Piuttosto che cosaIl “piuttosto che” in senso disgiuntivo: distruzioni per l’uso.

Se non fossi stato corrotto dal moderno benessere e dall’istruzione, se fossi nato nel 35 d.C., anno di nascita di Quintiliano, padre della retorica, andrei a cercare chi per primo si è messo a utilizzare “piuttosto che” in senso disgiuntivo per sfidarlo a un incontro di pancrazio.

Niente paura, non voglio ergermi a pretoriano della parola, solo combattere questo nuovo fenomeno linguistico perché mi crea problemi di comprensione. Lo confesso, non capisco più cosa intende dire chi pronuncia “piuttosto che”. Sono arrivato ai trent’anni che esprimeva ancora una comparazione, nei successivi tre lustri circa ho assistito alla sua trasformazione in un sinonimo di “oppure”.

La mia conflittualità col “piuttosto che” usato in senso disgiuntivo non è comunque solo di natura linguistica, ma anche personale: forse lo invidio perché ha successo, perché è riuscito a imporsi con una capacità di diffusione e una rapidità impressionanti. Ha cominciato come beniamino dei manager delle grandi città da bere, per conquistare in breve tempo anche quelli delle piccole città da bevitori, tipo quella in cui vivo. Il terziario avanzato, in particolare, lo ha eletto a proprio segno identificativo, blasone di un presunto superpotere lessicale di cui fregiarsi, sfregiando la sintassi, in ogni occasione.

Il “piuttosto che” usato in senso disgiuntivo ha poi sedotto i mezzi di informazione, stampa compresa. Non mi stupirei se fosse entrato in uso anche nei fumetti. Se andassero ancora forte quelli vietati ai minori, probabilmente se lo ritroverebbe in bocca anche la protagonista del celeberrimo Sukia: più che probabilmente, visto  il nome. Addirittura i giornalisti col logo della presunta intelligenza catodica l’hanno fatto proprio, compresa la donna in posa col cognome teutonico: qualche giorno fa in tv ho sentito e visto un “piuttosto che” utilizzato in senso disgiuntivo uscire dalle sue gigantesche labbra finte, degne di un’opera di Jeff Koons.

Per concludere, mi auguro che il “piuttosto che” si ribelli e si riappropri dell’originario significato comparativo. Lo farà? Non lo farà? Io propendo per la prima possibilità. Non dimentichiamo che è un tipo tosto, anzi, di più.

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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