your_logo_here_460Osservando chi si tatua i brand ho coniato la parola “marketink”.

Mentre scrivo è il quarto giorno della terza decade di agosto. All’orizzonte il profilo delle coste che scendono verso i Balcani, nelle giornate limpide vicinissime alla sabbia di questo angolo settentrionale di Adriatico, la spiaggia di casa che raggiungo in mezz’ora.

Qui, come in tutti gli arenili del mondo, ci sono i classici tipi da spiaggia che giocano con i racchettoni. E i classici tipi da spiaggia che leggono. Tra questi ultimi il sottoscritto: se a qualcuno poco fa è capitato di osservarmi, avrà capito che ho cercato di far notare al gruppetto di gente da industria culturale dell’ombrellone accanto – con il ventre prominente e l’accento della città ex da bere – che stavo leggendo Punto Omega di Don De Lillo; forse volevo sentirmi dei loro, pancia esclusa ovviamente.

Ma arriviamo al punto. Ai tipi da spiaggia si aggiungono i logotipi da spiaggia: loghi tatuati su braccia, schiene, gambe e altre parti del corpo. La nudità balneare ne rivela più di quanti ne potremmo immaginare. Caso limite di amore per una marca, intenso al punto da farsela immortalare sulla pelle. Caso di studio per analizzare il successo e la popolarità di un brand. Caso umano, perché identificarsi in modo così totalizzante con le scarpe che calzi o il pc che usi rivela, a mio avviso, una personalità inconsistente. Caso di spazio pubblicitario vivente e gratuito. Gratuito fino a un certo punto: gli strateghi con questo fenomeno hanno già cominciato a fare i conti; il tattoo marketing ormai è una realtà, i brand che pagano le persone per poter disporre di un spazio permanente sulla loro epidermide aumentano di giorno in giorno.

Mi piacerebbe che questo nuovo medium a inchiostro indelebile venisse ribattezzato “marketink”. Relativamente a ciò di cui stiamo parlando, in data 23 agosto 2013, Google non ha rilevato tale definizione: spero basti per poterne rivendicare la paternità.

In passato chi navigava sui mari si tatuava velieri e cuori trafitti, nel presente chi naviga in rete può farsi travolgere dai flutti della fascinazione digitale al punto di tatuarsi il logo del più popolare motore di ricerca su deltoidi e polpacci. Mentre penso a queste cose un altro motore, regolato da chiavi inglesi anziché da parole chiave, mi fa sollevare lo sguardo dall’orizzonte: il suo canto nasale è inconfondibile; un ultraleggero a elica attraversa il cielo trainando uno striscione che pubblicizza un supermercato. Ora come allora, come quando avevo l’età con una sola cifra; secoli fa o l’altro ieri, dipende dai punti di vista. Rifletto sul tempo. Tutto cambia, nulla cambia, ogni cosa si trasforma. Magari oggi lo chiamano flying marketing o qualcosa del genere, ma questo non mi interessa verificarlo.

Riporto lo sguardo sul profilo delle coste vicine/lontane continuando a ragionare sul tempo, ma senza pretendere di elaborare qualcosa di originale come De Lillo in Punto Omega. Mi pongo semplicemente la solita vecchia domanda: quanto tempo ci è voluto per trasformare la roccia in sabbia?

Fonte immagine: www.details.com

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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