Dimmi chi sei copywriter“Dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei.”

Se sei un copywriter, questa legge è tanto vera per te quanto falsa per gli altri. Perché se il tuo lavoro è quello di scrivere, e lo fai tutti i giorni, sai cosa comporta: distrarti per un errore di battitura mentre leggi il tuo libro preferito, comprendere le leggi economiche soprattutto con le metafore, meravigliarti e incazzarti ma mai con i punti esclamativi e mandare all’aria intere relazioni per colpa dell’imprecisione sintattica dell’altro.

Questo lavoro dice tanto di te ma, ahimè, non dice nulla agli altri. Quando qualcuno ti chiede che lavoro fai, quel qualcuno è nel 90% dei casi estraneo al mondo della comunicazione e incredibilmente disinteressato finché non lo spiazzi con un una semplice risposta: copywriter. La parola che porta subbuglio e confusione laddove ci si aspetta insegnante, estetista, ragioniere e persino lo slancio più creativo condurrebbe solo fino a designer, architetto e puericultrice (non eccezionale di per sé, ma dal suono assolutamente autoritario). Copywriter, la professione che ti rende enigmatico e misterioso. Quel suono che fa sgranare gli occhi di meraviglia e confusione mentre si aprono scenari al limite della credibilità persino per te, copywriter.

Ti definisci copywriter e il tuo interlocutore si trasforma in un detective sulla scena del crimine. Ossessionato dalla tua oscura figura professionale, cerca invano di identificarti (come passa le sue giornate? Chi lavora con lui? Quante persone sono coinvolte? Ci sono testimoni?). Inutile fornirgli l’identikit completo di esempi: non ci crederà. Cercherà le prove (scrivere? Per la pubblicità?!) e non crederà a nessuno dei tuoi alibi (ti pagano?), sicuro che possiedi un conto alle Cayman e sei deciso a depistarlo (confessa!).

Preso dallo sconforto, inizierà ad attribuirti lavori a partire da diverse supposizioni.
La prima si basa sulla parola “agenzia”: sei responsabile di un’agenzia…di viaggi. Una delle mie coinquiline è stata convinta per mesi che pianificassi tour in Europa. Poteva andarmi peggio, vista l’esistenza delle agenzie interinali, di cambio e funebri.
L’altra incomprensione si basa su due elementi: il fatto che copywriter non abbia un corrispettivo italiano e che comprenda una w. Gli indizi parlano chiaro: lavori sul web, probabilmente “una di quelle nuove professioni con il computer”, come dicono le nonne.
La terza, invece, si basa sull’assonanza copywriter/copyright. Quest’ultima intuizione ti dona un’allure giuridica che comporta rispetto, ammirazione e considerazione. È chiaro che si tratta di incomprensione.
Segnalo, tra gli altri, il caso della signora spagnola che ha controllato sul dizionario d’inglese l’effettiva esistenza della parola copywriter pensando l’avessi inventata io. Mi ha donato un quarto elemento che non avevo considerato affatto: l’incredulità.
Da quando hanno inventato Mad Men, qualcuno capisce al volo. Ma, la suo “wow, sei Peggy Olson” non mi resta che fare spallucce e pensare che almeno guarda bellissime serie TV.
Inutile anche tentare di fartelo scrivere sulla carta d’identità. Al massimo puoi essere studente, scienziato della comunicazione o laureata di professione. Ma questa è un’altra storia.

Ora, assodato che un copywriter sia un portatore sano di stupore e che io frequenti persone davvero strane, la domanda è: succede anche a te?

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Mariasperanza Cursaro

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