Kate Moss gold sculpture by Marc QuinnfullNon siamo il nostro peso. Pensiamoci.

A darmi lo spunto per riflettere sul delicato argomento magrezza/grassezza è stato uno spot a diffusione locale di un centro dimagrimento. Ne descrivo in sintesi il meccanismo, premettendo che a mio parere gli mancano parecchi ingranaggi: due ragazze, una particolarmente sovrappeso, l’altra decisamente snella, si affrontano sul quadrato di gara della boxe, ma non come pugili, bensì come ring girl. La prima tiene alto sopra la testa un cartello con scritto “percorso iniziato”, la seconda uno con scritto “risultato ottenuto”. Contemporaneamente l’una cerca di cacciare l’altra dal ring a colpi d’anca, e viceversa. Il video termina con l’arbitro che le proclama ambedue vincitrici. La voice over recita: “E sei sempre vincente”.

Ho provato a interrogarmi sulle ragioni di queste scelte narrativo-comunicative, ma sono riuscito a darmi solo spiegazioni tanto macchinose quanto inconsistenti. Forse si vuole fare passare il messaggio che a prescindere dal risultato vale comunque la pena sottoporsi al trattamento? E perché? Per dimostrare uno sforzo di volontà? Chissà.

Qualunque sia il significato, resta il fatto che trovo sgradevole la messa in scena dello scontro fra il canone imperante e quello disperante. Non intendo dare lezioni di etica sull’estetica corporea, semplicemente rifiuto la logica eugenetica del dominio di un modello sull’altro, qualunque esso sia.

Mentre cerco di dare forma a queste considerazioni, una tipa sui quarantacinque seduta al tavolo accanto al mio sta mangiando una “insalatona”, definizione abominevole. È magra da far paura. Tiene lo sguardo fisso davanti a sé, con espressione ieratica e al contempo assente, un incrocio fra un’icona bizantina e un’istantanea di Kate Moss on dope. Ora ho capito. Sta contemplando il piano americano di se stessa riflesso sulla superficie interna della vetrina della pizzeria. Sembra che il suo pensiero dica compiaciuto: “Magra, magra, magra, guarda come sei magra”. Non giudico, ognuno di noi ha una storia e cicatrici che l’altro non conosce.

Ecco la cameriera, stavo proprio per ordinare il caffè. Quando me lo servirà dirà, come sempre: “Tiene amòr!”, parole che riserva a tutti gli avventori sia chiaro. È una simpatica mora sudamericana sui quarant’anni, il metro e sessanta e gli ottanta chili. Le chiedo di portarmi un “liscio”.

Raccolta la mia ordinazione, si rivolge con occhio perfido alla magra accanto a me:

– Por lei un dolce segnora?

– Mi basta un caffè, liscio. Senza zucchero, mi raccomando, – risponde la donna lanciandole un sorriso acido.

– Como! Ha paura de ingrasare anche col cafè? – ribatte la cameriera sgranando teatralmente gli occhi.

La magra la segue con lo sguardo, fa per ribattere, ma cambia idea; poi ritorna alla contemplazione della propria immagine. La sua fissità tuttavia si è incrinata, colgo nel suo sguardo una sfumatura di preoccupazione. Si tocca i fianchi, le braccia, le cosce; un istante dopo compare sul suo volto un bagliore di soddisfazione; ho l’impressione che la sua mente stia dicendo: “Altroché se sono magra, quella ride perché è invidiosa”.

Credo che anche lo scambio di battute e silenzi a cui ho appena assistito sia stato un match, ma assai più significativo di quello descritto in apertura. Al mio cospetto è avvenuto un confronto fra un io indulgente e un io tirannico. Non so chi ha vinto; so solo che ho tenuto per entrambi, perché le persone non sono il proprio peso, sono e basta.

 

 

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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