bim bum bamboccioniIl vero motivo per cui la generazione cresciuta a pane e cartoni non lascia la casa di mammà.

Uno dei temi caldi degli ultimi anni, molto diffuso tra giornalisti, sociologi con velleità da showman e “opinionisti” di vario o nessun titolo, è la famigerata “generazione dei bamboccioni”. Ultratrentenni che si ostinano a prolungare la loro adolescenza, rimanendo fissi a casa di mamma e papà, anche se lavorano e potrebbero iniziare la loro vita adulta in qualsiasi momento.

Ma sarà poi vero? Per gli “esperti” sembra di sì e la colpa sarebbe da attribuire esclusivamente ai “bamboccioni” stessi, che non hanno il coraggio di lasciare la casa natìa e affrontare la vita. Fattori secondari come disoccupazione, precariato, affitti alle stelle, non sono assolutamente presi in considerazione, per carità.

Molti studiosi si sono appassionati all’argomento, scrivendo anche dei saggi. Sembra interessante quello di Alessandro Aresu, un giovane laureato in filosofia nato nel 1983, e quindi appartenente di diritto alla “Generazione Bim Bum Bam”, che è anche il titolo del suo libro.

(Bene, fin qui sembra un articolo serio.)

E se proprio i cartoni animati fossero la spiegazione?

Il bamboccione tipo è nato tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Durante la sua infanzia e preadolescenza, età cruciali in cui si è particolarmente influenzabili, è stato sottoposto a una serie di cartoni animati i cui protagonisti, di qualsiasi età, razza (anche animale), sesso, latitudine ed epoca storica, hanno un solo denominatore comune: sono tutti orfani o sono stati abbandonati dai genitori.

Facciamo una rapida carrellata:

Heidi. Cartone giapponese tratto dall’omonimo romanzo svizzero. Età a caso tra i 5 e i 9 anni. Grossi problemi di ritenzione idrica, nonostante la tenera età (si vede dalle caviglie). La piccola Heidi resta orfana e, dopo un affido temporaneo alla zia, viene data al nonno da tutti conosciuto come “il vecchio dell’Alpe”, uomo burbero e misantropo, che vive in una casetta di montagna isolato da tutti (da Wikipedia). La povera creatura, inoltre, non fa in tempo a fare amicizia col nonno, che viene rispedita a Francoforte dove conosce la signorina Rottenmeier, passata alla storia dei cartoni come una delle personificazioni del male.

Anna dai capelli rossi. Adattamento giapponese di un romanzo canadese, narra di uno dei casi più pietosi della storia dei cartoni. La piccola fiammiferaia le fa un baffo. La piccola Anna infatti perde i genitori a soli 3 mesi per una malattia infettiva. Non avendo altri parenti, viene affidata a una vicina povera col marito alcolizzato, con cui vive fino all’età di 8 anni, accudendone i figli, fino a che il marito, addormentatosi ubriaco sui binari, muore investito da un treno. A questo punto per Anna non c’è più posto e viene quindi affidata alla signora Hammond, che vive con il marito e i suoi 8 figli (tra cui tre coppie di gemelli) in una misera baracca in riva al fiume. La bambina, esperta di bimbi piccoli, accudisce anche i figli della signora Hammond, fino a che, con la morte del marito avvenuta due anni dopo, viene affidata all’orfanotrofio di Hopetown, dove rimane per cinque mesi… Che dire, ogni commento è superfluo.

Candy Candy. Il classico dei classici. L’antesignano di qualsiasi mattone strappalacrime che gli sia seguito. Un mito per almeno due generazioni di future donne depresse. Cartone giapponese tratto da un romanzo giapponese, ambientato tra il Messico, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. La prima puntata di Candy Candy (nome e cognome) inizia direttamente con la bambina abbandonata davanti alla porta dell’orfanotrofio. Eppure gli anni passati lì saranno i più felici della sua vita. Infatti, dopo essere stata adottata da una famigliola di nobili crudeli, passerà una serie di sfighe inenarrabili. Curiosità: per tutta la vita l’unico che le rimane sempre vicino è un procione, ricordato per essere il roditore più longevo nella storia dei cartoni nipponici.

Dolce Remì. Cartone giapponese tratto dal romanzo “Senza famiglia” dello scrittore francese Hector Malot, e potremmo anche fermarci qui. Per la precisione il titolo esatto del cartone è “Remì e le sue avventure”, che non sono propriamente piacevoli. Remì infatti viene nell’ordine: rapito ancora in fascie alla famiglia, abbandonato dai rapitori, adottato, riabbandonato, riadottato da un tizio che lo fa lavorare come artista ambulante con una scimmietta e un cane, che saranno poi a suo carico quando il padre adottivo viene arrestato… A un certo punto incontra anche la vera madre che gli racconta del primogenito rapito di cui ha perso le tracce. Un dramma senza fine.

Belle e Sébastien. Tratto da una raccolta di novelle francesi, parla di un ragazzino dei Pirenei, Sébastien, un po’ asociale e senza madre. Un giorno il ragazzo incontra un enorme cane da montagna dei Pirenei, conosciuto come “il diavolo bianco”, accusato ingiustamente di terribili misfatti e che tutti gli abitanti del villaggio temono. Sébastien chiama il cane Belle -anche perché è una femmina- e parte per un lungo viaggio insieme a lei e a un microcanide di specie ignota e di 5 cm al garrese di nome Pucci. Dove va? Ovviamente alla ricerca della madre, che poi si scoprirà essere scappata anni prima in Spagna per oscuri motivi.

L’Ape Magà. Anche il mondo degli insetti non è stato risparmiato dall’abbandono genitoriale. Perfino un’ape, figlia di un’ape regina, che quindi non dovrebbe avere questi problemi, diventa protagonista di una serie giapponese particolarmente drammatica. L’ape Magà trascorre la bellezza di 91 episodi a cercare la madre, che alla fine di ogni puntata è sempre più o meno a due metri da lei. E due metri per un’ape sono tanti. Pare che la serie originale fosse talmente tragica, che ne hanno fatto un remake negli Stati Uniti un po’ più spensierato e col lieto fine.

Gli esempi potrebbero continuare, ma questi sei sembrano sufficienti per spiegare il motivo per cui i bamboccioni di oggi temono l’abbandono dei genitori. Che invece non vedono l’ora di liberarsene.

La cosa davvero preoccupante però è un’altra. Se questo è l’effetto che hanno avuto i cartoni degli anni ’80 sugli attuali quarantenni, cosa ci dobbiamo aspettare dai bambini degli anni ’90 e 2000, cresciuti a forza di Pokemon, Ben Ten, Gormiti e altre strane bestiole?

Fonte immagine

Daniela Montieri

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Author Image
About The Author

Daniela Montieri

Lavoro da Roma per clienti e agenzie che sono ovunque fuorché a Roma, il che è comodissimo, soprattutto per Trenitalia. Mi esprimo “in modo strano”, almeno a detta di amici, cosa che però è un vantaggio sul lavoro. Adoro scrivere testi comici, cosa che invece non sempre è un vantaggio sul lavoro. Ho lavorato e lavoro per Expedia, UPS, Lavazza, Q8 Italia, Marcopolo Expert, Banca Popolare di Bari, Alpitour, ING Group, Technogym, Johnson&Johnson, sforzandomi di rimanere seria. Sono la moglie di un mago e mamma felice di due blog e un bellissimo bimbo.

10 Responses to Bim Bum Bamboccioni

  1. Author Image Daniela C. ha detto:

    La trama di Anna dai capelli rossi non corrisponde al ricordo che ne ho… Dove sono Matthew e Marilla e la casa dal Tetto Verde?
    (Grande post! Ho tanto riso, come i cinesi della famosa e vecchissima barzelletta :D)

    • Author Image Un posto al copy ha detto:

      Dany, sinceramente Anna dai capelli rossi era talmente deprimente che penso che la mia mente di bambina lo abbia completamente rimosso. Mi è rimasto solo un vivo senso di tristezza. Sono andata a fiducia con Wikipedia 😉

  2. Author Image Daniela C. ha detto:

    Comunque, perfino Anna dai capelli rossi era Zelig a confronto di Remì o Magà 😀

  3. Author Image virginia ha detto:

    Trovo più che un fondo di verità! Io passavo pomeriggi a piangere dopo le puntate dell’ape magà che effettivamente a un certo punto mi fu proibito di vedere. Anche Mila è stata abbandonata dalla mamma e ricordo anche un paio di fratellini che viaggiavano sulla mongolfiera alla ricerca dei genitori. Stesso destino per le occhi di gatto che cercavano il padre. Ma che genitori di ME erano quelli degli anni ’70!

  4. Author Image virginia ha detto:

    e la lista è davvero infinita! guarda cos’ho trovato con una semplice parole chiave!
    Papà gambalunga (orfana)
    Marco, dagli Appennini alle Ande (x ritrovare la madre)
    Nadja Applefield (va col circo alla ricerca della madre)
    Il Mistero della Pietra Azzurra (addirittura nn sa neanke quando è nata e ki siano i suoi genitori)
    Mery e il giardino segreto (resta orfana e va a vivere dal nonno)
    Charlotte (le muore prima la madre, poi il padre)
    George (alla fine ritrova il padre deportato)
    Hallo Sandybell (cresciuta anke lei in orfanotrofio)
    Peline Story (va col nonno alla ricerca della madre)
    Conan il ragazzo del futuro (sia Lana ke conan avevano solo i rispettivi nonni)
    Peter Pan (tutti quegli orfanelli..)
    Robin Hood (idem)
    Belle e Sebastien (se lo è cresciuto la sorella)
    Pollon (aveva il padre..ma la madre ki era?)
    Chobin (alla disperata ricerca della madre)
    I cavalieri dello zodiaco (lady isabel aveva solo 1 nonno adottivo..)
    Uomo tigre (orfano e prodigo x gli orfani)
    Uomo Ragno (alla fine gli resta solo la zia May)
    Ape Magà (ape disperata..ma alla fine ritrova la madre)
    Sam ragazzo del west (orfano cresciuto dai banditi)
    Coccinella (7 fratelli orfani ke si aiutano tra loro)
    Milly un giorno dop l’altro
    Rosa Alpina (oltre ai genitori xde pure la memoria!!!)
    Il tulipano nero (a simon, ke è la stella della Senna, le uccidono i genitori, e poi c’è anke Danton ke è orfanello)
    Batman (gli uccidono i genitori qndo lui era piccolo)
    Dragon Ball (goku orfanello..e ammazza pure il nonno..involontariamente)
    Lovely Sara (credeva morto anke il padre ma x fortuna no)
    Hallo Spank (a lei era morto il padre in mare)
    PollyAnna (nn solo orfana, ma anke paralitica!!!)
    Rossana (qlla ke si vede nn è la vera madre, Erik è orfano di madre)
    Sui monti con Annette (le muore la madre, il fratellino paralitico)

    😀 😀

  5. Author Image Andrea mentasti ha detto:

    In vita mia sono stato sul punto di firmare un contratto di affitto ben 9 volte.
    Per ben nove volte, il giorno precedente mi è capitato qualcosa che ha prosciugato il mio conto e impedito il primo passo verso l’indipendenza. Perché il bello dell’essere free lance è che non hai entrate fisse, quindi se non accumuli denaro non lo puoi spendere.
    A meno di non essere un “finto” indipendente che si fa prestare i soldini da Papi e Mami in attesa del prossimo incasso.
    La parte triste della storia è che non ho mai visto un solo episodio di Heidi, Candy Candy & co.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.