Savoir faire dal coiffeur

Non essendo unicamente ciò che facciamo, la scrittura non basta da sola per comunicare al mondo noi stessi, neanche se siamo copy. Le mondane vanità non risparmiano le nostre testoline sempre in febbricitante attività o sotto stress per le consuete consegne a stretto giro, e forse proprio per questo c’è chi è incline a calvizie e canizie piuttosto precoci.

Tralasciando il primo problema – non per indole femminista ma perché, collage a parte, poco c’è da fare – i capelli bianchi non sono mai una bella scoperta. Sì, sul creativo stagionato ma ancora competitivo possono anche essere considerati un toccasana per l’appeal ma nella copywriter over -enti non ancora approdata agli -anta non suscitano altrettanta soddisfazione.

Esempio.

copy: “Ommmmioddio mamma, guarda!”

mamma della copy: “Che cosa?”

copy: “HO UN CAPELLO BIANCO!”

mamma: “Io non vedo niente!”

copy: “Ci credo, se non metti gli occhiali!… Adesso?”

mamma: “Ma nnnooo, non è bianco: è biondo. Tu sei nata bionda e adesso ti tornano fuori i riflessi naturali.”

La stretta necessità di copertura del bianco crine non esaurisce però la casistica femminile: c’è anche chi semplicemente non si piace al naturale e vuole sperimentare colori diversi che la facciano sentire unica giorno e notte, anche in pigiama. Anche questo problema non sempre incontra la comprensione del mondo circostante.

Altro esempio.

copy: “Domani voglio andare dal parrucchiere, voglio cambiare colore.”

papà della copy: “Ma io non capisco, che bisogno c’è di cambiare colore?? Perché devi iniziare a tingerti prima del tempo?”

copy: “Non posso cambiare colore solo perché mi va?”

papà: “Quelle che si tingono i capelli mi danno sempre l’idea di essere donne insoddisfatte…”

copy: “… Eh, allora?”

Per alcune di noi una decisione così è già difficile prenderla, non ci aspetteremmo mai di trovare degli ostacoli proprio lì, nell’Eden delle colorazioni permanenti. Partiamo da casa con la testa infarcita d’immagini sfavillanti di attrici e modelle con tinte mozzafiato e descriviamo attingendo al nostro vocabolario cromatico la nuance che ci sembra più adatta al nostro incarnato oppure allo stato d’animo del periodo. Ma, ahimè, il coiffeur non ha una familiare mazzetta Pantone da farci scartabellare, non c’è un codice univoco per cui il colore che gli comunichiamo di voler esibire in giro sarà quello che poi lui applicherà alle nostre ignare chiome. O meglio, il codice esiste ma non è lo stesso con il quale noi identifichiamo i colori nella realtà.

Nella palette del parrucchiere è possibile ravvisare una discrepanza agghiacciante tra parole e suggestioni visive; a scanso di equivoci la illustrerò con le nozioni base da scatola da 12 di colori a spirito.

Castano = quasi nero. Per ottenere ciò che considerate banalmente MARRONE dovreste dire piuttosto “cioccolato”, specificando poi quale particolare sfumatura del suddetto gradite. Al giorno d’oggi c’è al latte, fondente, con le mandorle, al peperoncino e chi più ne ha più ne metta; non si capisce bene se una la tinta debba mangiarsela tentando il suicidio o annusarla per non mettere a repentaglio la linea con degli spuntini ipercalorici.

Caramello = quasi cioccolato (vedi sopra). Pensi di diventare leggermente più scura del rame e invece hai i capelli MARRONI, un’altra volta. E per la cronaca, con il termine “rame” io intendo un color carota, ARANCIONE, non il verde dei capelli del salame che piangeva sconsolato nella canzone di Battisti.

Mogano = se avete i capelli marroni scuri ma non esattamente neri, la sfumatura rossa che assumono quando siete al sole; punto. La sottoscritta ha riversato in una confezione di tinta tutte le speranze di una sé diversa per poi scoprire tre ore dopo il trattamento di aver pagato per riprodurre artificialmente il suo colore naturale, preciso identico. Volete una sfumatura sul prugna, più VIOLA? Il “nero ciliegia” è quel che fa per voi. Ma mi domando: perché inserire nella dicitura il nero? Sarà mica una ciliegia marcia? Andando a cercare casi analoghi in Natura esiste in effetti una particolare qualità di uva nera (che non è neanch’essa nera, è più sul viola scuro) da cui si ricava un vino chiamato Bordeaux. Ora però avvalorare le definizioni di gente esposta ad esalazioni d’alcool per combinare poi danni sulle teste delle clienti non mi pare cosa.

Rosso = ah ah ah, ma che vuol dire “rosso” da solo se non ci metti una parola dopo?

Biondo = ma sei scema?

Nero = ammazzati.

Un appiglio empirico può essere decidere il destino della propria capigliatura osservando il campionario di ciocche: una tristezza epica. Anche perché ci fosse una volta che quei poveri mucchietti di peli assomiglino a colori di teste che vedete a spasso. A forza di ipertecnicismi come “più chiaro” o “più scuro dell’altra volta” i cambiamenti che otteniamo sono o drastici o minimi, forieri della medesima ineluttabile frustrazione. Almeno fino al prossimo shampoo.

 

(Un particolare ringraziamento a Laura Grazioli, Elisa Gattamorta e alle mie tinte nero ciliegia, inconsapevoli muse ispiratrici di questo post.)

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About The Author

Serena Agneletti

Sono una copywriter nella misura in cui un artista è tale anche se non hanno ancora valutato nessuno dei suoi quadri un milione di euro; ogni volta che esce qualcosa di mio è un giorno gaudioso, preceduto e seguito però da molti altri di buio: come la rosa del deserto non muoio ma mi dischiudo solo se innaffiata di nuova linfa. Mi piace la poesia, che della scrittura è la parte più sognatrice e inconcludente (questa, a ben vedere, è anche una coppia di aggettivi che mi descrive piuttosto bene). Sono portatrice sana di cresta, mi piace vestirmi con colori vivaci ed è facile vedermi saltellare tra la folla ai concerti rock; potrebbe essere un tentativo inconscio di essere visibile, data la statura da pony. Ho iniziato a leggere a 3 anni grazie allo spot della Parmalat, retroscena rivelatosi inquietante alla luce della mia laurea in Tecnica Pubblicitaria; ho scarabocchiato slogan, bodycopy e naming in agenzia e digitato articoli in azienda (rigorosamente con due dita ma alla velocità della luce) per un paio d'anni in tutto e mi ostino a considerarlo lavoro. Ha detto di me il mio relatore universitario e mentore Angelo Buonumori: “Hai un ego difficilmente contenibile in una scatola così piccola”; Emanuele Pirella: “Come pensa di trovare lavoro in Umbria nel settore pubblicitario se anche in città come Roma o Milano la situazione è ferma?”; mia madre: “Tu continua a sbattere la testa che prima o poi sfonderai qualche porta”. Ah, mi piacciono le frasi complicate ed il punto e virgola. Ma mi sa che si era capito.

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