I have a drum - pubblicizzare batterieI have a drum… mi correggo, a dream: ho un sogno, quello di scrivere testi pubblicitari per una casa produttrice di batterie. Non batterie da cucina, ma da suonare, categoria strumenti musicali. Sugli strumenti di cottura, per professione, ho scritto già abbastanza, così come ho scritto a sufficienza di parecchie altre cose.

Negli ultimi vent’anni ho preso in prestito modi di dire e saccheggiato le figure retoriche per pubblicizzare prodotti e servizi di tutti i tipi. In frigo conservo i lavori relativi al beverage; ho sistemato in ogni angolo della casa quelli che hanno a che fare con l’arredamento; negli armadi tengo un bel po’ di roba fatta per il settore dell’abbigliamento e in garage le cose realizzate per quello motociclistico. Mi fermo qui, le elencazioni sono noiose. Mi limito ad aggiungere che la campagna per la vita promossa da un’agenzia di onoranze funebri – tra le iniziative più divertenti alle quali mi è capitato di collaborare – me la porterò nell’aldilà.

Mentre sto buttando giù questo pezzo – chi suona un qualsiasi strumento a percussione lo troverà del tutto naturale – a ogni pausa creativa/contemplativa alterno all’atto di battere con le dita sulla tastiera quello di percuotere con le mani il bordo del tavolo, scandendo figure ritmiche a caso. Un mio collega, anch’egli batterista, ma grafico (non faccio nomi, ma specifico che possiede una batteria di marca DW nera), se leggerà questo post vi si riconoscerà: al lavoro tamburella spesso sulla scrivania anche lui, lo sento a quattro porte di distanza.

Ripeto: I have a drum… sorry, a dream, quello di pubblicizzare batterie. Ma vanno benissimo anche i piatti. Intendo piatti sonori, di bronzo, da battere, non da sbattere in lavastoviglie. Insomma, vorrei fare del copydrumming (suona bene, vero?). Si facciano dunque avanti le case produttrici. In Italia ce ne sono diverse, piccole ma eccellenti, mi metto a loro disposizione. In quanto batterista, la materia mi è talmente congeniale che per affrontare il lavoro non avrei bisogno di niente. Le idee arriverebbero rapide, a raffica, come rulli a colpi singoli in sedicesimi eseguiti a 180 battiti al minuto. L’unico problema sarebbe la scelta dei testimonial. Quelli che ho in mente io, Travis Barker, Stewart Copeland e Taylor Hawkins – tanto per nominarne tre che spaccano – sarebbero decisamente fuori budget. Inutile comunque pensarci ora. Alla peggio mi offrirò come testimonial io.

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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