cambio di numeroLa nostra storia comincia la sera di ferragosto.

Clima tropicale, 40°, la capitale è un forno. Giro in motorino come Nanni Moretti in “Caro diario”. Da appassionato cinefilo ripercorro lo stesso itinerario del regista: Viale Garibaldi, il Gianicolo, Monteverde, Via delle Fornaci, i sottopassaggi del Lungotevere, la Garbatella fino a Spinaceto.

Questa sera cerco distrazione presso una manifestazione dell’Estate Romana: Villa Celimontana dove suonano musica jazz anche se è un genere di musica che non amo particolarmente. Solo che Villa Celimontana mi ricorda la mia infanzia.

Allora mi sembrava una foresta incantata come quella delle favole, dove vive la strega che vuole cuocere Hansel e Gretel.

Era il luogo dove mia madre mi portava a giocare e dove mi procurai la prima sbucciatura al ginocchio con annesso pianto disperato e ricordo la mamma che amorevolmente mi disinfettò alla fontanella.

Sono già stato ad altre manifestazioni del genere per non stare da solo anche se questo non ha fatto che aumentare il mio senso di solitudine.Ho trovato coatti al Testaccio Village e gente chiassosa e volgare a Capannelle dove imperano Salsa e Merengue con annesso pubblico sudato e sculettante.

Mi illudo che nel parco di Villa Celimontana illuminato suggestivamente e frequentato da gente più vicina alla mia età, qualcosa di magico possa accadere.

Infatti incontro lei.

All’ingresso della villa sulla destra, accanto alla casa del custode, c’è uno spiazzo recintato dove staziona una mamma gatta con i suoi piccoli che attirano la curiosità dei visitatori con le loro effusioni.

Adoro i gatti e proprio per questo non ne prendo nessuno, temo che possano star male e, dal momento che vivo da solo, soffrire di solitudine come me; però amo parlarci, giocarci e mi accovaccio per stare al loro livello.

Con loro sento un feeling, gli sguardi si incrociano, i gatti mi si avvicinano, mi si strusciano facendo le fusa, mi adottano, non mi temono. Forse in un’altra vita sono stato un gatto anche io.

Le voci dei passanti che commentano divertiti la scenetta non le sento, tanto sono preso. Ma stavolta mi accorgo di essere osservato in quella posizione imbarazzante che ricorda una “turca”; alla mia sinistra intravedo dei sandali in cuoio consunto, due agili caviglie abbronzate e pantaloni simili a quelli di un pigiama a strisce verticali bianche e celesti, canottierina nera, zainetto, capello corto nero con ciuffo arruffato, orecchini zen, sorriso disarmante, occhi natalizi. Niente trucco.

Lei ha nel palmo della mano uno dei gattini e gli parla con la voce da topo dei cartoni animati.

Avrà circa 30 anni, io prossimo ai 40 e non riesco a smettere di guardarla. Lei posa il micio, mi sorride ancora senza pietà per il mio imbarazzo e con voce cordiale mi stende con un inaspettato invito:“Una birra ?”.

In quell’attimo lungo una vita ho la sensazione che quella persona sia lì in quel luogo ed in quel momento perchè è destino. Due tessere di un puzzle che combaciano. Per una notte e un giorno la nostra vita cambia : ci parliamo, ci amiamo, ridiamo e piangiamo insieme; come se ci conoscessimo e ci fossimo cercati da sempre. Adesso ci siamo trovati. Le nostre vite cambieranno. Non importa per quanto tempo.

Domenica, 17 agosto : giorno del mio compleanno. La città è ancora più calda, una cappa umida, insopportabile. Io, però, non lo sento perché per la prima volta in vita mia sono felice.

Esco per comprare il giornale; verso le 10,30 la chiamerò. Dopo un giorno e mezzo passato insieme, incollati da passione e sudore, abbiamo avuto necessità di separarci, di riappropriarci dei nostri spazi, per poi desiderarci più di prima.

Mentre acquisto il quotidiano decido di festeggiare il compleanno facendo qualcosa di diverso: colazione al bar, un bel bar.

Mi siedo, ordino e sfoglio il giornale. Mi ricordo che ho giocato prima di ferragosto al lotto per scaramanzia la mia data di nascita: 17-8-60 aggiungendoci in una botta di ispirazione 1 e 90 (l’inizio e la fine). Una cinquina secca sulla ruota di Roma per l’importo di 50 euro.

Per il mio compleanno voglio buttare 50 euro.” dicevo mentre la compilavo.

Vado alla pagina dove sono indicati i numeri estratti.

La cinquina è uscita sulla ruota di Roma.

Chiudo il giornale, strizzo gli occhi e lo riapro alla stessa pagina ma i numeri sono sempre lì.

Pago ed esco senza consumare.

l cappuccino si fredda al tavolino mentre il bicchiere d’acqua accanto si scalda.

Con le mani che mi sudano compro senza pensarci altri 5 quotidiani per essere sicuro: mentre ritiro il resto rimprovero a me stesso che potevo correre a casa a consultare il Televideo. Quello che sembrava una inutile operazione fatta d’impulso mi rivela una sorpresa.

Tre dei cinque quotidiani non riportano l’uscita del 90 su Roma ma dell’80, gli altri numeri vanno bene. Però così la quaterna eventuale non servirebbe perchè ho giocato la cinquina secca. Gli altri due quotidiani invece mi rasserenano perchè confermano la cinquina del primo giornale. Esito : 3 a 3.

Mi innervosisco e torno verso casa pensando cosa fare. Il sudore cola copioso, le scarpe mi scivolano sotto la pianta umida dei piedi, i giornali mi cadono. Il cellulare ha la batteria scarica. Ti pareva. Decido di telefonare da una cabina ai giornali per controllare : forse si tratta di un errore di stampa. Non ce la faccio a tornare a casa, mi tremano le gambe. Deve farlo adesso, devo saperlo ora!

Non bado al caldo soffocante che trasforma la cabina telefonica, ormai un monumento di archeologia industriale piena di scritte volgari spray, in una sauna.

Cerco nervosamente la tessera telefonica, mi cade il portafoglio, lo raccolgo, la trovo, la inserisco. Scaduta.

L’ apparecchio la sputa emettendo tre bip di disgusto.

Cerco allora una moneta che prego di trovare mentre inserisco il dito nella fessura di pelle del portamonete. Eccola!

Annoto mentalmente il numero telefonico del primo giornale da chiamare, inserisco la moneta e mentre una goccia di sudore mi cola nell’occhio procurandomi un senso di bruciore e facendomi ritardare di una frazione di secondo l’impatto tra il dito indice ed il bersaglio della tastiera numerica… il telefono squilla!

Non capisco fino al quarto squillo. Poi automaticamente sollevo la cornetta: “Pronto ?” Dall’altra parte una voce concitata maschile:

Papà, papà sei tu ?”“ No, sono Fabio “ è l’imbarazzata risposta. “Dov’è mio padre, che ci fai tu in casa nostra ?” , incalza lo sconosciuto, “ Ma io sono in una cabina telefonica e stavo chiamando“ rispondo con una voce da bambino sgridato senza riuscire a capacitarmi della situazione e del dialogo surreale.

“ Presto, passami mio padre stronzo !” ribatte l’altro minaccioso. Ma mentre me lo ordina, piange. “Chi sei?” domando ingoiando saliva asciutta.

Sono il tenente Giuseppe Moccia dell’Aeronautica Militare Italiana, in servizio in una base missilistica sotterranea del Gran Sasso. Hanno lanciato !”

Chi ha lanciato cosa ?” domando dimenticandomi della cinquina. L’altro piange, la comunicazione è disturbata.“ Oddio, tra un’ora ci arriveranno addosso da tutte le parti, dica a mio padre di scappare !”.

L’hanno fatto, mio Dio l’hanno fatto davvero. Non è uno scherzo, li ho sul radar,sono decine ; fra pochi minuti la prima sarà Mosca, fra mezz’ora l’Europa centrale e poi….per favore rintracci mio padre e gli dica che gli voglio bene”.

“ Ma insomma basta !“ urlo strozzando la cornetta, esasperato, grondante sudore, con le tempie che mi pulsano per la tensione delle ultime 48 ore.

“ Sono in una cabina telefonica, come te lo devo dire che tuo padre non c’è qui, cazzo!”.

Ho chiamato mio padre a casa al 68755, perchè lui non è lì ? “ ripete come un disco incantato il tenente Moccia tra le lacrime ignorando la mia rabbia.

Alzo gli occhi accecato dal sole e leggo il numero del telefono della cabina, stampati in rosso sul vetro logoro: 68775.

Ha sbagliato numero, mi sente, ha sbagliato numero, questo è il 68775, non il 68755“ . Dall’altra parte arriva un rumore di passi, voci concitate, urla, il tenente Moccia che grida : “ No, no, vi prego… “, poi una scarica di mitra e, infine, silenzio.

Per alcuni secondi credo di avere immaginato tutto e mi lascio cadere esausto sul pavimento della cabina. Una voce dalla cornetta penzolante mi richiama alla realtà:

Pronto, pronto, c’è qualcuno in ascolto ?”.

Rialzandomi guardo il mio polso sinistro lucido di sudore. L’orologio segna le 10,57. Dovevo chiamare lei, i giornali, la vincita al lotto…Rispondo.

Pronto, chi è ? Tenente Moccia, sei tu ?” .

Dimentichi quello che ha sentito, non è successo niente“ risponde una voce metallica, senza inflessioni e appende.

Rimango con la cornetta in mano mentre una signora con barboncino bussa alla porta della cabina.“ Giovanotto, ha finito ? Devo chiamare mia nuora…”

Esco stordito dalla cabina, corro verso casa. Mi sembra che sto per perdere tutto in una volta.

Cancello principale, portone della scala, ascensore al settimo piano come al solito, scale a tre a tre, chiave, due mandate, entro appena in tempo per sentire la voce di lei incisa sulla segreteria che chiede perchè non l’ho chiamata.

Alzo la cornetta ma è troppo tardi. Ha appeso. Sono le 11, 13. La richiamo.

Nessuna risposta. E’ già andata via.

Ascolto il suo messaggio. Mi dice che sono la cosa più bella che le sia successa negli ultimi mesi e che le manco. Ha già preso troppe fregature con persone che si sono dimostrate splendide ma sono svanite nel nulla subito dopo. Mi aspetterà fino alle 12 all’Eur, sotto l’obelisco. Se non arrivo andrà al mare da sola. E mi dimenticherà.

Rido e piango. Non so se telefonare ai giornali per la questione del lotto, se chiamare l’Aeronautica per sapere se esiste un Tenente Giuseppe Moccia; ma tanto so che sarebbe inutile e perderei tempo. Tempo che forse non ho.

Sono le 11,22 quando a clacson spiegato mi immetto nella Tangenziale Est a 130 orari, direzione Eur.

Alle 11,54 intravedo l’obelisco, non so bene come sono arrivato lì vivo.

Giro due volte intorno con stridere di gomme rischiando l’incidente. Poi la vedo sulla Vespa blu. Inchiodo in mezzo alla strada, scendo, corro. Un camion tampona la mia auto sfondando il bagagliaio e innesca una carambola con altre vetture ma io nemmeno mi giro.

Vedo solo lei che ricambia il mio sguardo preoccupata.

L’abbraccio mentre si avvicina un capannello di gente alle auto tamponate tra una babele di urla concitate che non odo perchè è come se mi mancasse l’audio.

I suoi occhi fanno mille domande e io aspetto per rispondere a tutte.

Attendo un segnale.

Il capannello di persone guidate dal conducente del camion e da un vigile vengono verso di noi. Si muovono tutti al rallentatore. O almeno così mi sembra.

Sono le 11,59.

Il sole si eclissa come se una nuvola nera fosse comparsa d’incanto, l’ombra dell’obelisco sembra che indichi in modo surreale le auto incidentate, si alza il vento, i cani abbaiano e si ode un diffuso miagolio di gatti.

Sorridiamo pensando ai gatti che ci avevano fatti incontrare.

In quel momento ho la consapevolezza che il 90 è davvero uscito sulla mia ruota.

Perchè è davvero l’inizio della fine.

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Fabio Massimo Peroni

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