Ragazzi, il momento è solenne e impone lo sviluppo di una coscienza sociale ben articolata. Fa caldo, è ancora estate, se siamo già tornati a lavoro, stiamo comunque pensando ancora al mare. Insomma, la soglia dell’attenzione è alta come Brunetta, non prendiamoci in giro. È in momenti come questo che inizia a covare il germe dell’ignoranza, del rifiuto aprioristico della conoscenza, foraggiato e indotto dalla pigrizia e da condizionatori che con sempre meno dignità e professionalità assolvono ai loro compiti. È per questi motivi che oggi ho deciso di scuotere le nostre coscienze affrontando un tema molto importante: è giunto il momento di analizzare nel dettaglio una pietra miliare degli anni ’80. È giunto il momento di sviscerare tutto ciò che non abbiamo mai osato dire su Rocky 4. Proverò pertanto a condurvi attraverso alcuni passaggi chiave del capolavoro in questione, per scoprirne i significati reconditi e le valenze socio-culturali.

Partiamo dal presupposto che Rocky 4 è, inutile negarlo, la sintesi perfetta del punto di vista americano sulla guerra fredda. Ecco. Non ci sarebbe niente di male in sé e per sé. La propaganda si è sempre fatta, soprattutto in momenti in cui la tensione si taglia col coltello e si usano paroloni, tipo “scudo spaziale”, che fino a quel momento non avremmo pensato di sentire mai, nemmeno in un episodio di He-Man. Il problema sussiste nel momento in cui, per fini propagandistici, si dipinge un’immagine forse un po’ esagerata del fenomeno. Secondo l’americano medio, i russi non vengono mai negli Stati Uniti ma, quando ci vengono, ammazzano il tuo migliore amico, noncuranti del fatto che poco prima James Brown si sia esibito anche per loro. E che cosa sono sti russi? Manco un briciolo di educazione! Oh, alla fine è James Brown, mica Osvaldo e i Belli Dentro! Niente. A Ivan Drago jè parte la ciavatta (mi scuso per il tecnicismo pugilistico) e inizia a menare il povero Apollo finché non lo uccide con un pugno tostissimo. Scoppia la tragedia, che per fortuna fa passare in secondo piano il fatto che nessuno avesse pagato la SIAE per il concerto di James Brown.

È qui che scatta il revanscismo americano, l’orgoglio a stelle e strisce che impone l’immediato ripristino dello status quo. Quindi che si fa? Mandiamo Rocky a combattere contro Drago. Ma sì, mandiamo un tappo, che è dal primo film che annuncia il ritiro, che ha preso una vagonata di pugni da gente del calibro di Mister T e Hulk Hogan, a sfidare una palazzina di muscoli che le uniche parole che sa di inglese sono “ti spiezzo in due” (quindi non esattamente un gioviale compare, a occhio e croce).

E qui subentra la seconda parte della riflessione, che abbandona momentaneamente la contesa politica, per affrontare tematiche più vicine al diritto di famiglia, all’antropologia culturale e alla sociologia dei costumi.

Ora, io capisco perfettamente il desiderio di vendetta, ma cosa vuoi dimostrare andando a combattere in Russia contro un armadio a muro strafatto di steroidi? Ma soprattutto, perché ci vai a combattere la notte di natale? Hai una moglie e un figlio di 7 anni e che fai? Parti per la Russia?

Che poi, anche qui, ci sarebbe da aprire una piccola parentesi: quella Adriana lì te la raccomando! Lei e Rocky litigano poco prima che lui parta perché, in sostanza, lei è costantemente terrorizzata dall’idea di una vita anche solo vagamente interessante. Se non c’è monotonia e anonimato, lei non sta bene. È quel tipo di persona che considera l’uncinetto uno sport estremo.

Ma comunque, non è questo il punto. Lei decide di partire e raggiungere il marito lontano, che tra l’altro è in Russia col cognato (quel bel ragazzo di Paulie, fratello di Adriana). Morale della favola: lasciano un bambino di 7 anni da solo a casa la notte di natale! E soprattutto, se ben ricordate, il bambino guarda l’incontro in tv quella sera, giusto? Ok. Sorvoliamo su quanto disturbato sia quel frugoletto, convinto che urlare al televisore gli permetta di comunicare con il padre. Il problema di base è: un bambino di 7 anni guarda la tv la notte di natale con i suoi amichetti. Ma questi che famiglie hanno? Mandrie di genitori che abbandonano i figli per chissà quali impegni (ok, uno di loro sta difendendo l’onore degli Stati Uniti a suon di cazzotti, ma gli altri, soprattutto se ci basiamo su cultura e intelligenza del buon Balboa e conseguenti affinità elettive, non mi sembra possano essere ministri, presidenti della Corte dei Conti o scienziati termonucleari).

Ed ecco qui che, magicamente, si materializza l’anello di congiunzione tra le due riflessioni.

A pensarci bene, a guardare le cose nel profondo, il quadro appare chiaro: la disgregazione del nucleo familiare e la perdita di valori sono figlie di una pessima coppia di genitori, composta dall’ossessione per la guerra fredda, da un lato, e dal sempreverde edonismo reaganiano, vero trademark degli anni ’80 dello zio Sam, dall’altro.

Insomma, è evidente: Rocky 4 è un film che nasconde al proprio interno un’infinità di registri semantici e chiavi di lettura. Non lasciamoci distrarre dalla sua struggente bellezza, da una fotografia che avrebbe emozionato anche il più severo Duccio Patanè, da una trama capace di riscrivere le regole stilistiche dell’intero genere cinematografico. Alziamo l’asticella, guardiamo oltre l’estetica e permeiamoci di contenuto. Io con questo post ho solo leggermente schiuso una porticina che dà su un universo. Chiedo anche a voi di contribuire con le vostre testimonianze e le vostre analisi su questo innegabile capolavoro di stile e maestria.

Qualcuno ha già iniziato.

 

NB: per una corretta fruizione del testo, suggerisco l’assunzione di molteplici M&M’s (sacchetto giallo). Coadiuvate questa pratica con l’ascolto di Born in the U.S.A. del Boss oppure, per i meno convenzionali, del brano Il Presidente di Dargen D’Amico.

 

 

 

 

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Alessandro Miasi

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