Fuori dalla pubblicitàÈ l’ultimo tram per questa sera. Alzo il cappuccio della mia felpa nera, col teschio a forma di croce, e mi siedo verso il fondo. A quest’ora scelgo sempre questa posizione: non esattamente gli ultimi sedili, territorio riservato ai disperati – fatti e ubriachi – ma nemmeno troppo distante da loro; è la condizione che preferisco, la zona di confine dove posso quasi assaporare i loro aliti fetidi di vino scadente e afferrare brandelli di silenzio scarnificato in ogni lingua di questo pianeta. Qui, finalmente, mi sento di essere nell’unico spazio di verità di tutta la città. Qui, su questi sedili, sono esattamente dove voglio essere.

Penso che gli urbanisti dovrebbero progettare le città prendendo come modello i tram che girano di notte, con tanti spazi dove non è possibile ignorarsi e dove si è costretti ad annusare, toccare la pelle sudata, speziata e aromatica di tutti. Nelle città non ci dovrebbero essere luoghi come l’Agenzia, dove puoi passare i tuoi giorni vedendo solo frammenti distillati e altamente selezionati di esistenza, finendo per credere che il resto non esista o che al massimo sia un rigurgito lontano, un errore alle periferie del regno, una lieve fuoriuscita magmatica scaturita da una trascurabile frattura nella crosta terrestre, a troppe miglia di distanza perché possa raggiungerti mai. Forse non sono disperato come i barboni a poche file di sedili da me, ma sento il bisogno viscerale di stare qui, vicino, vicinissimo al baratro, alla frattura, per rieducare le mie cellule all’esperienza della verità, dopo una giornata immersa in un mondo inodore e senza vita, che non contempla la puzza di sudore e l’odore della sconfitta.

Un rutto, seguito da risate spettrali prive di denti. Non rientrano in nessun brief, in nessun profilo socioeconomico, in nessun’area di mercato. Non rappresentano nessun target e non esistono per nessun account executive, nessun planner, nessun direttore clienti; se ne restano fuori dall’Agenzia, fuori dalle strategie di mercato, fuori dagli spot di quegli stessi brand di vino con cui ogni giorno si spappolano fegato e cervello. A quest’ora, su questo tram, seduto con il cappuccio alzato della felpa e un libro che ricomincio ogni sera dalla stessa pagina, mi sono chiesto un mucchio di volte se gli Imperatori del Vino In Cartone abbiano mai fatto una stima approssimativa di quale percentuale di fatturato rappresentano tutte queste persone che mai si sognerebbero di mostrare in uno spot, e di cui forse rifiutano di ammettere persino l’esistenza. Chissà quanto sono consapevoli del fatto che il loro prodotto, descritto nel linguaggio sterile del marketing come un’alternativa giovane e smart al vino in bottiglia e mostrato in assurde pubblicità dall’atmosfera bucolica con volti pretenziosamente genuini e sorrisi inverosimili, venga acquistato con monete odoranti di piscia di cane da mani consumate, con unghie gialle e nere, e aperto ancor prima di oltrepassare le porte scorrevoli dei supermercati di periferia, per essere rovesciato in voragini prive di denti, che non conoscono sorrisi da anni. Chissà se un creativo è mai stato licenziato per aver avuto il coraggio di presentare un’idea che anche solo vagamente tenesse in qualche conto la verità.

Il libro che ho tra le mani, e che ogni sera ricomincio dalla stessa pagina, si chiama Fanculopensiero. È stato scritto da un croato che si era arricchito facendo l’arredatore e commercializzando mobili italiani, o qualcosa del genere. Una mattina ha mollato la sua costosa automobile al semaforo rosso, è sceso, è venuto in treno in Italia e si è messo a fare il barbone. Ha vissuto così per anni, spingendosi ogni giorno più al limite. Spesso prendeva questo tram, quando gli riusciva di non farsi cacciare ci dormiva pure la notte, così c’è scritto nel libro. Ogni tanto alzo la testa dalle pagine e con la scusa di controllare la fermata sbircio gli ultimi sedili, non troppo distanti da me. Ogni tanto ci penso, ogni tanto conto quante file mi separano dalle persone di cui non posso parlare nelle mie campagne pubblicitarie.

La mia fermata. Scendo e sparisco, inghiottito dalla notte araba e cinese del quartiere dove abito. Domani lavorerò su un brand esclusivo di salotti, dedicati a un target con ottime capacità di acquisto e un profilo socioeconomico alto o medioalto.

 

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Diego Fontana

8 Responses to Fuori dalla pubblicità.

  1. Author Image Alessandro Miasi ha detto:

    Ciao, Diego.
    Ti leggo spesso e con molto piacere. La tua prosa elegante stride magnificamente con la tua felpa. Mi sembra un’eccellente dimostrazione del fatto che l’abito non fa il copy. 😀
    Complimenti.
    Salutami Satana, quando tornerai in agenzia. 😉

  2. Author Image Fabio ha detto:

    Ho pensato che se nell’invedibile spot dell’imbevibile vino in brick: “Nonno, guarda c’è San Crispino!” comparisse un barbone che vomita sul bambino non sarebbe poi male.
    Quello che dici è giusto ma allora ti conisglio fare come l’arredatore croato, abbandonare tutto e servire pasti caldi per la Caritas. Per chiudere: i tuoi lavori BTL per Coop non sono geniali. Di più.Chapeau!

  3. Author Image paoloparigi ha detto:

    Bel pezzo. Un efficace memento sulla vacuità e sulla vanità che per certi versi caratterizza il nostro mestiere.

  4. Author Image Diego Fontana ha detto:

    Ciao e grazie per i commenti.
    Un paio di precisazioni dovute, credo.

    In effetti non ho abbandonato proprio tutto, ma una mattina sono andato dal conducente e – contravvenendo alla regolina scritta sulla targhetta – gli ho parlato: ho detto che per me non era più il caso e che scendevo dal tram. Era un tram su cui avevo sognato di salire per anni, eppure mi stava portando in stazioni che non mi piacevano poi come credevo. Così è andata.

    Una volta sceso, non ho abbandonato la comunicazione in modo drastico, è vero. Però ho cercato di ritagliarmi progetti che fossero più vicini a come vedo io la realtà.
    Ho girato l’Italia collaborando a un programma tv molto umano e molto vicino alle persone, scoprendo che si può fare comunicazione anche prendendo appunti nelle piazze mentre si parla con perfetti sconosciuti. Ho scelto di insegnare ai futuri comunicatori, sperando di aiutarli a non commettere gli errori che ho fatto io e ho scelto di fare progetti per persone che conosco, per temi che condivido, insieme a persone che stimo.
    È tutto più artigianale e meno perfetto, non si vincono più i premi e non si finisce sull’annual, ma alla notte riesco a dormire e al mattino mi sveglio più sereno.

    Non dico che la mia posizione non si presti a critiche, anzi, io stesso mi trovo spesso a vivere contrasti. È vero: potevo smettere completamente e dedicarmi ad altro. Per ora ho scelto questa via e c’è voluto coraggio. Per il futuro vedremo.

  5. Author Image Andrea ha detto:

    Bel pezzo.
    Bel pezzo di…
    Bel pezzo di scrittura.
    Bel pezzo di scrittura cosciente in cui il sapore acre dell’incoscienza è la ribellione viva all’edulcorazione.

    Purtroppo non condivido le tue esperienze e nemmeno certe tue prese di coscienza.
    Ho lavorato in agenzie dove c’era il rottweiler con cui giocavo a “Spartaco contro la belva”, dove ci fermavamo tutti per guardare un gabbiano fuori dalla finestra, un gabbiano decisamente fuori posto.
    Ho lavorato in un’agenzia dove una mattina, in riunione, ho pronunciato la fatidica frase – Che gli vendano quello che vogliono, da oggi non li chiamiamo più consumatori ma persone -.
    Il bello è che mi hanno ascoltato.
    Ho lavorato con creativi che se ti sentivano dire un’espressione come “alternativa giovane e smart” ti suonavano la trombetta da stadio nelle orecchie.
    Quanto ai prodotti-canaglia, sì, esistono e fanno parte del sistema.
    Li considero una forma di selezione naturale come la cattiva politica e le raccomandazioni.
    Noi persone, quando ci trasformiamo in consumatori, abbiamo un enorme potere: quello di comprare o non comprare. Con questa scelta decretiamo il successo o l’insuccesso di un prodotto, al di là della pubblicità e degli sconti.
    Tu hai fatto una scelta di responsabilità sociale, io, come altri ho scelto di esercitare il mio potere uti singoli, senza clamore.
    Mi piace così.

    Le prime cinque righe di questo commento servono a sollevare un dubbio: è meglio aggiungere o togliere?
    Comunque sia, bel pezzo.

  6. Author Image Paolo ha detto:

    Bello!

  7. Author Image Luke. ha detto:

    Rimasto senza fiato.

  8. Author Image Toni ha detto:

    Ciao Diego, non sono un copy, ma anche io da un bel pò ho mollato la pubblicità, quella delle agenzie. Ci ho lavorato per 5 anni e mi sono bastati. Un banda di opportunisti che sfruttano la creatività per promuovere l’indifendibile.

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