Gli imprenditori-testimonial dal raviolo allo gnocco bollito

Insomma, non siamo mica tutti Fastweb con George, che ha rotto le balle per almeno una decade esigendo privacy attorno alla villa sul Lago di Como manco avesse una piantagione di marijuana nell’orto e ancora quando spiccica due parole in italiano sembra stia tentando di articolare uno slogan con la bocca piena di Bostik. C’è la crisi e allora la pubblicità facciamocela in casa: non serve pagare un personaggio famoso, basta una faccia bella, pulita, che fa tanto garanzia-di-qualità-e-tradizione e dà valore aggiunto al marchio.

La galleria dei faccioni imprenditoriali accampati tra uno spazio pubblicitario e l’altro è sempre più affollata ma, seppure nel marasma, resta impossibile non notare un’evoluzione della specie.

Ma procediamo con ordine. La mia vita da spettatrice pubblicitaria ha visto splendere tre astri dal bagliore più accecante degli altri:

Roberto Carlino

In principio era l’ossessione notturna da intervallo del Maurizio Costanzo Show. Nel corso degli anni ha cambiato al massimo colore di fondotinta: completo, ufficio e slogan hanno resistito alle ingiurie del tempo. Poco da fare per la pelata che non gli ha comunque impedito di girellare sulla sua poltrona con le rotelline, proprio lui che, per antitesi, dall’alba dei tempi vende solide realtà. Negli ultimi anni è stato affiancato da una ragazza (la sua fidanzata? La nipote che sta cercando di spodestarlo? Una modella piantata là ad cazzum per evitare il cambio di canale?) ma è stato tutto inutile: il suo incarnato è lunare e, nonostante la cartellina da segretaria sexy, non riesce a far distogliere lo sguardo dal magnate del settore immobiliare italiano. Uno che venderebbe un appartamento anche ai pastori nomadi della Mongolia.

Francesco Amadori

Bello lui. Non ha bisogno di sparare sofismi, con quell’espressione bonaria (un incrocio tra un pechinese e il vicebrigadiere Bordi della fiction Carabinieri) fa subito nonno di campagna. Quando poi ti dice ridacchiando “parola di Francesco Amadori” – che pare quasi ti stia prendendo per il culo sottintendendo “io non ho mai visto una gallina in vita mia, mi sono solo infilato un pullover osceno e la camicia sotto a quadri per vendere meglio i surgelati”-, cadi subito vittima di una visione stile Giovanna d’Arco, solo che al posto della voce di Dio senti l’orchestra di Raoul Casadei e vorresti entrare nello schermo per mangiarti, che ne so, una bella piadina insieme a lui (probabilmente sto facendo un pout pourri di stereotipi appartenenti a zone diverse dell’Emilia Romagna ma mi perdonerete, non sono della zona). Altra pelata eccellente ma tanto non hai il minimo dubbio sul fatto che sua moglie sia una tipa sprint, alla Orietta Berti, che tra un sopracciglio tatuato e l’altro troverà anche il tempo di passarci la cera d’api per dare lucentezza alla capoccia. Ora che ci penso, per anni ho pensato che Osvaldo – celebre quanto invisibile marito della cantante – avesse le sue sembianze. Non sono mai andata a verificare per non farmi crollare il mito.

Giovanni Rana

Ora attenzione perché questo è un pezzo da novanta (anzi, se continua di questo passo rasentiamo la quintalata). Giovanni Rana è un’istituzione, non si può pensare di separarlo dai suoi tortellini. Ma proprio in senso fisico: provate voi a spiccicarlo dalla spianatoia e dal rasagnolo; secondo me anche di notte veste un pigiama a righe con cucito sopra lu zzinàle (il grembiule, per chi non è umbro). Adesso sono riusciti finalmente a farlo fuori ma resta ad ammonire le ignare atlete che s’ingozzano con i ravioli Gioiaverde con la propria voce fuori campo, come a ribadire che in ogni caso il protagonista indiscusso di ogni spot è sempre lui.

Un uomo che mantiene magistralmente la main promise che incarna: lui si chiama Giovanni Rana e in effetti le fattezze sono quelle di un bel rospone simpatico; fosse un cartone animato avrebbe sicuramente un cilindro e un papillon e suonerebbe musica jazz in uno stagno (una magnifica idea di product placement che potrebbe bene applicarsi a Gli Aristogatti, per esempio, in modo da accaparrarsi un pubblico sempre più ccciòvane).

Canuto ed occhialuto, l’ultimo membro della Triade della Pelata avrà costruito un impero ma non ci pensa nemmeno a mandare avanti qualcuno più aitante, vuole spiegarti lui per filo e per segno come stende la sfoglia, cosa ci va dentro e come questa trattiene bene il sugo e alla fine sei così rimbecillito che riesce a convincerti che i nomi assolutamente banali dei suoi prodotti siano il non plus ultra della scrittura creativa, perché se non altro non mentono (c’è sempre la parola “sfoglia” con un aggettivo vicino).

Poi in un tiepido pomeriggio d’inizio settembre mi esce fuori Fabio Esposito. Che per chi se lo domanda, è lo stilista-testimonial del marchio Coconuda. O meglio, esce fuori ben prima ma fino a quel momento io ho immaginato solo che fosse il modello belloccio ingaggiato da qualche lungimirante responsabile del settore vendite per abbindolare il target che si sorbetta la fascia pomeridiana di Maria De Filippi senza quasi battere ciglio. Invece no, è proprio lui l’imprenditore, lui che si arruola volontario per la promozione sul piccolo schermo di una delle aziende di famiglia.

È dunque questa l’evoluzione del testimonial? Dal fondotinta alla matita sugli occhi, dai ravioli allo gnocco lesso, da coccodè a Coconudina? Questo, infatti, il nome della nuova linea di abbigliamento per bambine. Cosa si sta promettendo alle mamme che acquisteranno quei capi, uno stuolo di figlie smutandate prima ancora di entrare nella pubertà?

Sarò sincera, nel caso il bel Fabio ricopra anche il ruolo di copywriter ad interim lo sforzo di creatività in sé è apprezzabile (È figlio di un Antonio Esposito, un nome che è la risposta meridionale al Mario Rossi nazionale, un papabile vincitore del Festival dell’Omonimia) ma da addetta ai lavori mi convince poco. Vuoi metterci la faccia? Vabbuò Fabbiè; la testa però falla mettere a qualcun altro in famiglia.

Ma se ha la pelata, allora guardati le spalle.

 

Per Commenti, altri esempi illustri del Club della Pelata e Querele, potete scrivere qui sotto.
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About The Author

Serena Agneletti

Sono una copywriter nella misura in cui un artista è tale anche se non hanno ancora valutato nessuno dei suoi quadri un milione di euro; ogni volta che esce qualcosa di mio è un giorno gaudioso, preceduto e seguito però da molti altri di buio: come la rosa del deserto non muoio ma mi dischiudo solo se innaffiata di nuova linfa. Mi piace la poesia, che della scrittura è la parte più sognatrice e inconcludente (questa, a ben vedere, è anche una coppia di aggettivi che mi descrive piuttosto bene). Sono portatrice sana di cresta, mi piace vestirmi con colori vivaci ed è facile vedermi saltellare tra la folla ai concerti rock; potrebbe essere un tentativo inconscio di essere visibile, data la statura da pony. Ho iniziato a leggere a 3 anni grazie allo spot della Parmalat, retroscena rivelatosi inquietante alla luce della mia laurea in Tecnica Pubblicitaria; ho scarabocchiato slogan, bodycopy e naming in agenzia e digitato articoli in azienda (rigorosamente con due dita ma alla velocità della luce) per un paio d'anni in tutto e mi ostino a considerarlo lavoro. Ha detto di me il mio relatore universitario e mentore Angelo Buonumori: “Hai un ego difficilmente contenibile in una scatola così piccola”; Emanuele Pirella: “Come pensa di trovare lavoro in Umbria nel settore pubblicitario se anche in città come Roma o Milano la situazione è ferma?”; mia madre: “Tu continua a sbattere la testa che prima o poi sfonderai qualche porta”. Ah, mi piacciono le frasi complicate ed il punto e virgola. Ma mi sa che si era capito.

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