocchi proprio a Durex e compagnia insegnarci che la buona comunicazione si fa con la testa, non con il cazzo?

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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