Lato B

Storia vera

o immaginata?

Ai posteriori l’ardua sentenza.

In questo angolo di spazio digitale ho già avuto modo di prendermela con espressioni e formule verbali di moda, al punto che più di qualcuno mi troverà prevedibile.

L’avversione per il mainstream è qualcosa di cui non riesco a liberarmi. È la mia side A, quella più ascoltata. 

Se nel mondo del vinile da 7 pollici il lato A ha sempre ottenuto maggior successo rispetto al retro – “Landlord” dei Police, facciata posteriore di “Message in a bottle”, avrebbe meritato però il recto anziché il verso – altrettanto non si può dire per il pianeta mediatico estivo, dove a spopolare è invece il lato B. Ai primi vagiti di bella stagione diventa infatti il termine più abusato da chi confeziona i testi dei magazine di carta o pixel che parlano di spiaggia e showgirl. Aggravante? È regolarmente accompagnato dall’aggettivo “mozzafiato”, a mio avviso da abolire.

Certo, fingere che il fondoschiena femminile non mi entusiasmi sarebbe falsità salottiera. Le qualità di quel miracolo anatomico sono fuori discussione. Mi si lasci dire però che chiamarlo lato B è un prodigio di conformismo. Senza contare che è una definizione iniqua: dato il ruolo da protagonista che interpreta nell’immaginario maschile meriterebbe di essere promosso a lato A.

Da qualunque lato affrontiamo la questione, resta il fatto che il posteriore è parte di un tutto, e quest’ultimo secondo una visione olistica è più della somma degli elementi che lo compongono. Che dire quindi della persona che di volta in volta fa da cornice al proprio lato B? Mi riferisco al modo di fare,  di essere. E alle sorprese che si possono ricevere. 
A tale proposito voglio raccontare un episodio.

Estate, spiaggia. Sono stravaccato senza ritegno sulla sdraio come il Fauno Barberini sul suo basamento di marmo, gli occhi socchiusi, il sole che lavora di brutto sulla mia stupida epidermide da protezione totale, gli auricolari a manetta. Improvvisamente percepisco un velo d’ombra. Apro gli occhi e vedo che a impallarmi l’astro è un posteriore femminile rivestito di tessuto leopardato. No, proprio ora che ho deciso di drenare via dalle ossa e dalla carne l’umidità invernale. No, voglio la mia quota di luce accecante e calore pulito.

Affronto la situazione: 
– Potrebbe spostarsi per piacere? Non vorrei essere scortese, ma è proprio sulla traiettoria dei raggi del sole.

La donna, che noto essere snella, di agili fattezze (non c’entra, lo so, ma poi c’entrerà), girandosi rapida:
– Come sarebbe a dire? Mi sta dicendo che non le piace il mio lato B?

Oltre a essere presuntuosa usa l’insopportabile termine “lato B”. Niente di peggio. Non replico, non so cosa rispondere. Di dire cose sgradevoli non me la sento. E poi mi hanno insegnato a essere lieve con le donne. Giustamente. Richiudo gli occhi. Che deficiente infernale penso. Infernale, sì. Mi torna alla mente Dante. Automaticamente comincio a sussurrare alcuni versi del primo canto dell’inferno. In tema. Con chitarre, basso e batteria a tutto volume nelle orecchie a falsarmi l’udito il sussurro si trasforma però, senza che me ne accorga, in una declamazione. Cosicché, mentre sto recitando, male, “… una lonza leggiera (sic) e presta molto, che di pel maculato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto…”, la tipa si volta di nuovo, di scatto, e mi fa:
– Stronza lo vai a dire a tua sorella!
 –  per poi andarsene indispettita.

Poco male, il sole è di nuovo tutto mio. Puntualizzare di aver detto “lonza”, non “stronza” sarebbe una battaglia persa. Credo.
 Certo però che passare per uno che offende quasi gratuitamente le persone… in fin dei conti cosa ha fatto di tanto grave da non meritare un chiarimento? Va bene, ma cosa faccio, mi metto a parlare di Dante Alighieri in spiaggia? Mi ridicolizzo? Sarà, ma va fatto.
 Mi alzo, la seguo. Si sta dirigendo verso il bagnasciuga. Pare una bambina offesa. Si siede sulla sabbia. La raggiungo, mi siedo accanto a lei e inizio a parlarle:

– Mi ha frainteso, gliel’assicuro. Ha scambiato una parola per un’altra. Io ho detto lonza, citavo la Divina Com…

– Lasci perdere, – taglia corto lei.

Subito dopo avermi liquidato si alza, agile. Qualcuno la sta chiamando:
– Beatrice! Beatrice! Stiamo andando al bar, ci raggiungi? 
Allontanandosi, “leggiera (sic) e presta molto”, mi guarda e dice, sorridendo:
 – Ho un nome mozzafiato, vero? Scommetto che le piace. Come il mio lato B. O mi sbaglio?

È andata così. A dimostrazione che c’è un lato inaspettato, da scoprire o coprire, in ognuno di noi. Che poi la storia sia vera o immaginata ha poca importanza: si sa che a volte la realtà supera la finzione.

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

One Response to Il lato B. In senso lato.

  1. Author Image Andrea ha detto:

    Che culo!
    (Con la C.)

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