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Quando il copy è in vacanza.

quando il copy è in vacaza

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Mentre l’amante del thriller si gode il suo giallo sotto l’ombrellone, dall’altra parte della barricata se ne sta il copy. A prima vista sembra un bagnante in vacanza come tutti gli altri, al massimo con gusti letterari un po’ originali. Però se osservi bene lo riconosci. È quello che oscilla tra momenti di assoluto estraniamento e sprazzi di concentrazione da maestro zen.

È lontano anni luce dal gruppetto degli irriducibili giocatori di beach volley. È sempre munito di crema solare protezione 30 e di occhiali da sole rubati al prop di Blues Brothers – il film. Insomma, è un tipo. Poco da spiaggia, certamente.

Per uno che dice di lavorare mentre guarda assorto fuori dalla finestra, l’orizzonte aperto del mare dovrebbe apparire come un paradiso da brainstorming intergalattico e invece tutti i passatempi estivi, noti al resto dell’umanità come tali, per il copy sono una sorta di palestra.

Un giochi senza frontiere a partecipazione individuale.

Le parole crociate? Una passeggiata di salute per la flessibilità delle mappe concettuali.
I rebus? Un esercizio propedeutico alla comprensione visiva dei rough.
Unisci i puntini? Si, quello è un diversivo.
Ma enigmi e anagrammi? Quelli sono giochi da copy.
Puro allenamento per la decifrazione sintattico-stilistica dei brief dell’ultim’ora.

E poi ci si mettono anche gli annunci pubblicitari. Deodoranti, auto, orologi e prodotti di bellezza d’estate vengon fuori su magazine, settimanali e quotidiani, con cariche straordinarie di disinibizione, scongelate dopo l’ibernazione dei mesi più freddi dell’anno.
E giù con le ipotesi sostitutive di head line e payoff.

Insomma, a voler peccare di attenzione, questa roba finisce per essere un piccolo supplizio.
Basterebbe alzarsi dalla sdraio, si può pensare. Farsi semplicemente un bagno.

E invece no. Il nome dello stabilimento balneare stampato in ogni dove è la sfida per un nuovo naming. E il brand inciso in bella vista sui braccioli del bambino che ci ha appena liberato dall’impiccio di testare la temperatura dell’acqua, ha una forma che, cavolo, abbiamo già visto. E ogni bracciata è uno scandaglio nell’archivio mnemonico.

Provateci, se volete, a trovare un confine definito tra il piacere e l’ossessione quando la deformazione professionale tocca la sfera delle parole. Provateci e se ci riuscite, fatemi un fischio, che l’anno prossimo si dividono le spese.

Perché anche i compagni di vita dei copy ci stanno provando. Loro, che sono stati costretti ad abbracciare questo modus vivendi, inconsapevole o inevitabile, come si accetta di riflesso il giuramento di Ippocrate quando si sposa un medico. Perché, sempre loro, si ritrovano spesso a giocare a scarabeo, nelle fresche sere d’estate, con un mojito (un black russian o un martini on the rocks) come unico allegro supporto.

Perché i copy sono delle spugne. Spesso, nel vero senso della parola.
Ma da questo difetto qui, per fortuna, ci si può sempre disintossicare.

 

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