I.

L’assistant ha il microfono che le sfregia la guancia dall’orecchio alla bocca e il badge con il nome sulla camicetta. C’è scritto Sheila ma si chiama Concetta. Le dice di entrare pronunciando il suo –Può entrare– come se avesse appena annusato un cumulo di letame.

Il tizio dietro la scrivania ha la faccia color carota-lampada-UV, una nuance appena più brillante delle pareti. Le fa cenno di accomodarsi mentre finge di leggere il tablet, poi le porge la mano attaccata al braccio da un enorme Panerai luminor e si presenta – Piacere, Massimo Effetto –

Aspetta la reazione ostentando la dentatura bianco diamante e, vedendo che non arriva, aggiunge – … Col minimo sforzo! Ma qui sono noto come “il Massimo” -.
Deborah Collacca, per gli amici Debbi, resta interdetta ma sa cosa fare in queste situazioni: china la testa di lato, accenna un sorriso a metà labbra e sbatte le ciglia. Poi stringe la mano del manager lasciandola nella sua un attimo più del necessario.
– Bene, Deborah, lei sa cosa facciamo qui, vero? –

Debbi risponde col tono più vanesio che conosce – La tivvùù !-
Intanto fa ondeggiare la massa di extension bionde come se dovesse spazzare il pulviscolo dall’aria. Massimo Effetto continua a sorridere anche se il suo sguardo si fa interrogativo, poi riprende il controllo, accavalla le gambe e dà un leggero schiaffo all’aria davanti a sé come per liquidare una battuta della ragazza .

– Siamo un grande gruppo. Facciamo broadcasting, production, entertainement, pay-per-view, indagini statistiche, market research, persino comunicazione politica. Siamo giovani e dinamici… e io sono l’executive manager di questa divisione. Ma lei ci conosce, come tutti d’altronde!-

I punti esclamativi sembrano uscirgli dalla bocca orizzontali ogni volta che allarga le vocali a dismisura.

– Maaaaa, mi parli di lei –

Debbi gonfia il petto, tanto che Massimo immagina che il top si laceri come i vestiti dell’ incredibile Hulk. Con la differenza che Debbi non è verde e attira molto di più lo sguardo.

– Ioo…sono una ragazzaaa, come diree? Giovane e dinamicaa. Mi so muoveree a mio agioo in ogni ambientee. Sono naturalmente portataa per le pierree e se interfaccio con il clientee miro solo alla sua soddisfazionee -.

Massimo Effetto deglutisce vistosamente, poi torna a mostrare l’opera del suo odontoiatra da 400 euro a seduta.

– Bene, moolto bene, proprio okkei! Posso darti del tu, vero Deborah?-
Labbra a cuoricino, ciglia mobili come ali di colibrì, la risposta arriva insieme a un accavallamento di gambe assassino – Ma certo, peròò per gli amici sono Debbii…E TUU sei mio amico, veroo? –
– Certo! Ho già parlato con-chi-sai-tu –
Rivolge uno sguardo alla foto 70 x 100 alla parete.

– Trovare una mansione a una ragazza così brillante non sarà un problema, anzi, sono sicuro che farai risplendere quest’azienda con le tue capacità.
Piuttosto, se sei libera potremmo parlarne stasera a cena, dovremmo trovarti un titolo adatto… -.

Debbi lo guarda seria. – Sì, stasera a cena, zio Milvio mi ha detto tutto, ma proprio tutto di tee. Sarà un vero piaceree. Te lo assicuroo! Maa, per il titolo… avrei un’ ideaa.  “Senatrice” mi invecchiaa. Che ne dici di Onorevole? –

 

II. 

Con questa faccia arancione faccio vergognare persino la mia ex moglie, persino quando le arriva l’assegno mensile che la fa vivere piuttosto bene.
Ho 56 anni e più lifting di una diva di Hollywood, ho una collezione di orologi che farebbe la felicità di qualunque topo d’appartamento, giro in Cayenne a Sankt Moritz e in Maserati GT cabrio a Montecarlo. Non mi sono mai laureato ma mi faccio chiamare dottore. Conosco, forse, dieci parole di inglese, quelle che mi servono a dire quello che faccio.
Ma dovrei dire “quello che non faccio”, perché qui dentro lavoro e do ordini a casaccio solo perché la mia famiglia ci ha messo un sacco di soldi.
E poi conosco bene Milvio, il presidente. Ci diamo del tu, pranziamo insieme, qualche volta giochiamo a golf. La mia famiglia, oltre ai soldi, gli porta un bel po’ di voti in parlamento.
Non ho più una moglie ma ho una serie così numerosa di fidanzate che non ricordo nemmeno più i loro nomi.
All’università ci andavo. Ero anche bravo, studiavo seriamente, volevo laurearmi e poi prendere un MBA in USA. La famiglia mi mandò a lavorare in questo posto.

Avevo 22 anni, mi misero in mano un sacco di soldi, la Bentley con l’autista e un appartamento di 160 metri quadri in corso Monforte.

Rimpianti?

Dover dire a un’emerita ignorante come quella che mi trovo davanti, sì, questa “Deborah Collacca per-gli-amici-Debbi”, un po’ troia e altrettanto furbetta, che è una ragazza brillante.
È la mia nemesi e me la godo.
Vogliamo dare un titolo alla mia storia?
Senza vergogna.

 

Al lavoro l’anima, al piacere il corpoIII.

Il mio nome non è Deborah Collacca e nemmeno Debbi-per-gli amici.
Mi chiamo Frederike Longhi Faust. Mio padre era l’avvocato Longhi, mia madre, Heinni Faust, una specialista in telecomunicazioni nell’ex DDR.
Mi sono ammazzata di studio fino a pochi anni fa.
Ho una laurea presa alla Bocconi, conosco alla perfezione il tedesco e l’italiano, ho il GMAT, me la cavo bene con lo Spagnolo e il Francese. Ho un master MBA.
Dopo il master non ho fatto altro che lavorare, uno stage dopo l’altro, una retribuzione da miseria dopo l’altra per due anni. Uscivo di casa alle sette del mattino e rientravo la sera tardi. Pochi week end liberi. Il mio ragazzo mi ha lasciato perché non ci vedevamo più. Le amicizie non sapevo più cosa fossero. Avevo solo contatti sporadici.
Per fortuna c’era la famiglia che mi sosteneva.
Sì, la famiglia.
Mio padre è morto per il dispiacere. Stava benissimo, ma quando gli dissi dell’ennesimo stage ebbe un infarto fulminante. La mamma lo ha seguito pochi mesi dopo.
Ero stata una bella ragazza ed ero diventata una specie di mostro: culo largo, faccia brufolosa, occhiali spessi, un po’ gobbetta, seno cadente. Il tutto a 27 anni.
La vodka e la cellulite diventarono le mie amiche inseparabili.
Una mattina mi svegliai sul pavimento con la faccia incollata a un giornale di gossip.
C’era la foto di una di queste puttanelle a seno nudo. Con la bocca impastata lessi l’articolo. Quella era l’ultima fiamma di un noto politico. Sembra che il tizio le avesse regalato una casa e una macchina. Lei sorrideva.
Buttai via tutta la vodka che avevo in casa e presi una decisione.
L’ultimo anno cambiai in tutto.
L’ultimo anno cambiò tutto.
Via il seno vecchio. Il chirurgo me ne fece uno nuovo, abbondante, da infarto.
Via le rughette. Un lifting mirato mi regalò una pelle da pubblicità. Via gli occhiali da nerd. Un bel paio di lenti a contatto blu e tanto mascara per uno sguardo da favola. L’ alimentazione sana e le sedute estenuanti in palestra completarono la prima parte del piano: ero una strafiga.

La seconda parte comprendeva la self-promotion: frequentare i locali giusti, parlare e muovermi come le cacciatrici di fama, ma senza confondermi con loro. Niente bamba se non con persone che potevano introdurmi in qualche giro importante.
Per coltivare certe virtù, quelle che aprono la cassaforte dei potenti meglio di una combinazione a dodici cifre, avevo ingaggiato una escort bisex. Lei mi insegnava tutti i segreti del mestiere, tutti quelli che non avevo appreso nella mia vita precedente.
Non ero tanto stupida e in poco tempo riuscì ad agganciare Milvio. Ci riuscii grazie all’amicizia con un suo alto dirigente, uno che al sesso spinto preferiva le confidenze e qualche palpatina, così, giusto per sentirsi più giovane.

Milvio amava farsi chiamare zio: era l’unica cosa in cui appariva autoironico.
Lo conquistai, ci andai a letto dieci volte, non una di più.
Avevo firmato il mio patto col diavolo.
Solo che questo non puzzava di zolfo e non aveva le corna. In compenso era liftato, bassino e credeva di essere simpatico con le sue battutacce da caserma.
Piccolo dettaglio: non avevo firmato un documento col sangue, solo col mio corpo fra le lenzuola.Il paradiso e l’inferno, quando li frequenti da vivo, non si distinguono tanto bene.

Ora sono qui, a fingermi un’emerita cretina con lo pseudonimo da shampista, di fronte a un idiota con la faccia arancione che crede di essere un grande manager ma non è migliore di me.

Per la prima volta nella vita otterrò quello che voglio.
Almeno credo.
Questa è la mia storia. Se dovessi raccontarla le darei un titolo: Al lavoro l’anima, al piacere il corpo (e viceversa).

 

 

 

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About The Author

Andrea Mentasti

One Response to Al lavoro l’anima, al piacere il corpo (e viceversa).

  1. Author Image Vittoria Nenzi ha detto:

    Raccontare se stessi non è un problema. Ti conosci da sempre, ti sei amato, odiato disprezzato, hai passato una vita cercando di soddisfare un desiderio, quello unico e vero, quello che non sapevi in cosa consistesse. Vivere per scrivere? Destino dei grandi, destino dei forti che sanno rinunciare anche ai dolori. Scrivere bisogno dell’istinto, scrivere e mettere da parte. Ero un automa, lavoro, famiglia, nascite e morti, sempre presente, instancabile, un automa. La sera su un blocchetto buttavo giù la lista della spesa, voltavo il foglio e raccontavo quanto ti cercavo soddisfazione mia!

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