Bla bla blaBla bla bla: parole in libertà su una vicenda vissuta o immaginata.

– E qui mi scrivi un po’ di bla, bla bla.

Guardo il mio interlocutore. Ha gli occhi ancora rivolti allo schermo del computer, perciò non ha potuto cogliere il lampo vermiglio che mi è balenato nelle pupille al suono della sua richiesta. Secondo lui il denaro per pagare gli importi stampati su scontrini e bollette lo porto a casa riempiendo spazi fatti di carta o byte con blateramenti senza scopo.

Mi ritrovo a pensare a quanta importanza ho sempre dato alla parola scritta. Mi addentro con l’immaginazione in uno spazio fatto di infiniti esagoni, sorretto dalla più ingegnosa forma di erudizione visionaria, quello della Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges. Se avessi scritto una brochure aziendale di quattrocentodieci pagine, con quaranta righe per pagina e ciascuna riga di quaranta caratteri neri, probabilmente in quella biblioteca se ne conserverebbe una copia. Un bel po’ di bla bla bla, perfetto per una Babele.

Mi ritorna in mente una pagina del manuale di storia della letteratura dei tempi della scuola, quella con la riproduzione della copertina di un libro di Effetì Marinetti, con Zang Tumb Tumb e altre temerarie onomatopee in libertà, ingenuamente votate al fango insanguinato delle trincee. Provo a figurarmi il numero di Le Figaro del 20 Febbraio 1909 con un grande bla bla bla a caratteri cubitali  al posto del rivoluzionario decalogo futurista sull’avvenire delle arti. Avrebbe funzionato?

Rivedo i caratteri tipografici del manifesto di un’altra avanguardia storica per cui provo simpatia. Quella che oggi, sorseggiando un aperitivo a un fuorisalone, verrebbe confusa con una marca di mobili. Poesie composte attribuendo valore di gesto artistico alla casualità. Parlo di Dada, movimento che ebbe tra i suoi fondatori uno scrittore capace di creare per sé uno degli pseudonimi più belli della storia, Tristan Tzara. Tristan Bla Bla Bla sarebbe stato altrettanto evocativo e originale?

Il mio interlocutore ha appena sollevato lo sguardo dal monitor. Riemergo rapidamente dal secolo scorso. Eccomi. Decido di non lasciare trapelare la mia voglia di rifarmi. Faccio finta di niente. So come vanno le cose in questo mestiere, non sono nato ieri, ho il pelo sullo stomaco. Pelo che però è giunto il momento di far sparire. Intendo infatti rasarmi quel sovrappiù di irsutismo, liberando il pacco da sei. Più esistenziale che anatomico, sebbene lo specchio dell’ascensore un minimo di chiaroscuro riesca a disegnarmelo. In ogni caso qualcosa che riconduca alla fisicità incendiaria di Iggy Pop. Cosa c’entra? C’entra.

Quando il mio interlocutore riceverà i miei testi, sviliti a bla bla bla, si accorgerà che l’ho preso alla lettera. Sembrerà uno scherzo. Se, al contrario, non se ne accorgerà, ci sarà un po’ meno da divertirsi. Per lui. Da qualche parte, sulla stampa, in rete, dove volete, qualcuno inciamperà in righe che per raccontare un prodotto recitano: Johnny can’t read/blah-blah-blah/I can’t see/blah-blah-blah/tuna on white, guns all night. Versi tratti dal brano Blah Blah Blah della sopraccitata icona del rock and roll, all’anagrafe James Osterberg. Per gli amici Iguana. Animale perfetto per una vendetta ordita dalla parte rettiliana del mio cervello.

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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