il presente stoicoLucio Anneo Seneca nasce nel 3 a.C a Cordoba. Il padre si trasferisce a Roma quando il figlio è ancora molto giovane. Seneca si interessa presto alla filosofia. Frequenta le lezioni di diversi maestri, appartenenti a scuole filosofiche diverse. I suoi rapporti con il potere politico sono difficili, in particolar modo con gli imperatori. Caligola gli è molto ostile, tenta perfino di farlo uccidere. Anche Claudio non gli rende la vita facile, esiliandolo in Corsica, dove rimane per diversi anni. Accetta, ormai cinquantanne, l’incarico di precettore di Nerone, futuro imperatore, esercitandolo fino a quando non si ritira a vita privata. Con l’accusa, infondata, di aver partecipato a una congiura, nel 65 d.C. Seneca viene costretto da Nerone a darsi la morte.

Oltre sessant’anni trascorsi, si direbbe, in un attimo. Narrati al presente. Niente a che vedere con l’idea di simultaneità del futurismo, nulla a che fare con alcun avanguardismo storico. Qui di storico c’è solo il presente, il presente storico, tempo artificioso che sotto la finta immediatezza nasconde il banale proposito di aggirare una difficoltà, riducendosi a espediente per evitare di spaccarsi a coniugare i verbi secondo le regole della “consecutio temporum”.

Non è uno sfoggio di erudizione. Il meccanismo per far ingranare bene l’uno con l’altro i tempi dei verbi si chiama così e il fatto che finisca in “orum” non lo ammanta di alcuna aura. In fin dei conti il latino è la lingua morta che usavano i nostri avi da vivi, quotidianamente, anche quando se ne stavano sugli spalti del Colosseo, dell’arena di Verona, di quella di Pola e di chissà quanti altri anfiteatri a raccontarsela, buttando ogni tanto l’occhio sui tipi che si scannavano nella polvere. Reperti organici giunti sino a noi testimoniano che il populus romanus mentre assisteva a quei macelleria-show sgranocchiava ignobilmente del cibo. In cosa consistesse esattamente il pop corn del tempo credo ce lo potrebbe dire con certezza solo il figlio di Piero Angela.

Tutto questo, digressioni inutili comprese, per arrivare a dire che il presente indicativo, costretto per moda a diventare storico, alla fine ha preso la faccenda con filosofia. Rifacendosi a quegli antichi pensatori, tra cui guarda caso Seneca, che perseguivano l’ideale del dominio sulle passioni, ha deciso di trasformarsi in presente stoico e, come tale, di fregarsene di tutto, anche di essere usato per raccontare il passato. E ha fatto bene. Parola mia. Parola di uno che nacque nel 1965, ora sta vivendo e un domani – si spera non trafitto da una “sica”, arma dei gladiatori traci da cui “sicario” – se ne andrà. Magari col dizionario etimologico ancora in mano.

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paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

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