indigestione di diminutiviDiminutivi. Robetta? Forse.

Ma siamo o non siamo qui per parlare di parole? In tutti i sensi? È ora quindi di andare oltre gli argomenti che riguardano strettamente il mestiere di scrivere per la pubblicità. Continuare solo in quella direzione potrebbe rivelarsi noioso. E nocivo. Al punto che qualcuno potrebbe dire: – Se tu fossi un pubblicitario figo, uno con la faccia da “abbiamo avuto l’esclusiva” e le colleghe pronte a liquefarsi per un tuo mezzo sorriso, tipo protagonista di Mad Men, non sentiresti il bisogno di scrivere unicamente cose autoreferenziali (Ho scritto “figo”. Avrei potuto dire “cool”, ma da quando me lo fecero togliere da un testo perché assonante con il nome del posteriore umano evito di usarlo).

È il momento di cominciare a rivolgersi a un pubblico più ampio, più grande. Per farlo ho scelto di partire, come si può arguire dal titolo, da qualcosa di piccolo. Nasce tutto dal fatto che ogni volta che vado in pausa pranzo, mi riprometto per il giorno successivo di portare con me il bavaglino; chi mi conosce da sempre, sapendo che la barba ha cominciato a crescermi almeno trentaquattro anni fa, troverà strano che io debba usare quell’accessorio da infante. Eppure è così; succede da quando, per voce dei ristoratori, i cibi sono regrediti alla stadio 0-36 mesi.

– Le faccio due spaghettini? Non ne arrivano molti di più, di solito circa una quarantina. Senza il diminutivo temo che me ne porterebbero venti.

– Un paninetto con delle verdurine alla piastra? Il pane è vecchio. Il diminutivo cerca invano di farlo ringiovanire. Le verdure sono talmente “ine” che non si vedono.

– Le porto un piattino con dei crostini? Il piattino, contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, occupa due tavoli. I crostini mi vanno bene così, guarniti di diminutivo; “croste” non avrebbe lo stesso appetizing appeal.

Prologo: – Le va un prosecchino? Prima di accettare mi assicuro che il vino non mi venga servito in un biberon.

Epilogo: – Caffettino? A quel punto sono già ritornato anch’io all’infanzia, quindi rifiuto. Si sa che ai bambini il caffè non piace.

La cosa preoccupante è che gli effetti di questa quotidiana indigestione di diminutivi cominciano a farsi sentire. Da qualche giorno infatti, quasi senza volerlo, ho cominciato a scrivere in corpo 4.

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About The Author

paoloparigi

Mi chiamo Paolo Parigi. Nasco nel 1965. Ma è avvenuto allora, non ora. Lo sottolineo perché non ho grande simpatia per il presente storico. Nelle poche righe che seguono coniugherò quindi i verbi in chiave vintage. Da piccolo dicevo "svuota" anziché "ruota" e "chilurgo" al posto di "chirurgo". Fu subito chiaro che non avrei potuto fare il meccanico e nemmeno il medico. Non si spiega invece, avendo esordito nel mondo dei parlanti storpiando le parole, come io sia finito a guadagnarmi da vivere con esse. Di parole ne ho scritte parecchie. Non poche per analizzare opere d'arte. Alcune per recensire pubblicazioni. Moltissime per pubblicizzare prodotti e servizi. Il mio desiderio è scriverne ancora, continuando a far convivere l'attività di comunicatore con la passione per la musica e l'interesse per la storia delle arti visive.

2 Responses to Indigestione di diminutivi.

  1. Author Image Lorenzo ha detto:

    Pare strano che ogni volta il conto non ha nulla di diminutivo, semmai di superlativo.

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