Il mattino ha l’oro in bocca: un’esortazione a sfruttare le prime ore del giorno per fare di più e meglio. Un proverbio, perciò, fondamentalmente, una saggia sciocchezza. Il solo oro in bocca che vedo al mattino è quello di una capsula, riflessa nello specchio del bagno mentre mi lavo i denti, l’unica rimasta da quando quel metallo nobile è stato mandato in pensione dalla porcellana. Ero giunto ad averne addirittura tre, in tempi non sospetti, prima che diventasse una moda e i rapper trasformassero i denti d’oro in credenziali stradaiole da alitare sugli obiettivi delle telecamere di mtv.

il mattino ha l'ossimoro in bocca

Per quanto mi riguarda invece, il mattino ha l’ossimoro in bocca.

Mediamente quattro volte alla settimana,  a casa mia prima dell’alba il silenzio si fa di colpo assordante. Dal piano di sotto, a lacerare la quiete scandita dal mantra, silenziato dagli infissi, delle automobili di passaggio sulla vicina circonvallazione, arrivano perforando il cemento i capricci di una bambina viziata che a quattro anni ha già la voce di un contralto di novanta chili. Se intraprenderà la carriera di cantante lirica sarà una diva bizzosa, non ho dubbi. Il mattino quindi comincia male, dopo sole quattro ore di sonno non ha affatto l’oro in bocca: ha un grido di rabbia represso in gola. E non mi si venga a dire che sento le voci, come i matti.

Tutti i giorni, tranne i weekend, salgo su un treno che un umorista in forza a Trenitalia ha di recente battezzato treno regionale veloce. Tale negli intenti, non lo è nei fatti: ritardi, rallentamenti e disservizi vari lo trasformano in una diligenza. Oltretutto, percorrendo due regioni, dovrebbe essere definito “interregionale”, ma non mi interrogo oltre: quelle italiane, nonostante si facciano chiamare in altro modo, restano le Ferrovie dello Stato. Stato Confusionale. Il mattino dunque prosegue male, non ha per niente l’oro in bocca: ha negli occhi un display che segna almeno venticinque minuti di ritardo. E nessuno si azzardi a dire che mi invento le cose, come i pazzi.

Inutile dire che a lungo andare queste situazioni possono diventare logoranti. L’equilibrio può risentirne. Il sistema nervoso rischia di accusare il colpo. Ma non intendo drammatizzare, in fin dei conti alla sveglia di soprassalto alle cinque del mattino e alle sedie della sala d’aspetto della stazione sono ormai abituato.
Un collega ieri mi ha detto:  – al tuo posto avrei già sclerato di brutto.
Gli ho risposto: – sì, forse qualcun altro al posto mio si troverebbe già in uno stato di lucida follia, ma non io. Io ho una capacità di sopportazione superiore alla media. Se dovesse cominciare a risentirne la qualità del mio lavoro allora inizierei a preoccuparmi, ma finora… non io, non io, non io, non io, non io.

A proposito, dato che ho appena scritto un testo per il sito web di una struttura alberghiera, l’Overlook Hotel, ne approfitto per chiedervi se ritenete che vada bene così o se pensate sia il caso di rivedere qualcosa. Eccolo, lo riporto qui di seguito. Vi chiedo solo la cortesia di leggerlo tutto, fino in fondo:

Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca Il mattino ha l’oro in bocca.

Mi raccomando, ci tengo al vostro giudizio.
Accetto anche bugie, basta che siano dette con sincerità.

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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