Perché ogni volta che posteggio la macchina sotto casa, anche di notte, di ritorno dal turno, c’è sempre un furgone grigio delle pulizie con due loschi figuri che si ferma poco più avanti? Non sono ricco, non gioco d’azzardo quindi non ho nemici che vogliono darmi una lezione. Sarà una coincidenza, ma mi sento osservato da dietro quei vetri luridi.

Però a pensarci bene, ormai da un mese, tutte le mattine dal giornalaio incontro quella signora anziana con le buste della spesa che mi chiede dov’è la fermata del 314. Strano: mai visto quell’autobus passare in zona. E quei due attempati testimoni di Geova che mi citofonano alle ore più assurde per dirmi che la mia salvezza è giunta? Sono ateo, o meglio agnostico, e all’inizio gli ho detto educatamente che non mi interessava, poi li ho mandati via in modo più energico. Ma loro dal monitor mi hanno sempre risposto con un sorriso. Fino alla suonata successiva. Basta! Domani vado dai Carabinieri e li denuncio per molestie. Una bella rogna!

Non bastava la disoccupazione. Un over 50, laureato e con un master in comunicazione d’impresa, copywriter fallito, costretto dalla crisi a fare il guardiano notturno di un centro commerciale aperto da poco nella periferia nord della città. Lavoro stressante, monotono, solitario ma che almeno mi permette, una volta effettuato il mio giro di ricognizione, di leggere o scrivere in pace racconti. La mia passione. E così eccomi qui, alle 3 del mattino a ripensare a quegli incontri inquietanti davanti a una tazza di caffè e a uno schermo del pc dove il puntatore del mouse lampeggia da mezz’ora.

Non riesco a scrivere una parola. Ho la testa che mi gira come una trottola. Come se avessi bevuto una botte di whisky. Decido di farmi un giro per schiarirmi le idee. Anche se ho già controllato tutto. È una notte come tante, d’agosto: appiccicosa e morta.

Percorro il corridoio illuminato da una luce al neon che va e viene e arrivo all’ascensore. Schiaccio il secondo piano, dove c’è l’abbigliamento intimo donna/uomo. Forse la vista di qualche guepiere o tanga mi metterà dell’umore giusto. Fatti pochi metri l’ascensore si blocca. E adesso? Premo il pulsante dell’allarme ma ci sono solo io e quindi non succede niente. Batto con i pugni e, miracolosamente, le porte si aprono. La paura svanisce sostituita da qualcosa che non saprei definire ma che è peggio.

Davanti a me, nell’oscurità, riesco a riconoscere 5 sagome. Appartengono alla vecchia con le buste della spesa, ai due testimoni di Geova e ai due della ditta di pulizie. Che volete? Che ci fate qui? Come siete entrati? Non rispondono e avanzano minacciosamente come automi. Sono dentro l’ascensore. Mi circondano. Impugno la torcia elettrica come una clava. Forse posso stendere la vecchia con le buste della spesa ma i due della ditta di pulizie sono grossi anche se il loro sguardo è spento.

“Vogliamo te, Mario Rossi.” fa uno dei testimoni di Geova, un sessantenne con gli occhiali da miope e la pancia di uno che da tempo non sale su una bilancia. “Vogliamo te, Mario Rossi.” ripete la vecchia con le buste della spesa che emanano un tanfo di verdure e pesce ormai in putrefazione. “Come mai conoscete il mio nome?… Io non vi conosco. Che volete da me?” urlo con le spalle ormai alla parete dell’ascensore. Si avvicina quello più grosso della ditta di pulizie. Indossa una tuta verde sporca, ha la barba di 5 giorni, puzza da vomitare ma ha una voce sorprendentemente gentile. “È giunto finalmente il momento di andare. Di tornare a casa. Non ti ricordi proprio?” Abbasso la torcia e lo guardo con un mare di incredulità negli occhi. Sono tornato lucido, la paura è svanita.

“Circa 50 anni fa, per un’avaria alla nostra astronave, siamo precipitati su questo pianeta sconosciuto distante milioni di anni luce dalla nostra galassia. Per sopravvivere durante tutto questo tempo abbiamo assunto le sembianze degli organismi più evoluti che lo popolavano. Ci sono voluti tutti questi anni per riparare il guasto ma adesso finalmente è tutto a posto. Torniamo a casa, la nostra casa. Puoi abbandonare quel corpo”

Avevo voglia di urlare, mi voltai e fu in quel momento che riflesso nello specchio dell’ascensore vidi per la prima volta il mio vero volto. Ne uscì un suono stridulo che fece scattare gli allarmi del centro commerciale.

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Fabio Massimo Peroni

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