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Prima, molto prima di Quentin, Tarantino era il salumiere della mia cittadina. Non un salumiere ma “il” salumiere. Perché aveva la bottega sul corso principale, perché la GDO esisteva solo nella grande città, si chiamava Standa o Upim e ci voleva un’ora di macchina per raggiungerla, e perché sull’insegna c’era scritto Salumeria. Ma per tutti era Tarantino.
Per me era il signor Tarantino, non perché avesse qualcosa di nobile ma perché i miei genitori mi avevano insegnato a chiamare gli adulti anteponendo quel titolo al cognome. Gli altri bambini, quelli come Ciro, lo chiamavano Tarantino e basta.
Era vecchio già a 40 anni, con i capelli bianchi, gli occhiali spessi sempre unti e i colpi di tosse sulla mortadella, rigorosamente alternati alle boccate dalle MS di bordo, quelle buone che portavano i marittimi e che costavano la metà.
Aveva tre figlie il signor Tarantino. Il ritratto della salute. Belle in carne, pettorute e profumate di provolone, qualche volta di prosciutto cotto.
Susanna era la più giovane delle tre e io ne ero folle perché aveva il nome della bambola gonfiabile che davano in regalo coi buoni dei formaggini.
La immaginavo, la bella Susanna, non con il camice che in estate lasciava uscire dagli spazi fra un bottone e l’altro quei profumi di capicollo aromatizzato da svenire. La immaginavo stesa sul letto, vestita solo di grandi fette di prosciutto, fette che toglieva apposta per me, una ad una, facendomi ingrassare al solo guardarla.
Ciro, invece, la immaginava in modo diverso.
Ciro a 8 anni pesava 60 chili, ingurgitava quantità di cibo impressionanti e aveva la forza fisica di un adulto. Ciro non giocava a pallone perché per lui muoversi era faticoso, però con una penna in mano faceva miracoli. Mai un voto sotto il 9 a un tema, scriveva di tutto: dai biglietti d’auguri ai necrologi. Ed era come se l’angelo della Bic punta fine avesse deciso di trasudare fantasia e arte da quel corpo grasso e sgraziato sui fogli di carta.
Un giorno mi fece leggere come immaginava Susanna Tarantino.
Lui adorava la ciccetta sotto le braccia che le spuntava dalle maniche corte del camice quando tagliava a mano il salame. Perché Susanna tagliava con l’affettatrice il prosciutto, la mortadella e il capicollo, ma non il salame e le salsicce (che andavano tagliate a punta di coltello).
Ciro lo aveva scritto: avrebbe voluta tagliarla con quello stesso coltello e versare i fiotti di sangue fresco in una coppa per farne il sanguinaccio. Avrebbe voluto cibarsi del suo interno coscia cotto sulla piastra quando la famiglia andava in campagna il giorno di pasquetta.
Avevo letto da qualche parte che c’erano strani uomini chiamati cannibali. Questi uomini si cibavano di altri uomini.
Non comprendendo bene il confine fra realtà e fantasia, piano piano cominciai a non frequentare più Ciro.
Anni dopo, seppi di un tizio che in Florida aveva ucciso la moglie e se ne era cibato poco a poco.
Ciro era emigrato là .
Fra Tarantino, realtà romanzata e Tarantino esiste sempre qualche anello di collegamento.
Molto Pulp, pure troppo.

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Andrea Mentasti

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